17 agosto 2021

Le conseguenze della disfatta afghana, tra USA, Cina e Russia

 

Nel pomeriggio di domenica 15 agosto 2021 il ministro dell’Interno afghano, Abdul Sattar Mirzakwal, ha annunciato che il governo in carica consentirà la creazione di un “governo di transizione", dopo che nelle ore precedenti il movimento dei Talebani aveva preso il controllo della capitale Kabul, quindi dell’intero Afghanistan. Stando all’agenzia Associated Press, nelle stesse ore il presidente afghano Ashraf Ghani si lasciava alle spalle il Paese, riparando all’estero consapevole di non poter più ribaltare la situazione. Nel giro di una settimana, infatti, i capoluoghi dei principali governatorati afghani sono caduti come foglie di fronte all’offensiva dei Talebani, che hanno colto al balzo l’occasione del ritiro americano e occidentale per riprendere il controllo del Paese centrasiatico. Ghazni, Lashkargah, Herat, Kandahar e infine Kabul, cadute una dopo l’altra come birilli.

Spiegare i motivi e le possibili conseguenze di questa pesante quanto repentina disfatta è operazione assai complessa. Bisogna innanzitutto comprendere quanto sia profonda e radicata nella cultura locale afghana una frammentazione del potere che ha ben pochi eguali sull’intero pianeta. L’Afghanistan è un Paese aspro, montagnoso, difficile da controllare nella sua interezza. Il mosaico di gruppi etnici come Pashtun, Tagiki, Hazara, Uzbeki, Beluci ecc. è solo una rete a maglie larghe sotto la quale il potere passa per le mani di potentati più piccoli, come clan e tribù, che controllano una fetta del monopolio della violenza e dei fattori produttivi (primi fra tutti quelli legati al commercio degli oppioidi).

È in questo contesto che, stringendo patti e alleanze tattiche più o meno lunghe, i Talebani sono riusciti a vivere nel nascondimento per vent’anni, dopo l’invasione del Paese da parte di USA e alleati post-11 settembre 2001, attendendo pazientemente il momento propizio per tornare in scena. L’annuncio del ritiro americano da parte dell’ex presidente Donald Trump a ottobre 2020 ha rappresentato quel momento propizio, anche se è toccato al successore Joe Biden gestire la fase operativa del disimpegno. La resistenza delle forze regolari afghane, formate e finanziate da USA e NATO nel corso degli ultimi due decenni, è stata blanda, talvolta inesistente. Numerosi i casi di defezione e persino di soldati che si sono rifiutati di aprire il fuoco. Connivenza, paura, rassegnazione: è molto difficile stabilire quale sia la ragione dietro questi fenomeni, rivelatisi però determinanti per il successo dell’offensiva talebana.

All’indomani della presa di Kabul sono due i dati su cui vale la pena riflettere. Il primo è l’enorme, forse definitivo, danno arrecato alla credibilità statunitense nell’area e persino a livello globale. Il secondo è il modo in cui le altre potenze regionali e globali, come Cina e Russia, intenderanno giocarsi la partita ora che i Talebani sono di nuovo al potere in uno Stato che ha rappresentato per secoli un nodo essenziale della geopolitica centroasiatica.

La credibilità, pur non essendo un bene tangibile come il petrolio o gli aerei da combattimento, è un asset geopolitico essenziale, specialmente per una superpotenza come gli Stati Uniti. Serve a far capire ad alleati e partner che possono fidarsi, ma anche per far sapere agli avversari che eventuali azioni ostili non restano impunite. Le fotografie della frettolosa fuga da Kabul del personale diplomatico USA, i video di afghani disperati che prendono d’assalto un volo in decollo nello scalo della capitale per poi morire cadendo nel vuoto, pur di non restare nelle mani dei Talebani: sono danni d’immagine enormi per gli Stati Uniti d’America e per la loro credibilità.

Le risposte dell’amministrazione americana, inoltre, appaiono vacue e insufficienti. All’inizio dell’offensiva talebana la comunità d’intelligence USA sembrava persuasa che il movimento intendesse conquistare solo qualche territorio, per poi tornare ai negoziati da una posizione di forza. Previsione rivelatasi molto debole. Di fronte al fatto compiuto, con i Talebani che a grandi falcate prendevano un governatorato dopo l’altro, l’amministrazione Biden si è trincerata dietro il tecnicismo della “missione compiuta”, ricordando – come fatto più volte dal segretario di Stato Antony Blinken e dallo stesso presidente Biden – che l’obiettivo della missione in Afghanistan era quello di liquidare al-Qaida e il suo leader Osama Bin Laden, non disarcionare il regime talebano e costruire una nuova statualità. Il destino dell’Afghanistan non rientra, quindi, nelle dirette responsabilità di Washington. Dal punto di vista tecnico può sembrare una risposta credibile, ma non dal punto di vista politico, morale e – appunto – della credibilità.

Cercare motivazioni strategiche e geopolitiche dietro il ritiro americano sembra operazione abbastanza avventata. Sulla decisione USA ha pesato soprattutto la politica domestica: una fetta sempre maggiore dell’opinione pubblica americana era stanca di un conflitto ventennale costato 83 miliardi di dollari e 2.500 vite umane, perse in uno sperduto Paese incastonato tra le montagne dell’Asia. La propaganda trumpiana contro le endless wars, le guerre infinite, e le accuse ai Dem di essere tradizionalmente i “guerrafondai” contrapposti all’isolazionismo dell’“America First” hanno fatto il resto.

Ciononostante le implicazioni geopolitiche saranno probabilmente tante e rilevanti. Vista da Pechino, ad esempio, l’ignominia di cui si sono macchiati gli Stati Uniti in Afghanistan è una manna dal cielo a livello propagandistico. Il Global Times, organo ufficiale del Partito comunista cinese, titola senza filtri «Sconfitta in Afghanistan: una completa umiliazione per gli USA», e aggiunge: «Gli Stati Uniti sono davvero come una “tigre di carta”», la cui sconfitta «è ancora più umiliante di quella dell’Unione Sovietica in Afghanistan negli anni ’80». In un commento riferito all’ex colonia britannica di Hong Kong – dove movimenti pro-democrazia lottano contro la repressione cinese – sempre il Global Times cita l’Afghanistan per “suggerire” agli attivisti di non dare credito alle promesse americane in loro favore. Questione di credibilità, appunto.

La Cina ha, per il momento, un’unica seria preoccupazione, ossia quella legata a possibili emorragie di estremismo islamico dall’Afghanistan nello Xinjiang, regione cinese occidentale popolata dalla minoranza islamica e turcofona degli Uiguri. Ciononostante Pechino sembra voler risolvere il problema per via diplomatica, non con le armi o addirittura prendendo il posto degli USA in Afghanistan. Già a luglio scorso una delegazione talebana visitava Tianjin, megalopoli cinese a sudest di Pechino, per incontrare funzionari diplomatici cinesi che chiedevano rassicurazioni proprio sul fronte uiguro. È la classica strategia della Cina in Asia occidentale: evita meticolosamente di impantanarsi direttamente in scenari di crisi potenzialmente senza uscita e interviene, a bocce ferme, col potere della diplomazia e dell’economia (dicendosi pronta a partecipare alla ricostruzione).

La Russia, invece, dimostra il solito pragmatismo lanciando blandi appelli alla moderazione e dicendosi disposta a dialogare con il nuovo governo di transizione. Anche Mosca si guarda bene dal lanciarsi in un coinvolgimento diretto in Afghanistan, un Paese il cui solo nome evoca ancora una delle peggiori sconfitte della storia sovietica, considerata da alcuni come l’inizio della fine per il blocco comunista. Per i primi tempi, dunque, l’Afghanistan tornato in mano ai Talebani potrebbe restare in una sorta di limbo diplomatico. Una condizione che, al netto delle minacce di isolamento da parte di Unione Europea e ONU, mette il Paese solo relativamente in difficoltà. I Talebani sanno di poter contare sull’appoggio del Pakistan, che a sua volta è il principale partner della Cina nell’area oltre che un Paese che li ha coccolati e protetti per tutto questo tempo consentendo loro di tornare al potere dopo vent’anni di presenza occidentale.

 

Immagine: Una donna con indosso il burqa nella vita quotidiana, Kabul, Afghanistan (23 marzo 2009). Crediti: kursat-bayhan / Shutterstock.com

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