12 maggio 2022

Le armi nella guerra tra Russia e Ucraina

Simile per alcuni aspetti ad altri teatri di guerre combattute negli ultimi decenni del secolo scorso fra Stati confinanti (quali ad esempio i conflitti tra Israele con i suoi vicini arabi), l’invasione dell’Ucraina effettuata dalla Russia con l’“operazione militare speciale” presenta tuttavia specificità ben precise. La principale di queste è l’appariscente asimmetricità tra i due contendenti. Da un lato vi è l’Ucraina, una media potenza politico-militare, di recente indipendenza e con un apparato bellico che al momento dell’inizio delle ostilità era ancora in via di consolidamento. Dall’altro vi è la Russia, una ex superpotenza, tuttora tra le maggiori potenze mondiali, membro permanente del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dotata di un imponente arsenale nucleare, primo al mondo sul piano numerico e secondo soltanto a quello statunitense sul piano qualitativo. Un’altra specificità è di natura storica ed è rappresentata dall’appartenenza sino a un trentennio fa di entrambi i Paesi a un’unica compagine statale, l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

Ciò ha significative conseguenze, oltre che in vari ambiti a cominciare da quello politico, anche nell’ambito militare e, specificamente, in ordine alla questione degli armamenti. Come parte integrante dell’URSS, nominalmente in quanto “repubblica” dotata di alcune autonomie, l’Ucraina confinava a oriente con l’altra repubblica – quella russa – che dell’Unione era l’epicentro. A occidente invece l’Ucraina confinava con una serie di Stati indipendenti ma, dal secondo dopoguerra, strettamente legati all’URSS sulla base sia del modello politico delle cosiddette “democrazie popolari”, sia della comune adesione al Patto di Varsavia. Quindi, sino al dicembre 1991, data della sua indipendenza, Kiev ha condiviso buona parte delle politiche militari dei suoi vicini, ivi compresi i trasferimenti tecnologici e gli scambi commerciali nella produzione e nell’approvvigionamento di armamenti.  

Oggi tale situazione registra un prolungamento (inaspettato per alcuni) a parti invertite. Da articolazione, sia pure di confine, di una metropoli (l’URSS) circondata da Paesi satelliti, la repubblica ucraina è passata a Stato-nazione indipendente che aspira – presumibilmente nella maggioranza assoluta della sua popolazione – a seguire quegli stessi vicini (Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania) che l’hanno preceduta nello schieramento politico-militare contrapposto.

Per quanto riguarda l’adozione e l’utilizzo di armamenti, ciò ha dato vita, in un contesto nel quale il passaggio di Kiev dall’uno all’altro schieramento era appena iniziato, a circostanze paradossali. Al momento dell’invasione, infatti, le forze armate ucraine disponevano in prevalenza di sistemi d’arma, e conseguentemente di un addestramento, di matrice sovietica. Tuttora, nonostante le massicce forniture di armi da parte dei Paesi NATO, Stati Uniti in testa, e nonostante l’accelerato training dei propri quadri militari, i reparti di Kiev hanno continuato a operare con armamenti prevalentemente di fabbricazione sovietica, da loro ben conosciuti. Da qui il ricorso, soprattutto nella fase iniziale delle ostilità, a equipaggiamenti che i Paesi entrati nella NATO provenendo dal Patto di Varsavia, stanno cedendo ai reparti di Kiev. Grazie a triangolazioni in cui tutti e tre i contraenti si avvantaggiano, i Paesi dell’Est Europa trasferiscono agli ucraini vecchi sistemi d’arma di fabbricazione sovietica già ricondizionati in precedenza o ricondizionati ad hoc (come nel caso dei carri armati T-72 forniti da Polonia, Repubblica Ceca, Slovenia, o come il blindato per trasporto truppe russo MT-LB fornito dalla Polonia ecc.), talora con l’intesa di rimpiazzarli con nuovi e più avanzati sistemi di provenienza NATO (ancora la Polonia, che riceverà gli avanzati tank americani Abrams). Sempre la Polonia è al centro di uno scambio – tuttora non ben definito a causa della delicatezza del settore trattato (quello aereo) – allorché caccia Mig-29 polacchi (originari della DDR, via Germania) venissero forniti a Kiev e rimpiazzati a Varsavia da F-35 americani. 

 

Già a partire dalla crisi russo-ucraina del 2014, sistemi d’arma di concezione più recente erano pervenuti all’Ucraina da Paesi NATO. La Gran Bretagna aveva fornito veicoli trasporto truppe modello AT-Saxon e il Canada modello Spartan, la Francia aveva fornito motovedette FPB-98 ed elicotteri da trasporto EC725 ricondizionati (tramite la Romania). Accordi per la produzione su licenza di due fregate erano stati raggiunti con la Turchia, il cui apporto di gran lunga più rilevante nella guerra in corso, comunque, è rappresentato dalla fornitura degli efficacissimi droni Bayraktar TB2.

 

Ovviamente preponderante il ruolo degli Stati Uniti che, nei sette anni precedenti all’invasione, hanno fornito mezzi per trasporto truppe HMMWV (High Mobility Multipurpose Wheeled Vehicle), radar mobili per l’identificazione dell’artiglieria TPQ Firefinder e, soprattutto, un’ingente quantità di missili anticarro FGM-148 Javelin, oltre ai collaudati Stinger, veterani in Afghanistan della resistenza dei Talebani, supportata dagli USA in funzione antisovietica. Dall’inizio delle ostilità gli Stati Uniti hanno fornito, o si sono impegnati a fornire, artiglieria pesante quali gli obici da 155 mm, sistemi radar di sorveglianza antiaerea, mine antiuomo, altri veicoli e mezzi corazzati. Tatticamente vincenti anche i velivoli circuitanti senza pilota Switchboard, economici ed efficaci, giornalisticamente noti come droni-kamikaze. Almeno da citare, infine, la cruciale funzione strategica a favore degli ucraini da parte dei sistemi satellitari americani nella gestione dei dati sulla situazione di teatro.

 

Quanto alla Russia, a parte ovviamente le proprie truppe, fin dal 2014 Mosca fornisce alle milizie locali alleate (in particolare nelle autoproclamate repubbliche del Donbass) armi anche pesanti, quali blindati, missili terra-aria Grom-2 e missili anticarro Kornet, oltre agli onnipresenti carri T-72. Per scelta politica o per vincoli non facili da decifrare, e pur in un’altalena di fasi differenti, ancora nel terzo mese dell’invasione l’intera azione bellica della Russia appare ispirata da una sostanziale autolimitazione, dal fallito attacco a Kiev, alle inconcludenti operazioni navali nel Mar Nero, alla mancata acquisizione della superiorità aerea.

 

Non per questo il quadro che ne emerge è rassicurante. Al contrario, l’apparente sottovalutazione del contesto tattico e strategico da parte di Mosca apre la strada a ulteriori fraintendimenti circa la gravità della situazione e, di conseguenza, a possibili decisioni avventate e irrazionali. Anche a tacere di scenari che sembrano remoti, come (in assenza di accordi internazionali, oggi altamente improbabili) la nuclearizzazione dello spazio o gli sviluppi dell’intelligenza artificiale applicata a sistemi d’arma autonomi (i cosiddetti robot-killer), la situazione attuale è già di per sé altamente inquietante. La momentanea superiorità russa relativamente alle capacità dei vettori (missili ipersonici) potrebbe ispirare, a una dirigenza russa stretta in angolo, reazioni spropositate. Il riferimento è, ovviamente, alle armi nucleari, in particolare alle circa 1.600 testate che la Russia mantiene sul teatro europeo. L’impiego, anche soltanto dimostrativo, di una “piccola” testata nucleare tattica in Ucraina o ai suoi confini innescherebbe, con una certezza pressoché assoluta, una reazione a catena che, di automatismo in automatismo, condurrebbe alla terza guerra mondiale e dunque all’olocausto nucleare.

 

In questo quadro la responsabilità dei governi è grande, non tanto in riferimento a ciò che è accaduto (e che probabilmente si poteva gestire altrimenti), ma soprattutto in riferimento a ciò che si può fare oggi. In una sfida che va acquisendo sempre di più le caratteristiche di un conflitto globale, spetta all’Unione Europea e ai principali Paesi europei un ruolo decisivo nell’iniziativa politica e diplomatica. Soltanto di questa natura è la possibile via di uscita da una situazione che, tendendo alla parità delle forze militari in campo, è destinata altrimenti a cristallizzarsi in un’impasse strategica ogni giorno più pericolosa.

 

 

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Immagine: Drone ucraino durante la parata militare delle truppe per la celebrazione del Giorno dell’Indipendenza dell’Ucraina, Kiev, Ucraina (24 agosto 2021). Crediti: Lina Reshetnyk / Shutterstock.com

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