14 settembre 2021

Le monarchie arabe del Golfo: breve storia di un’indipendenza non desiderata

 

Il 2021 rappresenta un anno molto speciale per tre delle quattro piccole monarchie del Golfo Persico: Bahrain, Emirati Arabi Uniti e Qatar. Tutti questi Paesi sono accomunati dal fatto che condividono il cinquantenario dell’indipendenza dall’Impero britannico, ottenuta nel 1971 (il Kuwait, dal canto suo, si era reso indipendente dai britannici dieci anni prima, nel 1961). Nel corso di questo mezzo secolo sono cambiate radicalmente le caratteristiche fondamentali di questi Paesi, passati da territori di pesca, raccolta, commerci e pirateria a petro-monarchie impegnate nella transizione in hub metropolitani d’influenza globale.

Questi Paesi raggiunsero l’indipendenza all’interno del più ampio quadro della fine degli imperi coloniali europei. Tuttavia, costituiscono un caso del tutto peculiare in quanto, quando nel 1968 il governo laburista di Londra annunciò il ritiro delle forze britanniche impegnate nel territorio e la fine del protettorato la reazione da parte dei governanti locali, appartenenti alle stesse famiglie oggi al potere, non fu, come ci si sarebbe aspettato, di gioia. Al contrario, accusarono Londra addirittura di tradimento verso accordi vecchi di più di un secolo: l’indipendenza raggiunta nel 1971, insomma, non era affatto desiderata e scatenò innanzitutto inquietudine, generata ad esempio da timore di venire fagocitati dai vicini più grandi una volta venuta meno la “protezione” britannica (timore che, guardando al Kuwait e all’Iraq nel 1991, si rilevò non del tutto infondato).

Per comprendere perché questi territori sono stati tanto refrattari all’indipendenza occorre, innanzitutto, fare un rapido viaggio nella loro antichissima storia. A ridosso delle civiltà della Mezzaluna fertile, il retaggio storico di queste terre è antichissimo. Sin da quei remoti tempi, una costante di queste zone, strategiche per i commerci e ricche di risorse minerali, perle e pescato, fu quella di essere soggetta alla dominazione, più o meno formale, di qualche potenza imperiale, vicina o lontana. Una tradizione che ha avuto inizio sin dai Sumeri  e che è continuata con persiani, arabi, portoghesi, ottomani e, infine, britannici. Il 1971 non segnò quindi la ritrovata indipendenza dopo anni di giogo europeo, ma uno sviluppo del tutto inedito nelle vicende di territori che indipendenti non erano mai stati. Dal punto di vista di quei popoli, quindi, il ritiro britannico era visto come il presupposto di una transizione da un padrone a un altro. Constatazione al momento smentita, ma che in ogni caso rappresenta uno stato di eccezione nell’ordine complessivo della storia di queste zone.

D’altra parte, è necessario anche comprendere perché, ovviamente dal punto di vista delle dinastie locali regnanti, il protettorato britannico non fosse affatto mal tollerato. L’influenza dell’Impero britannico, nonostante la volontà di non interferire negli affari locali, fu comunque considerevole al punto che il Paese oggi più esteso e influente tra le monarchie arabe del Golfo, gli Emirati Arabi Uniti, non è che l’erede diretto degli “Stati della Tregua”, una confederazione di emirati ai quali, più di un secolo fa, l’Impero impose di non intrattenere rapporti diplomatici con altri Paesi in cambio della protezione militare da parte del suo esercito e, soprattutto, della sua flotta. Fu questo tipo di accordo a costituire l’ossatura del dominio britannico sulle sponde arabe del Golfo, nota anche sotto il nome di “pax britannica”. Dal punto di vista del potere locale, la perdita dell’autonomia in politica internazionale non era considerata un grosso sacrifico, tutt’altro: all’interno dell’immenso Impero britannico, le dinastie regnanti potevano governare in pressoché totale autonomia senza doversi preoccupare di garantirsi la sicurezza contro nemici esterni.

Occorre ora guardare all’altra parte di questi accordi e analizzare quali fossero invece gli interessi britannici verso questi sceiccati. Per farlo è sufficiente allargare la mappa geografica fino a comprendere, oltre il Mar Arabico, il subcontinente indiano, la “perla” dell’Impero coloniale britannico. L’interesse di Londra verso tali territori era, innanzitutto, giustificato dal loro essere punti strategici fondamentali nei traffici che intercorrevano tra il Raj britannico e il resto dell’Impero. Nell’ottica del “Grande gioco” che vide contrapposti Regno Unito e Russia per il controllo dell’Asia, il Golfo Persico era uno snodo cruciale nel garantire la proiezione di potenza della flotta britannica non solo in India, ma in tutto il resto dell’Asia e nei territori sul Pacifico.

Fino al 1947 Kuwait, Qatar, Bahrain e Stati della Tregua, assieme all’Oman, sono un territorio gestito dal Raj britannico, non direttamente da Londra, in qualità di “residenze”, ossia zone di fatto autonome salvo gli affari d’interesse del Raj, gestiti da un ufficiale locale nominato direttamente dal viceré d’India. Assieme ad Aden, erano le uniche residenze collocate al di fuori dell’India propriamente detta.

Con la perdita dell’India, la politica estera britannica cambiò radicalmente e, naturalmente, ciò andò a influire anche sulle forme della “dominazione informale” che Londra esercitava sugli sceiccati del Golfo. La gestione del protettorato passò dal Raj britannico al Foreign Office; fino al 1971 è stata quindi Londra ad esercitare direttamente il controllo su questi territori. Da un lato, l’impegno profuso da Londra a livello di ufficiali e burocrazia aumentò d’intensità. Al tempo stesso, per il Regno Unito sempre più post-imperiale la gestione della sicurezza, sia a livello di risoluzione delle controversie coi vicini sauditi, sia a livello di mantenimento di forze armate sul territorio, costituì un investimento sempre meno giustificabile che portò al ritiro unilaterale. Per l’ennesima volta, i territori arabi del Golfo, lasciati a governarsi da soli senza un piano strutturato per il “passaggio di consegne”, si ritrovarono soggetti a dinamiche al di fuori della loro portata.

Gli anni Settanta del XX secolo per il mondo arabo furono un periodo di grandi tumulti, con l’ascesa del nazionalismo arabo Ba‘th, le pressioni incrociate da parte di Stati Uniti e Unione Sovietica nell’ambito della guerra fredda, i contrasti interni alla Lega Araba e le continue sconfitte subite da parte di Israele. Per i Paesi arabi del Golfo, di fresca e non voluta indipendenza, tutti questi fattori rappresentavano, assieme alle minacce da parte dei vicini regionali, elementi potenziali di forte instabilità. Dopo aver valutato un’unione di nove sceiccati sulla falsariga dei sultanati malesi, Emirati, Qatar e Bahrain scelsero infine di prendere strade separate, dando inizio al rapporto costantemente a cavallo tra cooperazione e competizione che le caratterizza ancora oggi, a cinquant’anni di distanza. La favolosa ricchezza raccolta con l’esportazione di petrolio e gas naturale è stato il carburante che ha consentito a questi Paesi sia di garantirsi l’indipendenza e la stabilità interna, sia di poter comunque contare su un nuovo, potente alleato: gli Stati Uniti.

Oggi, nel 2021, è pacifico pensare che quest’indipendenza sia desiderata e che la si voglia conservare, come ha dimostrato il Kuwait nei confronti dell’Iraq trent’anni fa. Tuttavia, all’interno delle stanze del potere esercitato da quelle stesse dinastie che amministravano le terre per conto dei britannici, i loro giovani rampolli sanno benissimo che il peso della storia impone loro la consapevolezza di vivere in una fase di fragile eccezionalismo.

 

Immagine: Mappa del Bahrain. Crediti: TonelloPhotography / Shutterstock.com

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