25 novembre 2020

La vittoria dell’Azerbaigian apre la via alle rivendicazioni territoriali?

 

Al termine di 44 giorni di combattimenti, che hanno causato la morte di migliaia di persone tra truppe e civili e la fuga di decine di migliaia di profughi, l’Azerbaigian ha ottenuto una netta vittoria che ridisegna completamente la mappa dell’area che circonda il Nagorno-Karabakh.

Molte analisi si sono, giustamente, soffermate su come questo risultato rappresenti un ennesimo successo diplomatico per la Russia, con il quale si impone come arbitro indiscusso della regione. Ma occorre anche riconoscere la straordinarietà ‒ nel mondo attuale ‒ di un conflitto militare che ridisegna i confini internazionali. Così come le potenziali conseguenze che questo esempio potrebbe avere in altri conflitti in tutto il mondo.

Da decenni si era persa l’abitudine a guerre tra Stati riconosciuti dall’ONU che si risolvessero con uno spostamento dei confini. Pochi giorni dopo il cessate il fuoco in Nagorno-Karabakh abbiamo già assistito a un’offensiva del Marocco nel Sahara Occidentale. Ma anche indipendentemente da questa specifica coincidenza temporale ci sono ragioni per temere che la vittoria sul campo dell’Azerbaigian possa avere aperto il vaso di Pandora delle rivendicazioni territoriali, che seppure tra grandi errori e manchevolezze la diplomazia internazionale aveva spesso saputo tenere a bada.

In base al principio di integrità territoriale, sancito dall’art. 2 della Carta ONU, da tempo l’inviolabilità delle frontiere è una pratica sostanzialmente accettata da tutti i soggetti internazionali. Da anni, le uniche modifiche territoriali che chi fabbrica mappamondi doveva riportare nei propri prodotti erano essenzialmente quelle ottenute con mezzi pacifici oppure quelle che trasformavano divisioni interne in confini internazionali, ottenute per l’opposto e complementare principio di autodeterminazione. Per la stessa ragione, la quasi totalità dei confronti armati attualmente aperti nel mondo riguarda proprio guerre civili e rivendicazioni di indipendenza.

Ma ci sono altri conflitti tra Stati che da decenni sono dormienti proprio perché era ormai assodato che lo spostamento di confini esterni non potesse che avvenire per via diplomatica per essere riconosciuto internazionalmente. In parte ne è un esempio proprio quello tra Marocco e Sahara Occidentale, che pur essendo di fatto ancora interno al Marocco, è riconosciuto come territorio non autonomo dall’ONU e gode del riconoscimento internazionale di 84 Stati. Molti altri sono i casi in Africa, come ad esempio il triangolo di Ilemi, conteso tra Kenya, Sud Sudan ed Etiopia: a sua volta Paese che proprio in questi giorni ha avviato un’altra operazione militare nelle proprie aree settentrionali.

In Asia, elevati sarebbero i rischi per il Kashmir, dove negli ultimi decenni gli scontri sono stati limitati al confronto dell’esercito indiano con formazioni ribelli e paramilitari, riuscendo a evitare che la contesa degenerasse fino a mettere direttamente a confronto due potenze nucleari come India e Pakistan. Così come le varie dispute territoriali nelle quali è coinvolta la Cina.

Rimanendo più vicini all’Italia, un caso ancora più evidente è quello di Cipro Nord, proprio in questi giorni al centro delle proteste greco-cipriote per la visita del presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan, altro protagonista della vicenda del Nagorno-Karabakh. Lo stesso Nagorno-Karabakh potrebbe vedere in futuro nuove offensive, per eliminare definitivamente quanto rimasto dell’enclave armena all’interno dei confini azeri.

Situazione altrettanto preoccupante è quella del Kosovo, la cui indipendenza dalla Serbia non è riconosciuta da Belgrado e da altri 84 Paesi, e all’interno del quale ci sono aree a maggioranza ortodossa che vorrebbero tornare sotto la sovranità serba.

Occorre ammettere che c’è in realtà un caso precedente di conquista territoriale avvenuta militarmente pochi anni fa: l’annessione della Crimea da parte della Russia. E non è un caso che proprio la Russia abbia svolto il ruolo di deus ex machina nella vicenda del Nagorno-Karabakh. Ma l’annessione russa della Crimea non è stata avallata e il territorio è ancora riconosciuto internazionalmente come parte dell’Ucraina, mentre la riconquista dei territori da parte dell’Azerbaigian, nonostante la firma dell’accordo da parte dell’Armenia (ora duramente contestata dall’opposizione) sia stata ottenuta sotto la minaccia dell’assedio militare alla capitale del Nagorno-Karabakh, è stata accolta positivamente dalla comunità internazionale.

Oltre al fatto che le diplomazie occidentali erano distratte dalla pandemia e dalle caotiche elezioni americane, la ragione per la quale l’avanzata militare azera non è stata contestata dalle varie cancellerie è perché i territori conquistati erano stati a loro volta in gran parte catturati dall’Armenia nel corso del precedente conflitto. Ma rivendicazioni analoghe, o ugualmente valide, possono essere avanzate praticamente in tutti i casi sopraelencati. Il rischio è che quanto avvenuto nelle vallate del Caucaso cambi completamente il metodo di risoluzione dei molti conflitti freddi tuttora esistenti: perché sprecare decenni in trattative diplomatiche e attività di peace-building incapaci di portare a risoluzioni definitive (ma che almeno proteggono i civili ed evitano escalation) quando puoi impiegare lo stesso tempo per investire in armamenti, assoldare mercenari e risolverla con la forza?

In proposito, l’offensiva da parte del Marocco nel Sahara Occidentale, altra area nella quale vigeva da trent’anni il cessate il fuoco, senza che si fosse mai trovato un accordo tra le parti, potrebbe essere proprio il primo caso di emulazione di molti altri a venire: la via azera alla risoluzione dei conflitti, una via antica come il mondo, che pensavamo di esserci lasciati alle spalle.

 

Immagine: Scenario di guerra a Tartar, Azerbaigian (10 ottobre 2020). Crediti: Nurlan Mammadzada / Shutterstock.com

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