24 novembre 2021

La rivoluzione demografica dei Paesi arabi del Golfo

Gli equilibri demografici costituiscono un tasto molto delicato per qualunque Paese. Gli Stati occidentali, in particolar modo, da decenni sono teatro di accesi dibattiti interni su come gestire una popolazione sempre più anziana e la conseguente stagnazione demografica. Il fenomeno migratorio viene visto al tempo stesso come una risorsa e come una minaccia, a seconda che ci si concentri di più su come un fenomeno migratorio attivo possa compensare il deficit demografico oppure su come proprio questo arrivo possa, in tempi più o meno lunghi, destabilizzare l’intero tessuto sociale.

 

Eppure ci sono diverse zone nel mondo in cui, sebbene a fronte di meno assidui dibattiti sul futuro demografico, si riscontrano fenomeni che fanno impallidire il flusso che interessa l’Occidente. Tra queste, quella forse dai risvolti più sorprendenti è proprio l’area del Golfo Persico.

 

I Paesi arabi che vi si affacciano, infatti, hanno da diverso tempo una situazione demografica che sarebbe semplicemente inconcepibile secondo gli standard occidentali. In Paesi quali gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, la popolazione priva di cittadinanza ammonta a quasi il 90% del totale. Tale percentuale è minore in Paesi quali il Bahrain e il Qatar, ma resta comunque al di sopra della metà. Se anche solo si pensasse a percentuali simili in qualunque altro Paese del mondo, con ogni probabilità si griderebbe subito al collasso. Invece, pare che al momento l’enorme afflusso di migranti non preoccupi particolarmente la classe dirigente locale e, stando ai dati relativi alla stabilità interna di questi Paesi, la ragione sembra essere dalla loro parte.

 

Il peso della popolazione migrante nel quadro demografico di questi Paesi emerge in ulteriori aspetti. Il rapporto tra popolazione maschile e popolazione femminile è, per via della presenza dei migranti, di gran lunga sbilanciato a favore degli uomini, con un rapporto che in Qatar è di circa tre uomini per ogni donna. Anche i trend di crescita della popolazione seguono, di fatto, la richiesta di manodopera. Per esempio, negli Emirati Arabi Uniti, il maggior tasso di crescita, con una media del 14% annuo, si è riscontrato nel quinquennio 2005-10, in concomitanza con uno dei più importanti boom edilizi che hanno interessato i centri urbani del Paese, a partire da Dubai.

 

La rivoluzione demografica ha inoltre consentito a Paesi quali il Qatar di uscire dalla dimensione di micro-nazione, passando da una popolazione perlopiù autoctona di circa centomila abitanti tra gli anni Settanta e Ottanta ai due milioni attuali. Al contempo, gli Emirati Arabi Uniti sono ormai sulla soglia dei dieci milioni di abitanti, un numero paragonabile a quello di molte nazioni europee medio-piccole (Grecia, Austria, Portogallo giusto per fare qualche esempio). Al momento dell’indipendenza, nel 1971, il Paese partiva da una popolazione di poco superiore alle duecentomila unità. Il fatto che il tasso di fertilità tenda ad essere piuttosto basso e, con l’eccezione del Kuwait, sotto la soglia di rimpiazzo (ossia una media 2,1 figli per coppia) non sembra destinato a influenzare i trend demografici, almeno nel breve e medio termine.  Le previsioni stilate dall’ONU indicano, infatti, una crescita continua della popolazione di questi Paesi a causa del flusso migratorio, seppure a ritmi meno sostenuti rispetto ai decenni appena trascorsi, fino a un principio di stabilizzazione nel 2050. Se tali stime si rilevassero esatte, Bahrain, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Qatar ospiterebbero assieme una popolazione superiore ai venticinque milioni, di cui quindici nei soli Emirati Arabi Uniti.

 

Questo processo ha portato nei Paesi arabi del Golfo alla formazione di alcune tra le società più multiculturali al mondo. Storicamente questi territori hanno ospitato comunità provenienti da regioni quali la Persia o la costa orientale dell’Africa, ma nulla di paragonabile al caleidoscopio di popoli che oggi caratterizzano questi Paesi. In particolar modo, le comunità più consistenti provengono dal subcontinente indiano (India, Pakistan, Nepal), seguite da altri Paesi asiatici e arabi (Filippine, Egitto, Giordania) e da comunità di occidentali di dimensioni non trascurabili. Anche il quadro religioso si è fatto decisamente più sfaccettato rispetto ad altri Paesi arabi costituiti da una percentuale schiacciante di musulmani sunniti, caratteristica che, fatta eccezione per il Bahrain a maggioranza sciita, segnava anche i Paesi arabi del Golfo prima del boom migratorio. Oggi, i Paesi arabi del Golfo ospitano in particolar modo nutrite comunità cristiane e indù e sebbene l’Islam sunnita continui a rappresentare un elemento culturale cardine nella struttura sociale, politica, economica e legislativa di queste aree, i Paesi arabi del Golfo sono noti per essere, pur con le loro specifiche peculiarità, tra i più liberali del mondo arabo-islamico ‒ dall’emirato di Dubai, particolarmente aperto, al più conservatore Qatar.

 

Occorre pertanto chiedersi quali decisioni politiche stiano alla base della scelta di abbracciare questo profondo mutamento demografico. Nonostante i numeri decisamente impressionanti, il fenomeno migratorio in questi Paesi è strettamente gestito e controllato dai rispettivi governi. I flussi migratori causati da crisi di varia natura, infatti, non sembrano influenzare particolarmente le agende di questi Paesi in merito a chi far entrare e in quali numeri, anche se interessano persino popoli “fraterni” come quello siriano. Per quanto possa apparire paradossale secondo uno sguardo occidentale, le ragioni che hanno portato all’arrivo in massa di migranti in questi Paesi sono squisitamente nazionalistiche e riconducibili al patto sociale informale tra i cittadini e gli autocrati che li governano.

 

Alla base della stabilità interna dei Paesi arabi del Golfo sta la capacità da parte dei governi locali di ripartire, sotto forma di benefit di varia natura, i dividendi della poderosa crescita economica tra i cittadini “di sangue”. Per questa ragione, molti cittadini emiratini, qatarioti, bahrainiti e kuwaitiani lavorano all’interno della burocrazia statale o, in generale, a mansioni che garantiscono un tenore di vita tra i più alti al mondo. Ottenere questo risultato tuttavia significa dover cercare altrove le maestranze per sostenere tale benessere economico, a partire dall’adempimento delle mansioni di basso livello in settori quali l’edilizia o i servizi. Ecco che la migrazione si rivela la sola via percorribile al fine di garantire crescita economica e, quindi, stabilità interna.

 

Pertanto, la presenza dei migranti in questi Paesi è vista come transitoria e del tutto funzionale a specifici obiettivi economici; una visione in coerenza con l’immagine che questi Paesi vogliono dare di sé quali hub d’interscambio a livello globale. Poco importa, che si tratti del professionista pagato a peso d’oro o dell’ultimo dei manovali; la struttura sociale di questi Paesi fa sì che restino in un qualche modo dei corpi estranei facili da inserire o rigettare in base alle necessità. Di recente, per esempio, si sta facendo strada negli Emirati Arabi Uniti il concetto di “emiraterizzazione”, ossia privilegiare giovani emiratini disoccupati rispetto ai migranti anche per lavori non di alto livello. Purtroppo, è proprio questa concezione strettamente economica rispetto alla questione migratoria che ha portato alle ormai note sistematiche violazioni dei diritti più elementari per migliaia di lavoratori migranti impegnati in lavori di bassa manovalanza. Un fenomeno che sta lentamente cambiando solo per timore di perdere importanti rapporti commerciali, soprattutto verso l’Occidente, piuttosto che per un sincero timore da parte dei governi locali nei confronti dei lavoratori sfruttati.

 

L’esplosione demografica è stata innanzitutto una necessità per raggiungere le ambizioni economiche che i Paesi arabi del Golfo si erano posti con l’indipendenza e, soprattutto, con la scoperta dei giacimenti di idrocarburi. Senza i migranti, questi Paesi non avrebbero potuto neanche avvicinarsi ai livelli di sviluppo che oggi possono vantare. Ciò nonostante, i Paesi arabi del Golfo sembrano certi di poter mantenere ai margini questa componente così essenziale, sicuri che basti il solo ascendente economico a garantire che milioni di uomini e donne vengano a lavorare, spesso in condizioni precarie e poi tornarsene a casa come se nulla fosse accaduto. Eppure, durante la prima guerra del Golfo, il Kuwait scoprì che, al proprio interno, centinaia di migliaia di migranti e discendenti di migranti palestinesi parteggiavano per l’Iraq di Saddam Hussein. Ciò ha portato il Paese a espellerne in gran numero e a rimpiazzarli con lavoratori di altre nazionalità. Eppure, una così spregiudicata strategia d’ingegneria sociale nell’accogliere e rigettare masse così ampie di persone potrà sempre funzionare? Oppure si presenteranno delle falle, o magari son già presenti nel sistema, tali da mettere a rischio la tenuta della gestione migratoria e, di conseguenza, la tenuta di questi stessi Paesi? Si tratta di un’altra delle scommesse ad alto rischio che questi Paesi stanno portando avanti in una rincorsa al rilancio globale che vede, come posta in palio, la loro stessa esistenza.

 

Immagine: Uomini dell’Asia meridionale giocano a carte e riposano tra i turni, in un campo di lavoro nella città di Sharjah, 10 km a nord-est di Dubai, Emirati Arabi Uniti (9 maggio 2006). Crediti: Rob Crandall / Shutterstock.com

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