02 aprile 2014

Le incognite del dopo Umarov

Il ministero degli interni russo sta ancora verificando le notizie sull’uccisione del leader della clandestinità armata nel Nord-Caucaso Doku Umarov, il capo di Imarat Kavkaz, uno Stato “virtuale” che dovrebbe riunire con la forza tutte le repubbliche islamiche della regione, ora soggette alla sovranità della Federazione Russa. Si tratta, da ovest ad est, delle repubbliche di Adygheja, Kabardino-Balkaria, Karačaevo-Čircassia, Inguscezia, Nord-Ossezia, Cecenia e Daghestan.

La morte di Umarov è stata annunciata il 16 gennaio dal sito dei guerriglieri ceceni Kavkaz-tsentr, il quale ha anche comunicato che i suoi seguaci hanno già eletto un successore nella persona di Ali Abu Muhammad. Sui media russi sono comparse informazioni secondo cui la morte di Umarov, il principale terrorista del Nord-Caucaso, sarà confermata in occasione della “Giornata della Russia” il 12 giugno prossimo. Fra l’altro Umarov aveva annunciato azioni terroristiche, non realizzate, per il blocco delle Olimpiadi di Soči.

Se Umarov è veramente morto, con ogni probabilità si intensificherà la lotta della clandestinità armata contro le forze militari e di polizia russe nella regione caucasica. Questa è anche l’opinione di Ahmed Zakaev, già membro del governo ceceno secessionista, ora residente a Londra, il quale è convinto che Ali Abu Muhammad sia solo una figura di transizione e che il potere passerà nelle mani di Supjan Abdullaev, esponente del salafismo, cioè, in sostanza, del fondamentalismo islamico. In pratica, la lotta dei guerriglieri nord-caucasici, oggi incentrata sul Daghestan, si sposterà ulteriormente dal piano nazionalista a quello islamista.

Non ci sono notizie certe sulla morte di Umarov. Ma negli ambienti del governo ceceno e dei servizi di sicurezza russi circolano voci insistenti secondo le quali Umarov è stato ucciso nel corso di un’operazione speciale in una zona boschiva non lontana da Urus-Martan, una località già al centro di combattimenti durante le due passate guerre cecene. Questa operazione sarebbe avvenuta il 5 o il 6 giugno dell’anno scorso: la data precisa rimane incerta. Ancora due o tre giorni prima, come ha dichiarato il presidente ceceno Ramzan Kadyrov, Doku Umarov era stato ferito, ma i suoi guerriglieri erano riusciti a salvarlo e a sottrarlo all’accerchiamento delle forze russe. È possibile che egli abbia cercato di nascondersi nei dintorni di Urus-Martan. Le forze russe hanno sottoposto la zona a un intenso bombardamento di artiglieria, ma senza risultato. La ferita mortale lo avrebbe colpito sulla frontiera dell’Inguscezia con la Cecenia. Secondo gli ultimi dati, i suoi resti si troverebbero a Rostov-na-Donu, nel “Centro federale di identificazione” del ministero della Difesa. Nello stesso istituto dovrebbe avvenire l’identificazione ufficiale, cosa difficile perché praticamente Doku Umarov non ha più parenti in Cecenia. Probabilmente le autorità cercheranno di identificarlo con un’analisi del DNA.

Doku Umarov aveva rinunciato volontariamente alla presidenza dell’Ičkeria, cioè della Cecenia secessionista, ormai ridotta a uno Stato-fantasma, trasformando l’Ičkeria stessa in un vilayet (provincia) del suo progettato Imarat Kavkaz. Il problema della regione del Nord Caucaso non sta tanto nella personalità di Doku Umarov, benché essa abbia avuto la sua importanza, quanto nelle tendenze e nei processi che egli rappresentava. Umarov aveva rinunciato alla presidenza dell’Ičkeria dopo che i russi avevano eliminato il suo predecessore Abdul Halim Sajdullaev, e in questo modo di fatto aveva decretato la fine della Cecenia secessionista. Si tratta di un caso interessante, probabilmente unico nello spazio postsovietico: uno stato sorto de-facto decide la fine della propria esistenza. Qualcosa del genere non è avvenuta con le altre formazioni statuali in qualche modo simili alla Cecenia durante il periodo della tentata secessione e delle relative guerre, come in Transnistria, al Nagornyj Karabach, o, ancor più, in Abchazia e Ossezia Meridionale.

La liquidazione della Cecenia secessionista (Repubblica Ičkeria) è assai importante per valutare i nuovi pericoli che minacciano l’integrità statuale della Russia nel Nord-Caucaso. Poco dopo essere divenuto presidente della Repubblica Cecena di Ičkeria, nella primavera del 2007, Umarov annunciò la trasformazione della Cecenia in un vilayet del progettato Emirato del Caucaso. E questo Imarat Kavkaz, nell’intenzione di Umarov, dovrebbe basarsi su valori differenti rispetto al progetto separatista ceceno e orientarsi verso l’islam radicale. I nemici, o almeno gli avversari politici del progetto Imarat non saranno soltanto la Russia, ma anche il mondo occidentale. Lo stesso Doku Umarov ha più volte affrontato chiaramente il tema di questa trasformazione: non più una Cecenia indipendente e laica, bensì la prospettiva di uno stato confessionale (islamico) legato alle correnti più estremistiche di questa religione. Occorre tuttavia osservare che molti esponenti del passato establishment separatista ceceno, in primo luogo Ahmed Zakaev, hanno preso le distanze da questa posizione, continuando a fare appello ai valori nazionalistici, e non islamistici.

Vi sono indizi i quali fanno pensare che la clandestinità armata passerà ad azioni più energiche contro le istituzioni dello stato russo nel Nord-Caucaso. Esiste infatti quasi una costante: con la perdita di ogni leader la clandestinità si radicalizza. Ogni nuovo comandante dei guerriglieri (mujahedin) conserva anche una certa continuità col suo predecessore. L’evoluzione della lotta, prima per l’indipendenza, poi per la creazione di uno stato islamico incomincia già con Dudaev. Sia i successivi presidenti dell’Ičkeria, Aslan Maskhadov e Abdul Halim Sajdullaev, e addirittura lo stesso Doku Umarov, erano gli zelatori di una certa identità vejnakh (ceceno-inguš) che cercavano di mantenere anche nelle condizioni della radicalizzazione salafita (islamico-fondamentalista).

Adesso, se, come prevede Ahmed Zakaev, il potere passerà a Supjan Abdullaev (l’uomo che meno di ogni altro è legato alla lotta nazionale, perché è uno dei primi leader del Partito Federale Islamico organizzato in Cecenia ancora nel 1991), la clandestinità armata si avvicinerà ideologicamente all’estremismo islamista. Umarov, quando ancora erano vivi Basaev e Maskhadov, era ritenuto l’uomo che incarnava la fedeltà al modo di vita ceceno tradizionale e al sufismo ceceno. La sua posizione si evolse quando divenne “emiro del Caucaso”, assertore di una teocrazia monarchica virtuale che si fonda su una rigida ideologia islamica. Molti di coloro che circondavano Doku Umarov sono parecchio più giovani di lui. Essi non hanno legami con il più antico periodo di lotta e non hanno la necessità di evolversi. Essi partiranno subito esclusivamente dalle idee salafite. In pratica ciò significherà che essi allargheranno la sfera di ciò che è consentito ai guerriglieri e organizzeranno attentati anche fuori dalla regione. Già in aprile Doku Umarov aveva annunciato la rifondazione del Riyad us-Salihin (“I giardini degli Onesti”, dal nome di un trattato islamico medievale di Zakariya an-Nawawi), un gruppo terroristico a suo tempo guidato da Šamil Basaev, colui che con l’“invasione” del Daghestan nel 1999 aprì la strada alla Seconda guerra cecena, quella di Vladimir Putin. Umarov dichiarò che questo gruppo era già riuscito a compiere con successo due attentati e che si preparava ad estendere la sua attività. Con la liquidazione di Umarov al centro di questa attività tornerà il terrorismo.

 

Pubblicato in collaborazione con Altitude, magazine di Meridiani Relazioni internazionali

 


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