09 ottobre 2017

La tregua di Hamas: reali prove di distensione sul fronte palestinese?

Nel mese di settembre, a sorpresa, è arrivato l’annuncio di Hamas, che si è detta disponibile a smantellare il proprio apparato amministrativo per consentire al governo dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP) di esercitare le proprie funzioni anche nella Striscia di Gaza. Il movimento islamista, che controlla la Striscia dal 2007, ha infatti dichiarato di aver accettato di farsi da parte per venire incontro alle condizioni poste dal governo di unità nazionale palestinese controllato dall’organizzazione rivale al-Fatah. L’obiettivo sarebbe quello di arrivare a un esecutivo condiviso per poi procedere alla convocazione delle elezioni generali palestinesi, chiamando alle urne anche gli abitanti di Gaza e della Cisgiordania. Quello di Hamas si configura come un passo fondamentale verso la riconciliazione palestinese, senza la quale sarebbe impensabile sognare la riapertura di un negoziato di pace tra israeliani e palestinesi. Le due grandi forze palestinesi, gli islamisti di Hamas e i moderati di al-Fatah, sembrano finalmente pronte a collaborare al fine di raggiungere un accordo di pace, tanto che lo scorso 2 ottobre Rami Hamdallah, il primo ministro palestinese, è stato ricevuto a Gaza dal “comitato amministrativo” di Hamas. Per quale motivo Hamas ha deciso di rinunciare alle prerogative acquisite da dieci anni a questa parte?

Dietro tale riconciliazione ci sarebbe la mediazione decisiva dell’Egitto, vero protagonista di questa partita geopolitica. Il presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi, con l’appoggio dell’amministrazione americana di Donald Trump, si è subito adoperato per fare da apripista per la distensione dei rapporti tra Israele e il mondo arabo. Al-Sisi è stato abile a costringere Hamas alla resa e ad assumere le vesti di mediatore, senza aver mai apertamente dichiarato guerra all’organizzazione islamista. Dopo che negli ultimi dieci anni il blocco israeliano stava portando Gaza al collasso, il nuovo presidente egiziano, appena eletto, ha voluto rincarare la dose, chiudendo anche le porte della frontiera meridionale che separa la Striscia di Gaza dall’Egitto. L’ostilità egiziana nei confronti di Hamas risiede nel fatto che i Fratelli musulmani, l’organizzazione alla quale apparteneva l’ex presidente egiziano vittima del colpo di stato e fonte ispiratrice dei militanti di Hamas, hanno tentato in tutti i modi di contrastare l’ascesa di al-Sisi. Oltre a essere stretta in una morsa tra Israele e l’Egitto, Gaza doveva anche far fronte alle pressioni finanziarie dell’Autorità Nazionale Palestinese, che da mesi minacciava di cessare il pagamento della fornitura elettrica e degli stipendi dei dipendenti pubblici all’interno della Striscia. Gli islamisti di Hamas, dunque, sono stati costretti a trovare una soluzione condivisa con al-Fatah e l’Egitto perché il controllo di Gaza stava diventando insostenibile. A conferma della teoria della mediazione egiziana, il prossimo 10 ottobre è previsto proprio al Cairo un altro incontro tra Hamas e al-Fatah per discutere le prossime tappe della riconciliazione.


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