22 ottobre 2020

La strategia nazionale USA per le tecnologie critiche ed emergenti

 

La recente pubblicazione da parte dell’amministrazione statunitense di una Strategia nazionale per le tecnologie critiche ed emergenti mostra la profondità del conflitto degli Stati Uniti con la Cina, che ha proprio nella tecnologia un’arena decisiva. Questo documento degli Stati Uniti si mette nel solco della Strategia di sicurezza nazionale pubblicata dall’amministrazione Trump nel 2017, che ha teorizzato l’equivalenza tra sicurezza nazionale e sicurezza economica. E soprattutto va inquadrato nella risposta degli apparati di Washington all’ascesa tecnologica cinese, a seguito della diffusione del piano Made in China 2025.

L’estensione della sicurezza nazionale alla capacità tecnologica è centrale nella prospettiva degli Stati Uniti, e con ogni probabilità caratterizzerà le iniziative di Washington in questo decennio, a prescindere dai diversi colori politici. La “fusione” tra gli apparati militari e di sicurezza e lo sviluppo scientifico-tecnologico è infatti l’elemento permanente del “capitalismo politico” degli Stati Uniti, almeno dalla Seconda guerra mondiale. E lo sarà ancora di più nel momento in cui Washington deve lottare contro un’altra temibile “fusione”, quella teorizzata e praticata dal sistema cinese.

L’allargamento della sicurezza nazionale alla tecnologia è evidente nel primo pilastro della Strategia: la promozione della base di innovazione (innovation base) della sicurezza nazionale. Il concetto di innovation base si lega a quello di defense industrial base e indica un ecosistema ampio, fatto di aziende private, sostegni pubblici, investimenti in ricerca e innovazione. Questi ecosistemi, anche se enormi, vanno circoscritti: nel senso che possono far scattare meccanismi di difesa e di attacco. Per esempio, incentivi alle imprese domestiche affinché il mercato americano di droni civili non sia dominato dai cinesi. Oppure, ordini esecutivi che indicano un’intera filiera (per esempio, la supply chain delle telecomunicazioni) di sicurezza nazionale, e vanno quindi a escludere operatori specifici dalle ordinarie transazioni di mercato (come nel caso di Huawei).

Per queste ragioni, il governo degli Stati Uniti si trova sempre davanti a un’ambiguità: anche se nei documenti ufficiali rivendica la superiorità di un “approccio orientato al mercato che prevarrà contro i modelli diretti dallo Stato”, è assurdo sostenere che l’approccio degli Stati Uniti al nesso tra difesa e tecnologia sia basato sul mercato. Il modo corretto di interpretare gli Stati Uniti, visti gli incentivi, gli appalti, e soprattutto le sanzioni e gli strumenti di controllo degli investimenti sulla tecnologia, è piuttosto il mercato dove possibile, la sicurezza nazionale dove necessario. Almeno per quanto riguarda le tecnologie indicate come “critiche ed emergenti”, e cioè un lungo elenco che comprende ovviamente lo spazio, le tecnologie quantistiche, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie, la medicina, gli armamenti, i semiconduttori, le reti di comunicazione, ma anche (tra l’altro) le tecnologie agricole, i materiali avanzati, l’energia, la data science. Si tratta di un catalogo vastissimo, che gli Stati Uniti hanno arricchito a seconda delle esigenze del momento. 

Il mantenimento della leadership tecnologica richiede diversi passaggi: la previsione (forecasting) per anticipare le tendenze, l’individuazione delle priorità per non disperdere le risorse, il coordinamento con alleati e partner. Questo è forse il punto più interessante, perché inatteso, almeno per uno sguardo superficiale. La Strategia nazionale per le tecnologie critiche ed emergenti mostra una necessità per Washington: fare da soli è impossibile. Lo stesso cuore dell’approccio statunitense (la volontà di “prevenire la sorpresa tecnologica”, su cui si basa l’agenzia di sviluppo di progetti avanzati per la difesa, DARPA, Defence Advanced Research Projetcs Agency) non è considerato un’esclusiva, ma una leva per la costruzione di una coalizione di alleati. Si parla di un “vantaggio tecnologico condiviso”: la costruzione di alleanze è importante, perlomeno nella retorica, anche negli ultimi passaggi dell’amministrazione Trump. Per esempio, il documento indica l’importanza di “coinvolgere partner e alleati per sviluppare processi simili a quelli del CFIUS” (Committee on Foreign Investment in the United States), riferendosi al Comitato per gli investimenti esteri negli Stati Uniti. Le “sfere di sicurezza nazionale” che gli Stati costruiscono nel mondo di Covid-19 devono essere compatibili con quella di Washington. E, da ultimo, subordinate ad essa nelle scelte fondamentali, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con la Cina.

 

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