12 ottobre 2020

Le complesse relazioni turco-americane durante la presidenza Trump

 

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan è stato tra i primi ad augurare “pronta guarigione” a Donald Trump. Il messaggio è arrivato qualche ora dopo il tweet con cui Trump annunciava di avere contratto il Covid e invece che una singola frase, come hanno fatto quasi tutti gli altri leader mondiali, Erdoğan ha scritto – in inglese e sempre su Twitter – un messaggio più articolato e lungo in cui, oltre alla «rapida guarigione», si augurava anche «sinceramente» che Trump e Melania superassero il periodo di quarantena senza problemi e tornassero in salute il prima possibile. Si tratta probabilmente solo di dettagli ma la cura di questo messaggio rispetto alle frasi di circostanza inviate dagli altri capi di Stato rivela in realtà quanto siano state cordiali e profonde le relazioni di Trump con Erdoğan rispetto alla freddezza e all’indifferenza spesso ostentata con l’inquilino della Casa Bianca dai principali leader europei e dalle istituzioni dell’Unione Europea (UE).

In quattro anni di presidenza, il rapporto tra Erdoğan e Trump è stato sostanzialmente positivo, fatta eccezione per alcune questioni che però riguardano relazioni problematiche tra USA e Turchia che si trascinano da molto tempo, quando Trump era conosciuto soltanto come uno sfrontato uomo d’affari e nessuno pensava sul serio che sarebbe mai diventato presidente degli Stati Uniti d’America. Anche i rapporti tra Trump ed Erdoğan risalgono a molto tempo fa e sono stati fin da subito assai buoni.

Nel 2008 Donald Trump decide di investire in Turchia per la costruzione di un complesso commerciale e residenziale nel centro di Istanbul. Le Trump Towers aprono nel 2012 e a tagliare il nastro alla cerimonia di inaugurazione c’è Recep Tayyip Erdoğan all’epoca a capo del governo turco come primo ministro già da cinque anni. Le “torri” di Trump sono oggi uno dei centri commerciali più conosciuti a Istanbul e, secondo una recente inchiesta del New York Times, l’investimento ha fatto guadagnare all’attuale presidente americano almeno 13 milioni di dollari dal 2008, di cui uno nei quattro anni in cui è stato presidente. Le Trump Towers di Istanbul sono un ottimo esempio per capire come un legittimo affare di un imprenditore di successo possa abilmente venire utilizzato successivamente per influenzare alcune decisioni della Casa Bianca. Per portare a termine il suo investimento in Turchia nel 2008 Trump si è servito della fondamentale consulenza di Mehmet Ali Yalçındağ, un importante imprenditore turco che da allora è sempre rimasto in buoni rapporti con lui tanto che nel gennaio 2017 ha partecipato alla cerimonia di insediamento alla Casa Bianca. Nello stesso periodo, Yalçındağ era finito al centro di uno scandalo in Turchia dopo che un gruppo di hacker aveva diffuso il contenuto di alcune delle sue email private da cui trapelava che l’imprenditore turco aveva tentato di limitare le critiche a Erdoğan sui quotidiani e nei programmi televisivi del gruppo mediatico che dirigeva, il colosso dell’editoria Doğan di proprietà del suocero di Yalçındağ. Oggi la proprietà del gruppo mediatico è passata ad un imprenditore notoriamente vicino a Erdoğan, ma in effetti le critiche al presidente turco sui quotidiani e i canali televisivi del gruppo Doğan avevano già cominciato a scomparire proprio a partire dal 2016. Come da lui stesso confermato a vari quotidiani, il rapporto di Yalçındağ con Trump è rimasto buono durante gli anni della presidenza. In realtà pare che la relazione tra i due sia diventata negli anni qualcosa di ben più che amichevole e che abbia dirette conseguenze sulle scelte del governo USA in politica estera. Secondo la stampa americana, sarebbe stato proprio Yalçındağ a organizzare l’incontro ad Ankara nel 2019 tra il consigliere di Trump, nonché marito di sua figlia Ivanka, Jared Kushner e il ministro delle Finanze turco Berat Albayrak, genero dello stesso Erdoğan. Anche il presidente turco ha partecipato a questi incontri dove si è discusso come migliorare la cooperazione economica tra Turchia e Stati Uniti. Se in questo caso il ruolo di Yalçındağ potrebbe essere stato solo di mediazione, in maggio l’imprenditore turco ha scritto a tre segretari dell’amministrazione Trump (Agricoltura, Energia e Commercio) alcuni precisi suggerimenti riguardo a come espandere l’interscambio economico e le relazioni commerciali tra Turchia e USA. Non si trattava di conversazioni personali, le lettere si concludono spiegando che il contenuto della corrispondenza è stato inviato anche a Donald Trump e sono firmate da Yalçındağ in quanto presidente, grazie alla nomina di Erdoğan, dell’organizzazione per promuovere investimenti turchi negli Stati Uniti, il Turkey-US Business Council.

Quando Trump si è insediato alla Casa Bianca le relazioni tra Turchia e Stati Uniti erano particolarmente critiche. Le elezioni americane del 2016 arrivano a pochi mesi dall’evento chiave per la storia recente della politica turca: la notte del 15 luglio di quell’anno in cui venne fermato un tentativo di colpo di Stato militare per rimuovere Erdoğan dal potere. A distanza di quattro anni continuano ancora i processi contro i presunti golpisti, il potere del presidente turco ne è uscito rafforzato e non è ancora emersa una versione completamente chiara degli eventi di quella notte. In Turchia, sia a livello sociale che istituzionale, è prevalsa però la convinzione che l’Occidente fosse in qualche modo a favore di quel colpo di Stato ma soprattutto che la mente di quel golpe fosse Fethullah Gülen, un anziano predicatore a capo di una comunità islamica molto influente in Turchia e coinvolto in un’aspra lotta per il potere contro Erdoğan dopo averci in realtà collaborato per anni. Dalla fine degli anni Novanta Fethullah Gülen vive negli Stati Uniti e possiede una green card che ha ottenuto grazie alla mediazione di un ex presidente della CIA e di un ex ambasciatore americano in Turchia. Per la Giustizia turca Gülen e la sua rete di adepti sono i responsabili del tentato colpo di Stato, ma i documenti che Ankara ha spedito a Washington chiedendone l’estradizione non sono mai stati presi in considerazione seriamente dalle autorità americane. La prima richiesta di estradizione di Gülen da parte di Ankara arriva nella fase finale dell’amministrazione Obama ma anche dopo l’insediamento di Trump il predicatore islamico non è mai stato estradato e continua a vivere tranquillamente nella sua grande villa in Pennsylvania. Già prima del tentato golpe i rapporti tra la Turchia di Erdoğan e gli Stati Uniti erano problematici. A marzo del 2016 l’FBI arrestò a Miami Reza Zarrab, imprenditore turco-iraniano che vanta ottime relazioni con la famiglia del presidente turco. Zarrab fu accusato di frode, riciclaggio di denaro sporco e di aver architettato uno schema per permettere al governo iraniano di evitare le sanzioni economiche imposte dagli USA attraverso transazioni presso la banca turca Halkbank. Già nel 2016 la Turchia aveva tentato di risolvere la situazione di Zarrab ed Erdoğan aveva chiesto personalmente aiuto a Joe Biden, all’epoca vicepresidente americano, che si trovava in visita ad Ankara. Quel tentativo cadde nel vuoto e se l’amministrazione Obama aveva dimostrato di non essere interessata a risolvere questo caso, Donald Trump si è comportato invece diversamente e nel 2017 ha chiesto all’allora segretario di Stato Rex Tillerson di cercare di intervenire. Oggi Reza Zarrab resta ancora in carcere, ma sicuramente Erdoğan ripone delle speranze in Trump visto che uno dei suoi maggiori sostenitori, l’ex sindaco di New York Rudolph Giuliani, è l’avvocato di Reza Zarrab e, al contrario di Obama, si è già interessato al caso in passato.

Le relazioni tra Turchia e Stati Uniti sono storicamente complesse, spesso tese e nella società turca prevale l’opinione che Washington rappresenti una minaccia per Ankara, a prescindere dal presidente in carica. In quattro anni, il presidente turco non ha comunque mai riservato a Donald Trump gli aspri toni di sfida per cui è noto in tutto il mondo e anzi si è dimostrato piuttosto pacato anche nei momenti di difficoltà. Non c’è stato, ad esempio, alcun commento del presidente turco quando Melania Trump nel 2019 ha visitato una scuola legata alla comunità di Fethullah Gülen negli USA, evento che se fosse accaduto altrove avrebbe potenzialmente attirato critiche durissime da parte di Ankara. Erdoğan non ha alzato la voce nemmeno per come si è concluso il caso di Andrew Brunson, un pastore evangelico americano residente per oltre vent’anni in Turchia che dopo il tentato golpe del 2016 è stato arrestato con l’accusa di spionaggio per conto degli USA, collaborazione con il gruppo armato curdo Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK, Partîya karkerén Kurdîstan) e con la rete di Gülen. Il caso di Brunson è stato preso a cuore da Donald Trump e la scarcerazione del sacerdote è stata chiesta a più riprese. Inizialmente Erdoğan sperava di poter ottenere l’estradizione di Gülen in cambio della liberazione di Brunson ma questa ipotesi non è stata presa in considerazione da Trump che anzi ha prima minacciato sanzioni economiche se il sacerdote non fosse stato liberato e dopo averle davvero imposte è riuscito ad ottenere la scarcerazione di Brunson senza commenti da parte turca. Nessuna forte critica si è sentita da Erdoğan nemmeno quando nel 2018 l’amministrazione Trump ha escluso la Turchia dalla collaborazione militare per la produzione di caccia F-35, in reazione all’acquisto da parte di Ankara del sistema missilistico S-400 di fabbricazione russa. In questo caso Erdoğan ha reagito dicendo che l’esclusione dalla collaborazione militare sarebbe stata un incentivo per iniziare a produrre aerei da guerra in Turchia e comunque alcuni senatori del Partito democratico americano hanno recentemente denunciato come nonostante la decisione di Trump sia in vigore ormai da due anni la collaborazione con la Turchia sugli F-35 continua in qualche modo anche tuttora.

Sicuramente il rapporto non conflittuale di Trump con Vladimir Putin è ben visto da Erdoğan considerate le buone relazioni che il capo di Stato turco ha intrecciato negli ultimi anni con il presidente russo. Forse la decisione di Trump più apprezzata da Erdoğan riguarda però uno dei principali tormenti per cui Ankara non ha mai gradito molto l’amministrazione Obama. Il 7 ottobre 2019 la Casa Bianca ha annunciato che la Turchia avrebbe presto iniziato un’operazione militare nelle aree controllate dalle forze curde nel Nord della Siria sul confine turco, il comunicato diceva anche che le forze americane ‒ mandate in quelle zone anni prima da Obama per combattere l’ISIS insieme ai Curdi ‒ si sarebbero ritirate dall’area. Dopo la decisione di Trump i soldati americani non hanno abbandonato la collaborazione con i militanti curdi in altre zone della Siria, ma ritirandosi hanno di fatto permesso all’esercito turco di penetrare ulteriormente in quel territorio rompendo la contiguità nelle aree controllate dai Curdi e scongiurando lo storico incubo di Ankara di vedere uno stato da loro amministrato.

Proprio la Siria e la questione curda rappresentano i temi su cui invece le distanze tra il presidente turco e il candidato del Partito democratico Joe Biden sono maggiori. Le decisioni dell’amministrazione Obama riguardo al sostegno ai Curdi nel Nord della Siria non è mai piaciuta alla Turchia ed Erdoğan ha conosciuto Biden proprio quando era vicepresidente di Barack Obama. A complicare la situazione, le relazioni con Hillary Clinton, considerata in Turchia vicina a Fethullah Gülen, e soprattutto alcune parole pronunciate da Joe Biden durante un discorso ai giornalisti del New York Times nel dicembre 2019. Il video dell’evento è stato recentemente diffuso on-line e ha attirato forti critiche in Turchia da parte del governo perché Biden dice chiaramente che vuole sostenere l’opposizione a Erdoğan e la popolazione curda. «Biden è un politico conosciuto per le sue dichiarazioni contro la Turchia», ha scritto recentemente un editorialista turco del quotidiano filogovernativo Yeni Şafak, «è quindi normale essere preoccupati perché [se vincerà le elezioni] non sarà certo qualcosa di buono per la Turchia». L’ex vicepresidente americano si propone come un’alternativa a Trump anche sul piano del rapporto che vorrebbe instaurare, se venisse eletto, con il presidente turco. L’ha dimostrato anche recentemente commentando il conflitto in corso in Nagorno-Karabakh e chiedendo a Trump di fare pressione affinché la Turchia abbandoni il suo sostegno all’Azerbaigian contro l’Armenia. Quella di Biden è una scelta chiara e dimostra come anche in USA le relazioni tra Erdoğan e Trump siano percepite come positive e per una parte della società, per questo stesso motivo, fonte di problemi. 

Una delle poche critiche che Erdoğan ha riservato a Donald Trump risale a qualche mese prima delle elezioni americane del novembre 2016. In quanto leader di un partito che rappresenta l’Islam politico in Turchia, Erdoğan non aveva gradito l’idea di vietare l’ingresso negli USA alle persone nate in alcuni Paesi musulmani, uno dei cardini della campagna elettorale di Trump. All’epoca, Erdoğan prese nettamente posizione contro Trump accusandolo di non avere tolleranza per i musulmani e chiedendo addirittura che il nome del futuro presidente americano fosse rimosso dall’insegna delle Trump Towers di Istanbul. Dopo la vittoria alle presidenziali americane, Erdoğan è tornato più sulla questione e la grande scritta “TRUMP AVM” (acronimo di Alışveriş Merkez, centro commerciale in turco) non è in realtà mai stata toccata e resta ancora oggi intatta davanti alle Trump Towers di Istanbul.

 

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