11 maggio 2020

La sentenza tedesca che fa vacillare l’eurozona

 

Una antica storiella morale tedesca, resa celebre da Bertolt Brecht, racconta di Arnold, un povero mugnaio del Brandeburgo che, stanco delle vessazioni di un barone locale, lo contrasta con gli strumenti della legge. «C’è un giudice a Berlino», dice il protagonista e, alla fine, riesce a salvare il suo mulino. Anche nella nostra vicenda c’è un giudice (che sta a Karlsruhe), poi ce n’è un altro ‒ che sta in Lussemburgo ‒ e, potenzialmente, ce ne sono altri ventisei, che stanno a Roma, Parigi, Madrid, Copenaghen e in tutte le altre capitali europee.

 

L’avventura di Arnold serve a spiegare un concetto abbastanza semplice: nessuno, nemmeno il sovrano più potente o l’istituzione più complessa, è al di sopra della legge.

Quando le leggi sono due, potenzialmente di egual valore, però iniziano i problemi.

 

La sentenza letta il 5 maggio 2020 dai giudici di Karlsruhe è solo l’ultimo, forse il più importante, tassello di un mosaico che la Bundesverfassungsgericht sta costruendo ormai da qualche anno, tutto incentrato su una interpretazione molto tedesca del rapporto tra Corte di giustizia dell’Unione Europea (CGUE) e Corti nazionali. Secondo i togati della Repubblica Federale, l’Unione Europea non si basa su forme di diritto primario (come le Costituzioni nazionali, per intenderci), ma nasce grazie a una delega concessa dagli Stati membri definita dai Trattati. L’ordinamento costituzionale nazionale, insomma, rimane sempre superiore a quello europeo e, secondo questo approccio, gli Stati possono in ogni momento ridefinire il livello di cessione di sovranità concesso all’Unione. Il tutto, ovviamente, senza pregiudicare il ruolo della CGUE come interprete di ultima istanza del diritto europeo.

Questa interpretazione, naturalmente, non è scevra di importanti risvolti politici e spiega perché i governi tedeschi ‒ tutti ‒ abbiano sempre soppesato con grandissimo rigore qualsiasi nuova competenza europea evitando ‒ per quanto possibile ‒ di estendere il ruolo di Commissione e Parlamento, ma contribuendo, va detto, con una certa creatività amministrativa, alla creazione di strumenti sempre nuovi sebbene con una caratteristica di fondo abbastanza comune: la preminenza dei governi rispetto alle istituzioni comunitarie.

 

Nello specifico la sentenza ‒ che metteva in dubbio la legittimità delle operazioni di politica monetaria della Banca centrale europea (BCE) ‒ era sollecitata da un gruppo abbastanza variegato di cittadini, associazioni e politici tedeschi che, in estrema sintesi, non hanno mai digerito la gestione della Banca centrale europea di Mario Draghi e, in particolare, il “whatever it takes”, considerato come uno scippo all’operosa pensionata della Turingia perpetrato dai pigri e spendaccioni Paesi del Sud. Non sfugge che perplessità affini, anche se molto più circostanziate, sono state ‒ con vari gradi di conflittualità ‒ espresse anche da Jens Weidmann e Wolfgang Schauble, i due maggiori custodi dell’ortodossia ordoliberista tedesca.

La Corte, come previsto, non ha ritenuto di pronunciarsi sul ruolo della BCE ‒ che in quanto istituzione europea ricade sotto la giurisdizione della CGUE ‒, ma si è mossa su un piano diverso, chiedendo che la Banca fornisca entro tre mesi un rapporto dettagliato in grado di dimostrare la proporzionalità e l’effettiva urgenza delle misure applicate. Nel caso in cui decida di non rispondere o la risposta venga giudicata non soddisfacente, la Bundesbank (BuBa) ‒ che in quanto istituzione tedesca, invece, è chiaramente soggetta alle sentenze della Bundesverfassungsgericht ‒ non potrà più partecipare alle operazioni proposte da Christine Lagarde. Un quadro di questo tipo, appare chiarissimo, metterebbe a serio rischio la tenuta finanziaria dell’eurozona e, con tutta probabilità, segnerebbe in maniera definitiva la rottura dell’area euro.

 

A questo punto la partita però si ingarbuglia: se la BCE, entro i prossimi tre mesi, presenterà alla Germania le giustificazioni richieste (non ha importanza se verranno accettate o meno) di fatto segnerà la fine della sua indipendenza ‒ prevista per statuto ‒ nonché l’autonomia delle istituzioni europee rispetto al diritto nazionale; se non lo farà si assumerà il rischio, notevole da solo, prossimo al criminale in mezzo a una pandemia, di costringere la BuBa a ritirarsi dal programma di acquisto dei titoli pubblici. Dopotutto Jens Weidmann e tutti i suoi collaboratori sono cittadini tedeschi e non dar seguito a una sentenza della Corte costituzionale è, ovviamente, un reato molto grave.

Nel mezzo di questo stallo alla messicana si ritrovano i Paesi meno solidi sul fronte finanziario, come l’Italia, ma soprattutto rischia di finirci l’intera Unione.

 

Sempre nella sentenza, infatti, i giudici costituzionali tedeschi non si limitano a mettere in dubbio la partecipazione ‒ ampia ‒ delle istituzioni tedesche ai programmi europei, ma getta del sale su un’altra ferita, ovvero il rapporto tra CGUE e le Corti costituzionali (o i loro equivalenti nei Paesi di common law). Karlsruhe ritiene che la sentenza del 2018 con cui la Corte di giustizia Europea ha sancito, in misura si credeva finale, la legittimità dell’operato della BCE, non solo sia discutibile ma sia addirittura ultra vires, ovvero al di la dei poteri legalmente riconosciuti alla CGUE e, dunque, nulla nei suoi effetti. Occorre stare molto attenti, i giudici tedeschi non contestano la decisione finale, ma, addirittura, non ne riconoscono la procedura, di fatto mettendo una carica di tritolo sotto la colonna portante dell’intero edificio europeo.

 

Il crinale su cui si muove la Corte di Karlsruhe è ripidissimo ed esula dal mero contenzioso giurisprudenziale. Seguito fino in fondo ci porta al solito, gigantesco, irrisolto europeo: la sovranità. La Bundesverfassungsgericht ci ha dato una risposta molto chiara, secondo la Germania è dagli Stati che promana la legittimità dell’intera Unione Europea, secondo la CGUE e una giurisprudenza abbastanza consolidata ‒ soprattutto di matrice italiana e francese ‒, invece, Bruxelles ha una sua autonomia che non può essere ridotta da qualsiasi delibera nazionale.

Nello scontro tra Corti si riverbera, dunque, l’annoso dibattito tra metodo comunitario e metodo intergovernativo, tra Europa federale ed Europa degli Stati, tra governi e istituzioni europee. In questo senso il colpo vibrato da Karlsruhe si propagherà molto velocemente anche al di fuori della Germania: il viceministro della Giustizia polacco si è già fregato le mani, spiegando che la sentenza «fa precedente» e che la Polonia ne trarrà le dovute conseguenze, presupponendo nuovi e probabilmente non entusiasmanti sviluppi della querelle tra Varsavia e la Commissione europea riguardo il rispetto dello Stato di diritto. A Bruxelles, per ora, sembra prevalere la linea dura, Corte, BCE e Commissione europea (che, non dimentichiamolo, è presieduta da una cittadina tedesca) hanno rilasciato comunicati stampa molto rigidi, ricordando le prerogative delle istituzioni e non cedendo di un millimetro davanti alle richieste tedesche. Le pubbliche relazioni, però, almeno per ora non fanno giurisprudenza e la Bundesverfassungsgericht non sembra intenzionata a fare passi indietro. Con tutta probabilità nei prossimi mesi, pandemia permettendo, Angela Merkel e Ursula von der Leyen saranno impegnate in un delicatissimo lavoro di raccordo e compromesso che permetterà a tutte le parti in causa (termine non scelto a caso) di uscirne salvando faccia e legittimità. Alzando lo sguardo dal contenzioso in corso, però, non si può fare a meno di rilevare un generale ritorno degli Stati al centro della scena decisionale europea: mentre Consiglio, Eurogruppo e, adesso, le Corti costituzionali conquistano sempre nuovi pezzetti di sovranità, le istituzioni si trovano sotto attacco da più fronti, spesso senza saper reagire. Tra queste CGUE e BCE sono quelle con maggiori poteri nonché le più autonome ed autorevoli. Sapranno resistere all’attacco sferrato dai giudici tedeschi? Per ora non ci è dato saperlo ma, in ogni caso, derubricare questa vicenda a una mera contesa tra legulei sarebbe sbagliato e miope.

 

Immagine: Da sinistra, Christine Lagarde e Ursula von der Leyen, Bruxelles, Belgio (1 dicembre 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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