20 gennaio 2021

La sinistra cilena e la nuova Costituzione

Per 40 anni la sinistra e il centro progressista del Cile hanno combattuto per porre fine alla Costituzione introdotta nel 1980 dalla dittatura civile-militare guidata dal generale Augusto Pinochet per 17 anni. La Carta era stata redatta da un piccolo gruppo di giuristi di destra, senza la partecipazione né di partiti politici né di cittadini, e approvata in un oscuro referendum. Sanciva il neoliberalismo in un modo che non era stato mai conosciuto nella storia del capitalismo, mettendo all’angolo lo Stato e permettendo al settore privato di rilevare l’istruzione, la sanità, le pensioni, l’acqua, i trasporti, le ricchezze minerarie, i porti e tutto ciò che poteva essere privatizzato, comprese le industrie costruite con l’impegno di tutti i cileni.

 

La Costituzione di Pinochet, sebbene riformata più volte, ha mantenuto finora l’impronta del neoliberismo, che si riflette nel sistema economico e in particolare nell’istruzione superiore: le università. La principale e più antica di queste, l’Università del Cile, che manteneva sedi nelle più importanti città del Paese e formava i professori, è stata ridimensionata per lasciare il posto a università private che, con poche eccezioni, sono diventate un luogo di compravendita di titoli gestito da diversi gruppi economici.

 

L’esplosione sociale del 18 ottobre 2019, che ha mobilitato milioni di cileni in tutto il Paese, sembrava essere l’inizio della fine del neoliberismo, perché ha fatto sì che il governo e la destra cedessero e permettessero lo svolgimento del plebiscito del 25 ottobre dello scorso anno, in cui il 78,27% di coloro che hanno votato, lo ha fatto per una nuova Costituzione. Allo stesso modo, il 78,99% ha deciso che la Convenzione costituzionale (Assemblea costituente) fosse composta al 100% da membri eletti e legata al rispetto di un equilibrio di genere, ossia che fosse composta per metà da donne. Tutto ciò è sembrato avviare verso un ordinato processo di elezione dei delegati costituenti, che saranno votati l’11 aprile, fino a quando l’intero percorso non è stato messo in ombra dalla chiusura delle liste del Servizio elettorale, l’11 gennaio scorso. Mentre i diversi gruppi di destra sono stati in grado di mettere da parte le loro differenze e presentare un’unica lista, con il centro-sinistra e la sinistra più dura questo non è accaduto.

 

Il centro-sinistra comprende la Democrazia cristiana, il Partito socialista, il Partito per la democrazia, il Partito radicale e altri gruppi minori, che non sono riusciti a raggiungere un accordo su una sola lista comune con il Partito comunista, la Rivoluzione democratica e altri piccoli partiti. Mentre la destra si presenta con un unico elenco di candidati, i settori dell’opposizione ne hanno registrati due, ai quali vanno aggiunte le liste costituite dagli indipendenti, da alcune corporazioni e da altre associazioni. La minaccia che incombe sulla nuova Costituzione è legata al fatto che, in base agli accordi raggiunti il 15 novembre 2020, vi è la regola che prevede che i nuovi provvedimenti debbano essere approvati dai 2/3 dei delegati costituenti. La notte in cui i negoziati sono stati chiusi, il Partito comunista era assente perché in disaccordo con tale disposizione. Questo è stato uno degli ostacoli per il raggiungimento di un’ampia intesa che mettesse da parte le visioni di partito e rispondesse all’immensa maggioranza che ha votato nel plebiscito per una nuova Costituzione.

 

Oggi ci troviamo di fronte alla dura realtà, che rende molto difficile raggiungere i 2/3 a causa della dispersione dei candidati a sinistra, favorendo così la destra, che non vuole cambiamenti sostanziali. I partiti politici dell’opposizione non sono riusciti a farsi rappresentanti del grande messaggio inviato dai cittadini. Per quasi tre mesi si sono persi in discussioni interne, ritrovandosi ostaggio dell’ambizione di ogni partito di candidare i propri membri. L’interesse dei cittadini è stato evidente, con un totale di 3.339 persone che si sono iscritte come candidati, di cui 2.213 indipendenti, per soli 155 seggi alla Convenzione costituzionale. Ogni partito ha presentato le sue carte migliori, alcuni ministri e autorità governative si sono dimessi dalle loro cariche per potersi candidare, e lo stesso è stato fatto sia dai parlamentari di maggioranza che da quelli dell’opposizione.

 

L’impossibilità di raggiungere un accordo tra le forze dell’opposizione ha a che fare anche con quanto accaduto nei 24 anni in cui ha governato il centro-sinistra, e nonostante le luci siano molto più numerose, oggi le ombre sembrano pesare maggiormente sui settori più difficili. Dalle accuse reciproche che vengono mosse sono emersi vecchi rancori che si possono sintetizzare nella colpa di aver accettato l’economia neoliberale, e con essa le privatizzazioni, che non si sono fermate, la difesa del dittatore quando è stato arrestato a Londra o l’adeguamento al modello imposto in cambio di vantaggi, tra cui quello di aver governato per 24 anni.

La destra sa cosa c’è in gioco e così, nonostante le enormi differenze, ha serrato i ranghi e si è compattata per presentare una lista comune. Sono pienamente consapevoli di essere una minoranza e che le elezioni di aprile sono cruciali per preservare parte di ciò che considerano il proprio mondo; per questo non possono disperdere i loro voti. È probabile che otterranno ancora una volta una rappresentanza maggiore della loro reale forza nella società cilena. La sinistra, intanto, immersa nelle sue liti, si troverà pienamente consapevole dei suoi errori solo il giorno dopo il voto, quando sarà troppo tardi e la destra avrà sicuramente la forza necessaria per negoziare o porre il veto agli accordi.

Solo una reazione eccezionale potrebbe evitare una vittoria della destra. Un movimento di cittadini di grandi proporzioni in grado di portare gli elettori alle urne e concentrare i voti sulle due liste che rappresentano quasi l’80% della popolazione che ha votato a favore di una nuova Costituzione, le stesse che hanno marciato nei giorni storici dell’ottobre 2019 scuotendo dal torpore le città del Cile.

 

Immagine: Manifestanti in Plaza de Italia, Santiago, Cile (23 ottobre 2019). Crediti: abriendomundo / Shutterstock.com

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