19 luglio 2017

La riconquista di Mosul

9 luglio 2017, il giorno della vittoria. Una data da contrapporre al 29 giugno 2014, quando la disfatta prese corpo nella dichiarazione della nascita del califfato. Questa volta però, le parole sono diverse e l’annuncio del primo ministro iracheno Haider al-Abadi è quello atteso ormai da tempo: finalmente, Mosul è libera dal giogo del sedicente Stato islamico. È stata necessaria una battaglia di circa 9 mesi per arrivare alla liberazione, una battaglia che ha visto coinvolte forze composite che vanno dall’esercito iracheno, alle milizie sciite, ai combattenti curdi, senza dimenticare il supporto garantito dalla coalizione internazionale a guida statunitense. Alcune sacche di resistenza jihadista sono rimaste a combattere, ma la vittoria sulle milizie agli ordini del califfo non può essere messa in discussione.

 

Si tratta di un risultato evidentemente importante, che colpisce l’Is tanto sotto il profilo strategico quanto a livello simbolico. Aver sottratto al sedicente Stato islamico un centro del peso di Mosul – principale città sunnita dell’Iraq – significa, infatti, aver privato l’organizzazione terroristica di una delle più importanti realtà sottoposte al suo controllo, nevralgica anche per le comunicazioni, i contatti e i rifornimenti con le regioni siriane sotto l’autorità de facto del califfo. Tale rilevante perdita territoriale va poi aggiunta alle sconfitte già subite negli ultimi mesi nell’area del Siraq, ragion per cui l’ambizioso progetto ‘proto-statuale’ lanciato da Abu Bakr al-Baghdadi va progressivamente e in maniera sempre più netta sgretolandosi.

 

Quando e dove fu però annunciato l’avvio di tale progetto? La risposta a questo quesito si ricollega alla disfatta del 29 giugno 2014 e, soprattutto, spiega il perché del valore simbolico della riconquista di Mosul. Fu, infatti, da lì che ebbe inizio la parabola dello Stato islamico inteso come realtà politica e amministrativa, in grado cioè di assumere il controllo di determinati territori esercitandovi tutte le funzioni proprie di uno Stato, e fu dalla grande moschea di al-Nuri che Abu Bakr al-Baghdadi si presentò il successivo 4 luglio come califfo, chiamando i fedeli musulmani a obbedire alla sua autorità. Allora, le sue parole svelarono un disegno a tutti gli effetti politico: l’avanzata dello Stato islamico avrebbe cancellato i confini disegnati in passato e non si sarebbe fermata – sottolineò l’autoproclamato califfo – «finché non fosse stato piantato l’ultimo chiodo sulla bara della cospirazione di Sykes-Picot», un chiaro riferimento a quell’accordo sottoscritto nel 1916 dal britannico Sir Mark Sykes e dal francese François-Georges Picot che contribuì a definire parte della geografia mediorientale. Quel discorso rappresentò l’inizio di una fase espansiva che vide l’organizzazione ampliare la propria area di influenza e sottoporre al suo controllo svariate decine di chilometri quadrati di territori del Siraq, laddove i già porosi confini statali si erano oramai di fatto annullati. Progressivamente le conquiste dello Stato islamico, grazie anche al muro opposto dalle forze della resistenza – importantissima quella curda – presero ad assottigliarsi, fino al deciso ridimensionamento attuale. Non sfugge, tuttavia, alla luce di quanto sinora esposto, che la perdita di Mosul assume inevitabilmente un significato diverso, soprattutto per quelle forze irachene travolte dall’onta della sconfitta nel 2014 e adesso rinvigorite da una vittoria che ha il sapore del riscatto.

 

Ora però si apre una partita altrettanto complessa: della città, compresa la grande moschea di al-Nuri distrutta dai miliziani, non restano che le macerie e i mesi di guerra hanno portato via con sé migliaia di vittime e costretto 900.000 persone a fuggire. In una prima fase sarà necessario procedere con le operazioni di sminamento, poi per la ricostruzione serviranno anni. Inoltre, accanto agli edifici e alle infrastrutture occorrerà anche ricostruire un tessuto sociale oramai inesistente, evitando che prevalgano quelle derive settarie nella contrapposizione tra sunniti e sciiti che hanno fatto il gioco del sedicente Stato islamico, consentendogli di consolidarsi.

 

Quanto all’Is, la sua piena neutralizzazione non è all’orizzonte: alcuni centri iracheni continuano, infatti, a essere nelle mani dell’organizzazione terroristica, mentre sul fronte siriano prosegue la battaglia su Raqqa, capitale de facto dello Stato islamico. Rimane poi ancora forte la capacità dei terroristi di fare presa sulle aspiranti reclute, grazie a una propaganda che – come i numerosi attentati stanno tristemente a ricordarci – continua a funzionare. Non è improbabile che, a seguito delle recenti sconfitte sul campo di battaglia, l’Is provi ad alzare la tensione e a colpire obiettivi sensibili, con ulteriore spargimento di sangue. Mosul è stata liberata e l’Is, vedendo svanire la sua dimensione di ‘proto-Stato’, potrebbe assumere nuove forme, ma il conflitto difficilmente si risolverà in tempi brevi e la stabilizzazione dell’Iraq pare ancora lontana.

 

Amnesty International, denunciando le brutalità accadute a Mosul, ha intanto denunciato che – accanto agli atroci crimini del sedicente Stato islamico – anche le forze irachene e la coalizione a guida USA avrebbero utilizzato «armi inappropriate rispetto alle circostanze», senza adottare adeguate misure per la protezione dei civili.

 

Nel frattempo, si fanno ricorrenti anche le voci sulla morte dello stesso califfo al-Baghdadi e sulla scelta di Jalaluddin al-Tunisi come suo successore, ma gli Stati Uniti sostengono di non poter confermare la notizia.

 


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