21 maggio 2018

La sfida del nuovo governo catalano

Al momento della sua elezione, il 14 maggio, il nuovo presidente della Catalogna Quim Torra si era mostrato disponibile a un confronto senza condizioni con il governo spagnolo di Mariano Rajoy, che a sua volta, almeno formalmente, aveva avuto parole di apertura. Ma il clima disteso è durato pochi giorni. Sabato 19 maggio Quim Torra ha presentato il nuovo governo catalano che dovrebbe consentire di superare la situazione di commissariamento della Generalitat de Catalunya determinatasi dopo la dichiarazione unilaterale di indipendenza.

Dopo che è stata resa nota la lista dei membri del suo esecutivo, definita «una provocazione» dal governo di Madrid, l’atmosfera dialogante è immediatamente evaporata. Quattro dei nuovi ministri sono sotto processo per il referendum di autodeterminazione considerato illegale dalle autorità spagnole. Due sono in carcere (Jordi Turull, consigliere per la Presidenza e Josep Rull, Territorio e sostenibilità) e due si trovano in esilio a Bruxelles (Antoni Comín, Sanità, e Lluís Puig, Cultura).

Naturalmente, Torra era ben cosciente dell’effetto che le sue scelte avrebbero avuto, ma questo orientamento era fortemente iscritto nella situazione che ha preceduto la sua elezione e nella sua stessa biografia politica. Alle elezioni di dicembre gli indipendentisti, nelle loro diverse posizioni, avevano ottenuto poco meno della maggioranza dei voti e poco più della maggioranza dei seggi. Infatti, la lista che aveva ottenuto più seggi era l’unionista Ciutadans, ma Junts per Catalunya, dell’ex presidente Carles Puigdemont con trentasei deputati, Esquerra republicana, la sinistra dell’ex vicepresidente Oriol Junqueras che ne aveva ottenuti trenta, e la Candidatura d’unitat popular, forza di sinistra radicale, con i suoi preziosi quattro eletti, consentivano agli indipendentisti di avere la maggioranza del Parlamento catalano, con settanta consiglieri su centotrentacinque.

Su questa base, in modo travagliato, si è arrivati dopo cinque mesi di trattative e ripensamenti, all’elezione di Torra, avvocato ed editore in lingua catalana, considerato molto vicino a Puigdemont. Torra è stato eletto a maggioranza semplice con sessantasei voti a favore e sessantacinque contrari, grazie all’astensione dei quattro deputati della sinistra radicale. Nel discorso con cui accettava la candidatura Torra aveva rivendicato l’esito del referendum indipendentista, inneggiato alla repubblica catalana e ricordato i detenuti e gli esiliati. Le sue scelte nella formazione del governo non devono quindi sorprendere. Adesso Madrid deve decidere se provare ad aprire un canale di dialogo oppure continuare con una linea intransigente, non riconoscendo il nuovo esecutivo e provando a prorogare il commissariamento.

 

Crediti immagine: da Darz Mol [GFDL (http://www.gnu.org/copyleft/fdl.html), CC-BY-SA-3.0 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/) o CC BY-SA 2.5 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], attraverso Wikimedia Commons


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