19 gennaio 2021

La strada stretta e impervia di Joe Biden

Si avvicina la data dell’inaugurazione e Biden inizia a presentare le sue prime azioni da presidente. La leggenda secondo la quale tutto si gioca nei primi cento giorni è, appunto, nulla più di una leggenda; ma le prime settimane di una nuova presidenza hanno una valenza forte, simbolica e politica: servono per comunicare priorità e approcci; mostrano, nell’iter di conferma al Senato, se le nomine di funzionari e membri del gabinetto siano state accorte e complete; definiscono l’agenda legislativa e gli ambiti di confronto (e scontro) al Congresso.

Biden ha reso chiaro su cosa si concentrerà inizialmente la sua azione esecutiva. E ha delineato i contorni di un nuovo, massiccio piano d’investimenti federali per rispondere al combinato disposto, e micidiale, di emergenza sanitaria e di crisi economica. Proviamo a guardarci dentro questo programma del nuovo presidente, per comprenderne i contenuti, le matrici e, anche, le contraddizioni.

Da quanto sta emergendo, Biden intende usare i primi giorni (addirittura le prime ore) post-20 gennaio per promulgare una serie di ordini esecutivi finalizzati a rovesciare le politiche di Trump e, in taluni casi, a rilanciare e rafforzare quelle dei due mandati obamiani. Dalle anticipazioni che abbiamo, questi decreti presidenziali: a) annulleranno il Travel ban prodotto da una serie di ordini esecutivi di Trump che impediva (o rendeva estremamente difficile) l’ingresso negli USA di cittadini di una serie di Paesi dove la popolazione è a maggioranza musulmana; b) riporteranno gli Stati Uniti dentro gli accordi sul clima siglati a Parigi nel 2015; c) estenderanno e rafforzeranno la sospensione degli sfratti e dei pagamenti dei debiti degli studenti universitari introdotta durante la pandemia; d) imporranno l’obbligo di portare le mascherine nelle proprietà federali e nel trasporto interstatale; e) rovescieranno le misure che l’ultima amministrazione ha introdotto contro la riforma sanitaria di Obama, con l’obiettivo ultimo d’introdurre la public option: un’assicurazione sanitaria pubblica in competizione con quelle private, capace di calmierare i prezzi delle polizze o di surrogarne l’assenza in quelle parti di Paese dove un mercato aperto e competitivo non si è mai formato.

Altre azioni – dall’istruzione alla lotta alla discriminazione razziale – sono già annunciate in un profluvio di ordini esecutivi che scandiranno i primi giorni di presidenza e dovranno poi essere integrate e completate da un nuovo stimulus: un imponente piano d’investimenti federali, appunto, per far fronte alle difficoltà correnti. Anche di questo stimulus – che necessita però di un’approvazione congressuale – abbiamo i contorni essenziali: quasi 2.000 miliardi di spesa; assegni di 1.400 dollari (in aggiunta ai 600 stanziati prima di Natale) per individui e famiglie che stanno sotto una certa soglia di reddito (per il momento 75.000 dollari di reddito individuale, 150.000 familiare, con un contributo aggiuntivo per ogni figlio fino a un massimo di due, e una graduale riduzione di contributo per chi supera quelle soglie); indennità di disoccupazione (400 dollari a settimana); forte investimento (170 miliardi di dollari) per la riapertura delle scuole; trasferimento di risorse a governi statali e municipali, che in conseguenza della crisi hanno visto una pesante riduzione del gettito fiscale e quindi delle loro risorse; finanziamento di un piano rapido di vaccinazione nazionale; rafforzamento delle risorse disponibili per pagare congedi per malattia; infine, estensione del salario minimo federale a 15 dollari orari contro gli attuali 7,25.

Semplificando molto, vi è un triplice messaggio dietro a questi primi annunci di Biden. Si comunica innanzitutto al mondo il desiderio di chiudere con gli anni della parentesi unilateralista (e ipernazionalista) di Trump: di voler rimettere gli USA al centro di un ambizioso design multilateralista e internazionalista che dal clima al commercio alla sicurezza possa rilanciare forme di collaborazione e governance globale nelle quali il ruolo attivo degli USA è imprescindibile. Si mostra al Paese l’intenzione sia di rispondere in maniera più aggressiva all’attuale crisi sia di dare risposta a richieste di protezione e giustizia sociale che sono peraltro politicamente trasversali, come hanno dimostrato i recenti referendum, anche in Stati repubblicani, sull’espansione della sanità pubblica (Medicaid) o sul salario minimo. E si sottolinea alla galassia – composita, eterogenea e non di rado litigiosa – del partito e degli elettori democratici la volontà di dare corso a un’agenda di governo ambiziosa e progressista, capace di accogliere anche alcune istanze centrali per la sinistra.

Quali i problemi, i limiti e i dilemmi di questo programma? Anche in questo caso ne possiamo succintamente indicare tre, tra loro strettamente intrecciati.

Il primo rimanda alla forma: a come si governa e ai problemi – di democraticità e di efficienza – che ne conseguono. Il secondo ai contenuti e al rischio che talora si pensi di poter rispondere alla grossolana demagogia di Trump con una contro-demagogia, per quanto di grana più fina. Il terzo alla praticabilità di alcuni dei più importanti di questi provvedimenti.

Come si è detto, vi sarà un barrage di ordini esecutivi, accompagnati dall’immancabile messe di indicazioni attuative alle agenzie federali competenti. Un approccio esecutivo-burocratico per certi aspetti imposto dalla necessità di agire rapidamente, ma condizionato anche dalla difficoltà di dare codificazione legislativa a misure che trovano forte opposizione al Congresso, ancor più con le flebilissime maggioranze di cui dispongono i democratici in questa legislatura (un pareggio di fatto al Senato e lo scarto minore degli ultimi 20 anni alla Camera). Con un’evidente problema di legittimità democratica, che il Congresso viene quindi in parte escluso; e con uno ancora maggiore di efficienza, che questi provvedimenti sono più facilmente contestabili per difetto costituzionale a livello statale (a maggior ragione con un sistema di corti trasfigurato dalle nomine di Trump) e lasciano comunque un’eredità politica debole, facilmente rovesciabile da un cambio di amministrazione.

I contenuti possono essere a loro volta problematici, come anche questo nuovo stimulus in fondo ci mostra, in particolare laddove si distribuisce cash anche a individui o famiglie con redditi medio-alti o non intaccati dalla crisi, con effetti di inequità (meglio sarebbe rafforzare la parte destinata ai sussidi di disoccupazione o alle piccole imprese in crisi, ad esempio) e impatto (la propensione a spendere, e non a risparmiare, queste risorse tende a calare all’aumentare del reddito con evidenti effetti sul moltiplicatore).

La praticabilità, infine. Lo stimulus, come altre misure successive, dovrà passare attraverso le forche caudine del Congresso e, soprattutto, del Senato, con le sue regole e le supermaggioranze (60 senatori su 100) che esse spesso impongono per passare molti provvedimenti. I repubblicani già affilano le armi, consapevoli di poter mettere in forte difficoltà Biden, grazie ai numeri di cui dispongono e ponendo sotto i riflettori la coperta troppo corta dei democratici: compromessi bipartisan risultano indigesti, e forse inaccettabili, alla sinistra; provvedimenti a forte contenuto progressista potrebbero essere impossibili da ottenere (anche perché vi sono alcuni democratici conservatori, come il senatore Manchin della West Virginia, risolutamente contrari). Certo, fa effetto vedere i repubblicani invocare oggi la responsabilità fiscale e lo spauracchio dei conti pubblici in sofferenza, dopo avere accettato con Trump deficit, prepandemia e in fase di forte crescita economica, che hanno sfiorato il 5% del PIL. Ma è ormai da Reagan che i repubblicani sono il partito del deficit (e, evidentemente, dei doppi standard a seconda se stiano o meno alla Casa Bianca) e questo improvviso irrigidimento era ampiamente prevedibile.

È insomma una strada molto stretta e complicata quella che Biden si avvia a intraprendere. Forse, l’atteggiamento apertamente eversivo del suo predecessore gli ha donato un piccolo capitale politico che il presidente eletto sta cercando di usare rapidamente e al meglio. Anche perché – nell’America fragile e iperpolarizzata di oggi – non è destinato a durare.

 

                            TUTTI GLI ARTICOLI DEL PROGETTO ATLANTEUSA2020

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0