14 gennaio 2022

Le Olimpiadi “della discordia” e i rischi per la Cina di Xi Jinping

 

A poche settimane dalle Olimpiadi invernali di Pechino – che la consacreranno quale unica città ad aver ospitato finora sia le Olimpiadi estive (le XXIX del 2008) sia le Olimpiadi invernali – la Repubblica Popolare Cinese (RPC) si è vista costretta sulla difensiva da un boicottaggio diplomatico lanciato dagli Stati Uniti d’America lo scorso 6 dicembre, e seguito da alcuni Paesi occidentali (Australia, Belgio, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito), che prevede il mancato invio di funzionari e diplomatici alla rassegna sportiva in programma dal 4 al 20 febbraio. L’invio di rappresentanti governativi, infatti, sarebbe stato interpretato come una tacita approvazione al governo di Xi Jinping, per il quale l’evento è fonte di notevole prestigio, soprattutto in un momento così delicato che vede l’immagine del Paese e, soprattutto, la reputazione del suo presidente toccare i minimi storici, complice la crisi pandemica del Covid-19 (ma non solo), mentre si appresta a ricevere il suo terzo mandato, che ne sancirà il definitivo inserimento nell’alveo dei “timonieri” della RPC.

 

La decisione dell’amministrazione Biden è stata dettata dalla volontà di lanciare un messaggio forte a Pechino, accusata di non rispettare i diritti umani delle minoranze nel Tibet e nel Xinjiang, e di reprimere le libertà a Hong Kong, senza però impedire la partecipazione alla manifestazione da parte degli atleti statunitensi. Al di là delle scontate reazioni da parte del governo comunista – che per bocca di uno dei più noti e aggressivi portavoce del ministero degli Esteri (Zhao Lijian) ha minacciato l’utilizzo di «contromisure risolute», denunciando il fatto che le Olimpiadi invernali «non sono un palcoscenico per spettacoli e manipolazioni di natura politica», e che il boicottaggio rappresenta «una grave contaminazione dello spirito della Carta olimpica, una pura provocazione politica e una grave offesa contro 1,4 miliardi di cinesi» – risulta assai improbabile che la Cina sia stata colta di sorpresa. Già nei mesi precedenti vi erano state, infatti, numerose pressioni da parte di gruppi attivisti e organizzazioni non governative affinché i governi occidentali annunciassero un boicottaggio per le XXIV Olimpiadi invernali per il trattamento riservato dal partito-Stato nei confronti degli Uiguri e di altre minoranze etniche nello Xinjiang, così come degli avvocati per i diritti umani e di coloro che osano parlare contro il governo del Paese e del suo presidente. La decisione definitiva è maturata indubbiamente all’indomani della scomparsa, per tre settimane, della star del tennis cinese Peng Shuai, in seguito alle sue accuse di aggressione sessuale contro un ex alto funzionario del Politburo (l’ex vicepremier cinese Zhang Gaoli), e dopo che la WTA (Women’s Tennis Association) ha sospeso tutti i suoi tornei nel Paese – ad oggi, la misura più forte mai adottata contro la Cina da parte di un’organizzazione sportiva che fa molto affidamento sul mercato cinese.

 

Per tale ragione, è assai improbabile che il boicottaggio sportivo di Washington avrà il benché minimo impatto su Pechino, nel senso di far capitolare la Cina e favorire aperture volte a riparare la sua immagine internazionale. È invece assai più probabile che il governo cinese passi all’offensiva servendosi della consueta leva economica, nella consapevolezza che la comunità internazionale non voglia, né possa permettersi di rinunciare al redditizio mercato cinese. Il silenzio dei principali sponsor coinvolti vale più di mille parole, a conferma che non esiste una voce univoca di fronte alla questione dei diritti umani e, più in generale, che i valori democratici professati e il rispetto dei diritti umani possono essere sacrificati quando sono in gioco i profitti.

 

In effetti, la mossa di Biden ha contribuito a rompere quel fronte internazionale costituitosi contestualmente all’approvazione in seno all’Assemblea generale delle Nazioni Unite della Risoluzione sulla “tregua olimpica” adottata, per consenso, da 193 membri, ma co-sponsorizzata solo da 173 di questi (con l’esclusione, tra gli altri, di Stati Uniti, India, Giappone, Australia e Turchia). La Risoluzione, intitolata Building a peaceful and better world through sport and the Olympic ideal, esorta i Paesi membri all’osservanza della “tregua olimpica” per i Giochi olimpici e paralimpici di Pechino, con inizio a partire da sette giorni prima dell’inaugurazione dei Giochi e conclusione dopo sette giorni dalla fine degli stessi, richiamando lo spirito della “tregua sacra” (la ekecheirìa), istituita dagli antichi greci oltre tremila anni fa per consentire la partecipazione ai Giochi di tutti gli atleti e spettatori delle città-Stato greche, altrimenti quasi costantemente in conflitto tra loro. La Risoluzione sottolinea, dunque, l’importanza della cooperazione tra gli Stati membri per attuare collettivamente i valori della tregua olimpica nel mondo e ribadisce il ruolo fondamentale del Comitato olimpico internazionale, del Comitato paralimpico internazionale e delle Nazioni Unite a tale riguardo, laddove il boicottaggio, in ogni sua forma, «è equiparabile a un affronto ai principi della Carta olimpica, che mira alla ‘neutralità politica’ e all’indipendenza del movimento olimpico».

Al contempo, il boicottaggio di Washington ha contribuito a far emergere le divisioni in seno alla comunità internazionale. Molti Paesi occidentali alleati degli Stati Uniti e membri della NATO, quali Italia e Francia, hanno rifiutato di aderire all’iniziativa statunitense, con il presidente Macron che lo ha descritto come «simbolico e insignificante». In particolare, l’esitazione dell’Unione Europea (UE) in merito a una sua risposta al boicottaggio ha rafforzato la posizione di Pechino, consentendole di sfruttare la posizione non compatta dell’Occidente sulla questione.

 

I Paesi che si oppongono alla mossa americana insistono sul fatto che i boicottaggi dei Giochi olimpici in piena guerra fredda (quelli di Mosca nel 1980 e quelli di Los Angeles nel 1984) ebbero un impatto politico minimo, con il risultato che gli unici a pagarne le spese furono gli atleti, e concordano nel ritenere che l’impegno nelle competizioni sportive possa garantire l’opportunità di una preziosa diplomazia sportiva, favorendo al contempo un controllo internazionale, in grado di portare, eventualmente, a dei cambiamenti positivi. La realtà dei fatti può essere però ben diversa, come rivelano i casi della Cina, dopo i Giochi olimpici estivi nel 2008, e della Russia dopo le Olimpiadi invernali del 2014 e la Coppa del mondo del 2018.

 

Nel caso cinese, in particolare, c’erano grandi aspettative per l’evento che si inseriva, peraltro, in un contesto di un’ascesa e di uno sviluppo pacifici, ipotizzando che avrebbe cambiato la Cina in meglio, favorendo un maggior senso di responsabilità e un maggiore rispetto per i diritti umani da parte del governo comunista. Tuttavia, tali speranze furono infrante ancor prima dell’inizio della rassegna sportiva, di fronte alle proteste scoppiate in Tibet contro le politiche repressive del partito-Stato represse, senza esitazione, da Pechino. Ciò nondimeno, Pechino riuscì a gestire così bene i Giochi, al punto da trasformarli in una vera e propria vittoria del soft power cinese, proiettando la Cina come una superpotenza sulla scena globale. Per lo storico Zheng Wang, autore del volume Never forget national humiliation. Historical memory in Chinese politics and foreign relations (Columbia University Press, 2014), i Giochi della XXIX Olimpiade di Pechino avevano finito per costituire un «simbolo del ringiovanimento della Cina». Con la stravagante e sfarzosa cerimonia di apertura, il governo cinese aveva messo in mostra le glorie passate e mostrato al contempo i successi raggiunti dalla nuova Cina, ponendo definitivamente il Paese alla ribalta della scena internazionale e consacrandone lo status di potenza emergente.

Detto ciò, come ha messo in evidenza il Comitato olimpico internazionale, l’organismo «non svolge alcun ruolo volto a determinare cambiamenti politici» e l’assegnazione dei Giochi a uno specifico Paese non ha nulla a che fare con la sua natura politica né tantomeno con gli obiettivi politici che esso si prefigge.

Alla luce di quando detto, viene spontaneo domandarsi se la Cina possa e, soprattutto, voglia riconquistare l’opinione pubblica mondiale con le imminenti Olimpiadi invernali, tenuto conto che l’immagine internazionale del Paese ha raggiunto il livello più basso degli ultimi anni in molti Stati occidentali a seguito dello scoppio della pandemia di Covid-19, come hanno rivelato i sondaggi di opinione globali effettuati dal Pew Research Center (tra gli altri). Nei primi giorni della pandemia Pechino aveva sperato di trasformare la crisi sanitaria globale in un’opportunità per salvare la propria immagine, attraverso la cosiddetta “diplomazia degli aiuti”, con l’invio di milioni di mascherine e altri dispositivi medici, oltre a impegnarsi a rendere i vaccini cinesi un bene pubblico globale – in netta contrapposizione con le politiche nazionaliste sul vaccino portate avanti in primis dagli Stati Uniti. Ma le cose non sono andate esattamente come si attendeva Pechino. Laddove il successo della Cina nel contenere rapidamente il virus ha ottenuto un sostegno schiacciante in patria, la sua reputazione internazionale è crollata a causa, oltre che della cattiva gestione iniziale dell’epidemia di Wuhan e le accuse al dottor Li Wenliang – che per primo aveva lanciato l’allarme ‒ anche, e soprattutto, della disinformazione che i suoi diplomatici e propagandisti hanno aggressivamente diffuso all’estero per favorire una narrazione favorevole al regime cinese, e delle continue repressioni su Xinjiang, Tibet e Hong Kong e una posizione sempre più assertiva nei confronti dei suoi vicini. Nel corso del 2021, le relazioni della RPC con gli Stati Uniti si sono ulteriormente deteriorate, proprio a causa dell’intensificarsi delle tensioni con Taiwan. Con l’amministrazione Biden, gli Stati Uniti hanno, infatti, cercato legami più stretti con partner che la pensano allo stesso modo, non solo in Europa, ma anche nella regione indo-pacifica, al fine di contrastare l’ascesa della Cina popolare.

Al netto di tutte le tensioni che hanno contrassegnato i preparativi per le Olimpiadi invernali della capitale cinese, Xi Jinping, nel tradizionale discorso di inizio anno, ha dichiarato che il Paese «non risparmierà sforzi per presentare una grande» Olimpiade invernale e che la Cina è «pronta» per l’attenzione del mondo, esortando in chiusura il popolo cinese a «lavorare unito per un futuro condiviso». In una delle sue prime uscite del nuovo anno, in visita a una base di allenamento per gli sport invernali nella capitale, egli ha incoraggiato gli atleti del Paese a lavorare sodo per l’eccellenza alle Olimpiadi invernali di Pechino 2022 e cogliere ogni opportunità dopo anni di preparativi, citando un’antica poesia cinese, secondo la quale «Solo chi resiste al freddo gelido può godere della fragranza dei fiori di susino».

 

Immagine: Vista notturna dello Stadio olimpico Bird’s Nest, Pechino, Cina (5 gennaio 2021). Crediti: Adam Yee / Shutterstock.com

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