10 maggio 2018

La strategia cinese nella penisola coreana

Qualunque sia il futuro che attende la penisola coreana, il 27 aprile 2018 è destinato a rimanere una data storica (per la penisola e per il mondo intero) e il merito sarà stato anche della Cina (RPC), e di Xi Jinping in particolare, quello stesso Xi che solo qualche mese fa, all’indomani dell’esplosione del sesto test nucleare, aveva scelto di optare per la linea dura, nella profonda convinzione che la Corea del Nord, da ‘cuscinetto’ stava trasformandosi in un vero e proprio ‘fardello’ strategico, mettendo sempre più a rischio l’immagine e la reputazione del suo Paese.

Se è vero che le scene dell’incontro tra Kim Jong-un e Moon Jae-in hanno riempito le pagine di tutti giornali e occupato le prime notizie di tutti i telegiornali per diversi giorni, quelle relative all’incontro tra Kim e il presidente cinese Xi Jinping dello scorso marzo (e ripetute poche ore fa) non sono state da meno. A ben vedere, infatti, il consolidarsi del rapporto personale tra Kim e Xi ha avuto lo scopo di preparare il terreno per i futuri incontri (che nel frattempo erano già stati annunciati) tra il leader nordcoreano e il suo omologo sudcoreano, fissato per la fine di aprile, e tra Kim Jong-un e Donald Trump, previsto entro la fine di maggio, lanciando a Washington un messaggio inequivocabile, ovvero che la soluzione della questione coreana passa per Pechino, dopo che gli sviluppi degli ultimi mesi sembravano averla marginalizzata.

Al contempo, le visite di Kim, prima a Pechino e poi a Dalian, hanno contribuito a porre fine ad una ‘anomalia’ che aveva palesato lo scollamento dei rapporti tra i due alleati, già all’indomani dal cambio della guardia in entrambi i Paesi, sebbene tale processo abbia avuto una lunga gestazione, coincidente con l’avvio della politica di ‘riforma e apertura’ (gaige kaifang) nella Cina di Deng Xiaoping. Finora, infatti, i due non si erano ‘volutamente’ mai incontrati. Nel 2014, Xi Jinping, rompendo una tradizione consolidata, si era recato a Seoul dalla allora presidente sudcoreana, Park Geun-hye, diventando così il primo capo di Stato cinese a visitare la Corea del Sud prima della Corea del Nord; Kim Jong-un, che fino ad ora non aveva mai varcato i confini del suo Paese, era atteso in Cina nel settembre del 2015, in occasione dei festeggiamenti per il settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale, e in diverse occasioni ha intenzionalmente ignorato gli emissari cinesi inviati da Pechino. Con il suo viaggio ‘segreto’ nella capitale cinese alla fine di marzo, Kim ha rimediato a questa anomalia, omaggiando finalmente il suo grande (e pressoché unico) alleato, definendo la sua visita come un dovere solenne e accettandone i consigli (nel rispetto almeno formale della tradizione), come si evince dalle immagini trasmesse dalla TV di Stato cinese in cui il ‘giovane’ Kim appare intento a prendere appunti mentre il ‘saggio’ Xi parla – in netto contrasto con la propaganda nordcoreana che mostra di continuo immagini di anziani dignitari che registrano ogni singola parola pronunciata dal loro leader.

In questo senso il summit pechinese che ha consentito ad entrambi i protagonisti di incassare un ottimo risultato – elevando Kim sul palcoscenico internazionale e restituendo alla Cina un ruolo centrale nelle trattative diplomatiche sulla penisola coreana – ha senz’altro contribuito a innescare una dinamica positiva, e non appare esagerato ritenere che Pechino abbia avuto un ruolo fondamentale nel facilitare l’attuale fase di ‘disgelo’ tra le due Coree. Appare evidente, infatti, come la strategia cinese, nella sua coerenza e linearità, alla fine sia risultata vincente.

Per quanto i test nucleari e missilistici effettuati da Pyŏngyang, a partire dalla seconda metà degli anni Duemila, abbiano contribuito a mettere in discussione il ruolo e le capacità di condizionamento del regime cinese nei confronti della Corea del Nord, rendendo oltremodo evidente la crescente insofferenza del governo di Pechino di fronte al comportamento schizofrenico, ma del tutto razionale, del suo recalcitrante vicino, che si è tradotto in un crescendo di apprensione e di indignazione, anche nell’opinione pubblica cinese, nei fatti la Cina ha continuato a puntellare il regime di Pyŏngyang, al fine di preservare lo status quo nella penisola coreana, nella piena consapevolezza che un eventuale collasso del regime nordcoreano avrebbe effetti ben più disastrosi di qualsiasi altra soluzione.

In questo senso la RPC è sempre rimasta ferma nella sua politica cosiddetta dei ‘tre no’ verso Pyŏngyang – ‘no alla guerra, no all’instabilità, no agli armamenti nucleari’ (buzhan, buluan, huhe) – e, sebbene abbia sostenuto e votato tutte le risoluzioni di condanna adottate dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU in risposta ai test nucleari, si è in genere opposta all’inasprimento delle sanzioni da parte degli Stati Uniti e ha trovato il modo di aggirare anche quelle che la stessa Cina aveva votato, eccezion fatta per l’ultimo periodo, quando, in seguito al sesto test nucleare del 3 settembre scorso, ha deciso per la linea dura – imponendo, già poche settimane dopo, un tetto alle esportazioni di greggio verso Pyŏngyang e la chiusura, entro quattro mesi, di tutte le imprese nordcoreane, comprese quelle in joint venture con gruppi locali – proprio al fine di evitare un peggioramento delle condizioni della Corea del Nord che potessero in qualche modo favorirne un’implosione. Un evento di tal fatta avrebbe, infatti, conseguenze disastrose per Pechino, sotto molteplici punti di vista, a partire da quello umanitario, che vedrebbe milioni di nordcoreani in fuga verso la Cina, per finire con quello geopolitico.

Ad una implosione del regime nordcoreano potrebbe fare seguito una riunificazione delle due Coree sotto l’egida di Seoul (e sotto la protezione di Washington) che prenderebbe possesso dell’arsenale nucleare e chimico della Corea del Nord, rompendo così il cuscinetto strategico tra la Cina e gli USA. Un tale ragionamento è utile per meglio comprendere la strategia di Pechino nella penisola che punta a mantenere lo status quo, riprendere i ‘dialoghi a sei’ (in fase di stallo dal 2009) e raggiungere nel lungo periodo la stabilizzazione dell’area, attraverso una ‘doppia sospensione’: l’interruzione dei test nucleari e balistici da parte di Pyŏngyang; l’interruzione delle esercitazioni militari congiunte da parte di Seoul e Washington.

Con l’invito di Xi a Kim Jong-un, la Cina ha inteso dunque riaffermare la sua centralità nella questione nordcoreana, scongiurando ‘definitivamente’ il pericolo di un conflitto alle porte di casa, che negli ultimi mesi del 2017 sembrava essere diventato sempre più probabile; al contempo è riuscita nell’intento di condizionare l’agenda dei successivi incontri del leader nordcoreano, salvaguardando gli interessi del Paese e mettendo in sicurezza la sua reputazione.

 

Crediti immagine: da Roman Harak (North Korea - China friendship) [CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0)], attraverso Wikimedia Commons


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