28 giugno 2022

Le direttrici della politica di Scholz sulla guerra in Ucraina

 

Non è certo la prima volta che la Germania è accusata di fare troppo o troppo poco a seconda dei casi. Se prima dell’inizio della guerra il rimprovero era quello di fare troppo poco con Putin – emblematica la domanda di un opinionista del Wall Street Journal – da qualche tempo l’accusa si concentra sulle armi che Berlino, consapevolmente, non invierebbe all’Ucraina. A parte la stravaganza di pensare di condurre una discussione su quali e quante armi (addirittura sulla tipologia!) in quale momento vengano inviate in un Paese nel corso di un conflitto, è forse opportuno ricordare quello che Berlino sta cercando di fare. Anche perché alla cancelleria federale non siede più Angela Merkel, che sin dai primi anni del suo lungo cancellierato si guadagnò, anche grazie alla buona mediazione sul Trattato di Lisbona, la stima e il rispetto di buona parte d’Europa e poteva incassare con più facilità le critiche. Oggi il cancelliere è Olaf Scholz, socialdemocratico e a capo, per la prima volta nella storia, di una coalizione a tre gambe, SPD, liberali e Verdi (il famoso “semaforo”) che, infatti, traballa molto di più di quelle passate. E se le fibrillazioni interne al governo sono qualcosa di fisiologico e inevitabile, forse qualche addebito può essere mosso alla comunicazione dell’esecutivo tedesco, in queste settimane effettivamente disastrosa.

Ma, nonostante le critiche che gli piovono addosso dalla stampa straniera e da quella di casa, Scholz si sta muovendo lungo due chiare direttrici: da un lato reagire alla guerra di aggressione russa con una trasformazione radicale della politica tedesca di sicurezza e di difesa. E nonostante le critiche della sinistra del partito, Scholz è andato avanti senza esitare, come dimostra anche la determinazione con cui ha risposto ai fischi della piazza socialdemocratica il 1° maggio scorso. Lo ha detto esplicitamente anche Lars Klingbeil, copresidente della SPD e fedelissimo di Scholz: «Spero che svilupperemo come società una nuova normalità con la Bundeswehr. Una cosa ovvia per dare rispetto e riconoscimento a coloro che fanno il loro servizio per il nostro Paese, che sono disposti ad andare dall’altro capo del mondo se il Parlamento lo decide. Vorrei che parlassimo di pace, ma parlare di guerra non porta alla guerra. Chiudere gli occhi sulla realtà porta alla guerra». Qualcosa di semplicemente impensabile fino a pochi mesi fa e sulle cui conseguenze – la profonda trasformazione dell’identità tedesca – non si sta riflettendo con sufficiente consapevolezza.

Per entrare nel merito, sia il fondo straordinario per l’esercito federale di 100 miliardi sia la decisione di inviare armi all’Ucraina sono scelte davvero radicali. Lo stanziamento per la Bundeswehr rappresenta solo un primo passo, ma innegabilmente il Paese si prepara a rompere un tabù degli ultimi decenni: vale a dire essere non più solo una potenza economica ma anche militare. È fuor di dubbio che questo riaprirà anche una discussione perlomeno europea e non è detto che non sia un bene, accelerando la definizione di una politica di sicurezza comune.

Il problema delle armi inviate all’Ucraina ci porta all’altra direttrice della politica di Scholz: evitare che il conflitto si estenda, uno scenario che impone prudenza. In molti hanno evidenziato una particolarità: mentre per gli inglesi una guerra in Europa è sempre stata qualcosa di immaginabile, per i tedeschi, persino per quelli che studiavano queste vicende, fino allo scorso febbraio una nuova guerra continentale era autenticamente unvorstellbar. Le ragioni sono tante, innanzitutto storiche, ma quello che qui interessa segnalare è che questa condizione rende ancora più impellente la necessità di limitare il più possibile il conflitto, ipotesi condivisa con Francia e Italia, come la foto sul treno che portava i tre leader a Kiev ha plasticamente evidenziato.

Sin qui, oltre allo straordinario sforzo degli Stati Uniti, i Paesi europei hanno contribuito in modo più o meno simile, compatibilmente con le possibilità. Le condizioni, secondo alcuni disastrose, dell’esercito federale tedesco sono state da più parti criticate e i 100 miliardi serviranno proprio a una sua riforma: anche perché sino ad oggi gran parte dei Paesi europei hanno immaginato gli interventi degli eserciti soprattutto in missioni contro il terrorismo e di combattimenti di limitata intensità (soprattutto aerei), abbandonando quasi del tutto l’idea di una guerra convenzionale e di lungo periodo, con effetti certamente rilevanti sulle disponibilità effettive delle singole forze armate. Che infatti non se la passano bene. Ma tanto nelle armi pesanti che nel cosiddetto Ringtausch, vale a dire in un accordo con alcuni Paesi che inviano i propri mezzi di produzione sovietica all’Ucraina e ricevono in cambio mezzi dalla Germania, Berlino ha fatto la sua parte. Le polemiche sui ritardi o sulla poca determinazione sono del tutto strumentali perché non tengono conto di vari fattori. Il Ringtausch, ad esempio, è un sistema macchinoso e burocratico ma che ha, d’altro canto, il vantaggio di mettere a disposizione delle forze armate ucraine mezzi di utilizzo immediato. Poi ci sono le evidenti difficoltà logistiche, a partire dall’addestramento degli uomini all’uso di mezzi particolari e al reperimento di munizioni, ma soprattutto la necessità, più volte ribadita da tutti i governi occidentali, di evitare l’allargamento del conflitto. Necessità che ha un impatto sulla tipologia di aiuti: sino ad oggi sono stati esclusi la no fly zone, l’invio di aerei (su questo c’è stato anche uno scontro molto duro tra la Polonia e gli Stati Uniti) e di veicoli corazzati da combattimento di fabbricazione occidentale, il cui impiego potrebbe essere certamente considerato come un atto di guerra.

Come si coniuga questo obiettivo di evitare l’estensione del conflitto con la nuova fase che da settimane si registra sul piano militare? Una fase che segue il primo (enorme e tragico) errore di valutazione di Vladimir Putin che credeva di trovarsi di fronte uno Stato diviso e un esercito disorientato e che, invece, ha impedito a Mosca di entrare a Kiev. Il conflitto si va anzi concentrando in alcune zone nella parte orientale del Paese, nella quale i russi avanzano molto lentamente ma in modo costante, andando incontro a considerevoli perdite. Ma bisogna dire che anche le forze ucraine stanno subendo perdite notevoli: la capacità dei russi di utilizzare la propria artiglieria in modo efficace è sensibilmente aumentata. Tutto questo si traduce in un allungamento di un conflitto che si fa sempre più sanguinoso per entrambe le parti, una vera e propria guerra di logoramento. Obiettivo che è stato apertamente indicato da alcune capitali occidentali. Con la Russia che può, però, approfittare del fattore tempo, non avendo ancora impiegato tutte le riserve militari di cui dispone, che le sanzioni occidentali non sono in grado, nel breve periodo, di mettere in discussione. Mentre l’Ucraina avrà sempre più bisogno di aiuti dall’Occidente, con tutte le difficoltà politiche e logistiche del caso. È pertanto necessario ipotizzare che una guerra di logoramento possa spingere entrambe le parti a cercare di individuare una soluzione negoziale del conflitto. Ed è ovvio che lo sforzo fatto fin qui, soprattutto con l’invio di armi a Kiev, serve proprio a palesare la determinazione europea e spingere Putin a sedersi a un tavolo.

Ed è su questo che ci sono evidenti contrasti tra gli alleati occidentali, per quanto una certa solidità, che ci si augura possa reggere, dell’asse tra Berlino, Parigi e Roma. Le polemiche sui presunti ritardi, come pure quelle del tutto insensate, contro il consigliere della politica estera di Olaf Scholz, Jens Plötner, sono frutto di questi contasti. Che la CDU di Friedrich Merz non lo capisca e abbia deciso di cavalcarle, sperando in un tornaconto elettorale, è un calcolo rischioso. Perché c’è da augurarsi che Scholz mantenga questa sua posizione e, soprattutto, che la guerra non si traduca anche nell’inizio di una fase di corsa agli armamenti indiscriminata che non è certamente nell’interesse dell’Europa. Come pure non è interesse europeo la prosecuzione di un conflitto che rischia sempre di allargarsi e di diventare una guerra ben peggiore di quanto visto sinora.

Infine, è anche necessario ricostruire una unità dell’Unione Europea (UE): su questo anche il nostro Paese deve fare di più nel sostenere la Germania nello sforzo di recuperare il ritardo degli ultimi sedici anni. Vale a dire l’integrazione degli Stati orientali, a partire dalla Polonia, che si sono sentiti troppo a lungo cittadini di seconda classe e le cui istanze non venivano ascoltate. Da questa generale diffidenza si spiegano anche le recenti polemiche da Varsavia sui ritardi tedeschi nel Ringtausch: è qualcosa che non può più accadere, ma che si supera solo tramite una nuova fiducia reciproca. Che allo stato attuale è davvero in frantumi e costituisce l’eredità peggiore del cancellierato di Angela Merkel.

 

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Immagine: Olaf Scholz durante la conferenza stampa dopo il vertice straordinario della NATO, Bruxelles, Belgio (24 marzo 2022). Crediti: Gints Ivuskans / Shutterstock.com

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