16 luglio 2018

La vittoria di un modello calcistico

«Le jour de gloire est (encore) arrivé»: il sito del settimanale calcistico France Football, domenica sera, ha parafrasato un verso della Marsigliese per celebrare il trionfo della Francia che, ai Mondiali di Russia 2018, ha vinto la Coppa del mondo per la seconda volta nella sua storia battendo per 4-2 la Croazia allo stadio Luzhniki di Mosca. Corollario del successo, sulle tribune, i festeggiamenti del presidente francese Emmanuel Macron, in maniche di camicia e braccialetto tricoleur al polso sinistro, immagini che hanno fatto il giro del mondo e sono destinate a rimanere impresse nell’immaginario collettivo.

Non solo in quello francese in realtà, ma in patria sarà interessante notare, nelle prossime settimane, se la vittoria dei bleus sarà servita al presidente per aumentare il proprio indice di popolarità che, recentemente, era ai minimi storici. Del resto vent’anni fa – nel luglio 1998, quando la Francia vinse il suo primo Mondiale, capitanata da quel Didier Deschamps che domenica ha vinto come commissario tecnico – fu Jacques Chirac a vivere sulla propria figura il riflesso benefico di quell’impresa sportiva, e in questo senso Macron ha davvero fatto di tutto, principalmente con la comunicazione non verbale (si veda anche la danza “dab” abbozzata negli spogliatoi con Benjamin Mendy, da quest’ultimo immediatamente postata sui social network), per farsi ricordare calandosi nella parte del presidente gaudente almeno quanto le centinaia di migliaia di francesi che assistevano alla partita sugli Champs Elysées.

In una finale alla quale, da più pulpiti, era stata data la lettura estremamente superficiale, sostanzialmente erronea e vagamente tossica dello scontro fra multiculturalismo e sovranismo, ha vinto in effetti una Francia in cui 15 atleti dei 23 nella rosa sono immigrati di seconda generazione, ma si tratta anche e soprattutto del successo di un modello calcistico strutturato nel tempo dalla Fédération française de football (FFF), il “modello Clairfontaine” lo si potrebbe definire, dal nome del comune dell’Île-de-France in cui sorge il centro tecnico federale che, nel corso degli anni, ha cresciuto fuoriclasse come Thierry Henry e, buon ultimo, Kylian Mbappé, grande protagonista di questo Mondiale. Che poi si tratti di una squadra assai composita dal punto di vista di origini ed etnie è un dato di fatto: 12 i calciatori originari dell’Africa centrale e subsahariana (Dembelé, Kanté, Kimpembé, Mandanda, Matuidi, Mbappé, Mendy, N’Zonzi, Pogba, Sibidé, Tolisso, Umtiti), 2 del Maghreb (Fekir e Rami) e uno dei territori d’Oltremare (Lemar). Dal Congo alla Guadalupa, dall’Algeria al Mali, dal Senegal all’Angola, sono una dozzina i Paesi effettivamente rappresentati, ma la quasi totalità dei 23 campioni del mondo è di nascita francese – il solo Mandanda, il secondo portiere, è nato in Africa, a Kinshasa – e tutti sono di formazione calcistica francese, senza contare poi che gran parte di essi ha giocato in almeno due diversi campionati europei. Anche per questo non vale la pena riproporre a vent’anni di distanza lo schema black-blanc-beur, quello della nazionale multicolore e multiculturale, quella dei neri, dei bianchi e dei discendenti degli immigrati d’origine nordafricana, come archetipo dell’integrazione.

Non vale la pena perché comunque sia si tratta dell’integrazione di una élite di sportivi i cui punti di partenza individuali sono peraltro diversissimi fra loro, non vale la pena perché l’identità di individuo non è necessariamente manichea, non vale la pena perché lo sport, a certi livelli di eccellenza, non è affatto rappresentativo della società, anche se proprio sulla società e sulle sue contraddizioni invita ad una riflessione ben più generale. E se è vero che una narrazione del genere non era e non poteva essere così semplice allora – per quanto quella del 1998 rappresentasse magari una speranza sociale e una promessa politica – è vero anche che la formula black-blanc-beur non ha, essa stessa, una interpretazione univoca e paradossalmente oggi più che mai può prestarsi ad un completo capovolgimento semantico. Eric Deschavanne, una delle menti del College international de philpsophie della Sorbona, prima della finale aveva scritto sul portale transalpino “Atlantico” che «insistere su questo slogan, cioè sulla diversità (principalmente la diversità razziale), conduce al rischio di promuovere una lettura identitaria e comunitarista della storia nazionale, e dunque di minare l’unità nazionale».

L’ambiguità è insomma il rischio connesso a tutte le forzature connaturate allo sport e al suo indiscutibile carattere politico, in senso lato, che senza dubbio fornisce chiavi di lettura efficaci per contesti solo apparentemente non collegati, ma che alla fine non prescinde da un dato: come nel caso del Mondiale di Russia 2018, spesso vince semplicemente il più forte, chi più in generale ha lavorato meglio nel lungo periodo. La Francia, in questo senso, in vent’anni ha giocato tre finali di Coppa del mondo su sei portando a Parigi il trofeo in due occasioni e, di cinque Europei, uno l’ha vinto (nel 2000) e in un altro caso è arrivata in finale (2016). E quando ha fallito – in certi casi anche per squilibri di stampo razziale all’interno dello spogliatoio – lo ha fatto nonostante squadre comunque molto competitive. Nel frattempo, all’Eliseo si sono alternati presidenti assai diversi fra loro come Chirac, Sarkozy, Hollande e Macron, in un paio di casi al ballottaggio è arrivato il Front National (oggi Ressemblement National) e ciò che sta accadendo a Ventimiglia e Bardonecchia non è esattamente sinonimo di accoglienza, a rimarcare la fallacia dei modelli ai quali le due nazionali che si sono giocate il titolo venivano associate.

Non si tratta pertanto della vittoria di un modello sociale, ma di quella di un modello sportivo di programmazione e sviluppo che ha attraversato momenti difficili ma non ha mai gettato all’aria quanto creato, a prescindere dagli umori del momento. E probabilmente, anche a livello di politica europea, questa è la principale lezione che si può trarre dall’esito del Mondiale 2018.

 

Crediti immagine: ANSA/AP

 


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