09 maggio 2017

La visita di Abū Māzin a Washington

«We will get it done», vale a dire ‘Ce la faremo’.

Sono parole di fiducia quelle che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pronunciato accanto al suo omologo palestinese Maḥmūd 'Abbās (Abū Māzin) nel tentativo di rilanciare un processo di pace – quello israelo-palestinese – oramai in stallo e difficile da rivitalizzare.

Alla vigilia dell’incontro fra i due presidenti – avvenuto alla Casa Bianca il 3 maggio – tanta era l’attesa, ma la maggior parte dei commentatori e degli analisti riteneva assai improbabili svolte concrete, in virtù della complessità della situazione tanto nei territori di Israele e Palestina quanto nel più ampio quadro regionale del Medio Oriente.

Davanti alla stampa, dopo aver salutato il presidente ‘Abbās, Trump ha voluto assicurare il suo impegno affinché le parti possano raggiungere un accordo, puntualizzando che l’intesa non potrà essere imposta dagli Stati Uniti o da altre nazioni, ma dovrà essere il frutto di un processo condiviso tra israeliani e palestinesi, chiamati a individuare la migliore soluzione per vivere reciprocamente in pace. In questo quadro Trump si è proposto come “mediatore, arbitro e facilitatore”, ricordando però che una pace duratura non potrà prescindere da ulteriori, fondamentali fattori come la lotta contro il sedicente Stato islamico e tutti gli altri gruppi terroristici, nonché l’abbandono di una polarizzante retorica di “incitamento alla violenza e all’odio”.

Per la parte palestinese, ‘Abbās ha espresso la piena volontà di collaborare con Washington perché un accordo di pace sia raggiunto, ma ha anche voluto precisare subito un importante aspetto: la posizione negoziale della Palestina resta quella della two-State solution, con la nascita cioè di uno Stato palestinese in base ai confini del 1967 e avente Gerusalemme Est come capitale. Un punto, questo, che per ‘Abbās era evidentemente centrale e che il presidente palestinese ha deciso di riaffermare dopo che Trump – nell’incontro dello scorso febbraio alla Casa Bianca con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – aveva semplicemente dichiarato di «prediligere la soluzione che le due parti sceglieranno», «liberando» dunque Washington dal «vincolo negoziale» della soluzione dei due Stati a cui le precedenti amministrazioni USA avevano aderito. Inoltre – ha rimarcato ‘Abbās – perseguendo l’obiettivo di un accordo di pace ampio e comprensivo fondato sulla two-State solution, verrebbero rilanciate anche le iniziative per la pace sul fronte regionale arabo-israeliano e la stessa lotta contro il terrorismo sarebbe più efficace. Infine, un’importante apertura di credito verso Trump: secondo ‘Abbās, le capacità di leadership del nuovo presidente, la sua saggezza e le sue abilità di negoziatore, potrebbero realmente essere di grande aiuto nel raggiungimento di un accordo.

Oltre le dichiarazioni, tuttavia, pare difficile intravvedere concrete possibilità di intesa nel breve periodo. Da una parte, Israele si attesta al momento su posizioni più rigide che in passato e la politica degli insediamenti nei territori occupati pare certificarlo. Dall’altra, il fronte palestinese è tutt’altro che compatto e, come ha sottolineato in una sua analisi per il Council on foreign relations Robert Danin alla vigilia dell’incontro alla Casa Bianca, ‘Abbās ha di fronte a sé difficoltà non secondarie in patria: in primis, la cesura tra Cisgiordania e Gaza, che rende complessa l’elaborazione di una posizione negoziale palestinese unitaria. Se dunque Israele decidesse di discutere di un accordo di pace, ‘Abbās potrebbe trattare al tavolo anche per conto di Gaza, dove Ḥamas mantiene la leadership? Proprio sul fronte di Ḥamas, poco prima del vertice di Washington, si è però registrata una novità: l’organizzazione ha, infatti, emendato la sua Carta del 1988 adottando un linguaggio più morbido e riconoscendo la costituzione di uno Stato palestinese pienamente sovrano e indipendente entro i confini del 4 giugno 1967 come “formula di consenso nazionale”. Inoltre, il movimento non si dichiara più parte della Fratellanza musulmana e riconduce il conflitto con Israele – che continua a non riconoscere – a una dimensione di natura politica e non religiosa. Un riposizionamento, quello di Ḥamas, che pare dettato da esigenze di realpolitik, dalla necessità di uscire da un sostanziale isolamento e di provare a presentarsi come attore con cui fare i conti nelle varie trattative in corso.

Un altro problema riguarda la legittimazione stessa di ‘Abbās che, nonostante il suo mandato presidenziale quadriennale sia scaduto nel 2009, resta ancora presidente, non essendoci state elezioni. In patria, il presidente non gode di particolare popolarità e in questo senso l’incontro alla Casa Bianca ha rappresentato per lui una buona occasione per provare a consolidare la sua traballante leadership. Come ha poi ricordato sempre Danin, per ‘Abbās non mancano le sfide neppure all’interno del suo partito al-Fatàh, cui appartiene Marwān Barghūthī, che da metà aprile ha lanciato uno sciopero della fame dal carcere israeliano in cui è rinchiuso, chiedendo migliori condizioni di detenzione. All’iniziativa hanno aderito altri 1200 detenuti politici e, come ha sottolineato Michele Giorgio per Nena News, il suo successo metterebbe pressione ad ‘Abbās, la cui linea non è condivisa da Barghūthī.

Sul fronte statunitense, invece, al di là della proposta di mediazione, non sembra si possa scorgere una vera e propria linea politica da seguire. Al termine dell’incontro con la stampa assieme ad ‘Abbās, Trump ha dichiarato di aver sempre sentito che l’accordo più difficile da raggiungere è quello tra israeliani e palestinesi, ma anche di voler dimostrare che chi sosteneva tale tesi si sbagliava. La reciproca fiducia tra gli interlocutori, per ora, pare ai minimi. E per Trump, riuscire dove i suoi predecessori hanno fallito, non sarà semplice.

 


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