15 novembre 2019

Le proteste in Iraq e Libano scuotono gli equilibri geopolitici regionali

Le proteste in Iraq e Libano potrebbero ottenere risultati che la strategia trumpiana della “massima pressione” sull’Iran non è stata in grado di raggiungere. Così titola un’analisi del Washington Post, a firma Ishaan Tharoor, in cui si sottolinea come le imponenti manifestazioni di piazza iniziate a ottobre 2019 nei due Paesi arabi potrebbero far perdere a Teheran parte dell’influenza che con fatica ha cercato di costruirsi in Medio Oriente. Nonostante, infatti, la Repubblica islamica abbia messo in campo sforzi ciclopici ‒ in campo militare e non solo – per tutelare i propri interessi egemonici in teatri di crisi come la Siria e lo Yemen, in questo momento rischia di perdere mordente in due Paesi, Libano e Iraq, che finora Teheran riteneva “sicuri”.

L’ideologia portante dei “falchi” di Washington vuole che l’accordo con l’Iran, da cui gli States sono unilateralmente usciti nel 2018, non stesse funzionando non tanto perché Teheran non mantenesse i propri impegni sul nucleare in sé, quanto piuttosto perché l’accordo sul potenziale atomico iraniano sembrava aver dato implicitamente luce verde a Teheran affinché desse prova di una rinnovata assertività regionale con “mezzi convenzionali”. Obiettivo, non raggiunto, della “massima pressione” era quindi quello di ridimensionare le mire regionali di Teheran. Cosa che invece le proteste in Libano e Iraq potrebbero effettivamente realizzare.

Il Paese dei cedri sta assistendo a una massiccia ondata di proteste da quando, il 17 ottobre, il governo locale ha annunciato l’introduzione di una tassa sulle telecomunicazioni, in particolare su WhatsApp, per tentare di rimpinguare le esangui casse dello Stato. Con un debito pubblico pari al 150% del PIL, il salario medio al di sotto dei 300 dollari al mese e la ricchezza del Paese detenuta per un quarto dall’1% della popolazione, il Libano sembrava aver unicamente bisogno della proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Il ritiro della “WhatsApp tax”, tuttavia, non è bastato a calmare i manifestanti, che infatti hanno continuato a presidiare le strade chiedendo alla classe politica tutta di fare un passo indietro a favore di un governo di tecnici, prima di tornare alle urne. Il primo ministro Saad Hariri si è dimesso lo scorso 29 ottobre ed ora si attendono le mosse del presidente della Repubblica, Michel Aoun, per la formazione del nuovo esecutivo.

Diversamente sono andate le cose in Iraq, dove in un mese di protesta e repressione, stando ai dati forniti dall’Alta Commissione indipendente irachena per i diritti umani, oltre 300 persone hanno perso la vita e 15.000 sono rimaste ferite. Disoccupazione, corruzione e mancanza di servizi sono alla base delle rivendicazioni delle piazze di Baghdad e altri capoluoghi dell’Iraq meridionale – a maggioranza sciita ‒ come Bassora. Blocchi stradali, chiusure di ponti strategici e interruzione dei servizi nel porto di Umm Qasr non hanno fermato i manifestanti, che ancora attendono risposte concrete dal governo di Adel Abdul-Mahdi.

Al netto delle marcate differenze tra i due Paesi – superficie, tipo di economia, composizione demografica, impalcatura istituzionale – non mancano talune affinità tra le sollevazioni di piazza irachene e libanesi delle ultime settimane. In entrambi i casi, infatti, il malcontento popolare si basa su rivendicazioni di stampo economico, ma la protesta assume connotati chiaramente politici. Sembra che, agli occhi dei cittadini di Iraq e Libano, il miglioramento delle loro condizioni economiche non possa prescindere dal rinnovamento dell’intera classe politica che ha governato i due Paesi almeno nell’ultima decade.

La politica interna di Libano e Iraq, però, è difficilmente analizzabile senza focalizzare il rapporto che Beirut e Baghdad intrattengono con la Repubblica islamica d’Iran,  guida e nume tutelare di partiti e movimenti sciiti in tutta la regione.  Agli osservatori più attenti, in questo senso, non è sfuggito il fatto che in Libano i manifestanti sono scesi in piazza non solo a Beirut, ma anche in località come Nabatiye e Baalbek, considerate storicamente roccaforti del partito-milizia sciita Hezbollah, la longa manus dell’Iran nel Paese dei cedri (e in Siria). Se il governo di Hariri, sostenuto da Hezbollah, è il simbolo della corruzione, abbatterlo senza rivedere complessivamente la scena politica libanese – di cui Hezbollah è attore protagonista – risulta assolutamente insufficiente. Per quanto, dunque, il “Partito di Dio” abbia tentato in un primo momento di minimizzare le proteste – e poi di infiltrarle e reprimerle assieme agli alleati sciiti di Amal – le piazze gridano anche contro di lui e quindi, indirettamente, contro l’Iran.

Questo grido si fa chiaramente più nitido in Iraq, dove lo slogan «Iran barra!» – «Iran fuori!»  è diventato il simbolo di proteste che, oltre che sul carovita e sulle condizioni finanziarie, puntano il dito contro le ingerenze di Teheran negli affari iracheni. Con l’influenza politica, l’infiltrazione economica e l’azione di gruppi paramilitari come le Unità di mobilitazione popolare (PMU, Popular Mobilization Units), Teheran tiene i piedi ben piantati nel Paese dei due fiumi, l’unico lembo di terra che separa fisicamente l’Iran dal suo nemico giurato nell’area, il regno dell’Arabia Saudita.

Un ridimensionamento del ruolo di Teheran e delle sue forze proxy sia in Iraq che in Libano è quanto di più auspicabile ci possa essere per gli Stati Uniti, che pertanto non hanno tardato a fare un passo avanti. Il 9 novembre, infatti, il segretario di Stato USA, Mike Pompeo, ha dichiarato che gli Stati Uniti «devono aiutare i popoli di Iraq e Libano a sbarazzarsi dell’influenza dell’Iran». Ma non si è fatta attendere neanche la replica di Samir Geagea, capo del movimento cristiano maronita delle Forze libanesi. «Grazie mille Pompeo – ha scritto Geagea su Twitter ‒ ma il popolo libanese non ha bisogno di aiuto per uscire dalla crisi economica e sociale».

Al netto della replica piccata del politico libanese, sembra comunque chiaro che a Washington vedono di buon occhio le manifestazioni libanesi se queste possono fungere da grimaldello contro Iran ed Hezbollah. E lo stesso vale per le piazze irachene. Un “passo indietro” di Teheran da due Paesi così importanti significherebbe per gli Usa la possibilità di rassicurare gli alleati regionali. Da una parte i sauditi, che con l’Iran finora hanno de facto perso le partite in Yemen e Siria, dall’altra Israele, che vede in Teheran e nei suoi vettori di politica regionale – Hezbollah e Pasdaran – minacce esistenziali. Con il ritiro americano dalla Siria nordorientale, che ha dato il via libera all’operazione turca “Fonte di pace” a danno delle Unità di protezione popolare (YPG, Yekîneyên Parastina Gel) curde  ‒ ex alleate di Washington ‒ da Riyad e Tel Aviv non possono che levarsi assillanti preoccupazioni sull’affidabilità statunitense. Sebbene la partnership tra USA e Curdi fosse tattica, mentre quella con Israele e Arabia Saudita è strategica, una “deiranizzazione” di Iraq e Libano darebbe a sauditi e israeliani vantaggi e garanzie di stabilità non indifferenti.

Quale che sia il futuro scenario di un Medio Oriente “meno iraniano”, sta di fatto che un Libano e un Iraq svincolati da Teheran sarebbero davvero quel risultato che l’amministrazione Trump non è riuscita a raggiungere in quasi tre anni di sanzioni, bluff, incontri a sorpresa e alterchi a sfondo nucleare con la Repubblica islamica. All’Iran, questo è certo, non bastano pragmatismo, assertività e profondità strategica per conservare la tanto agognata egemonia regionale. Servono anche i mezzi, specialmente economici. Quegli stessi mezzi che invece, ironia della sorte, i sauditi hanno in abbondanza senza però saperli far fruttare in maniera strategica.

Tuttavia, nelle piazze di Baghdad, Karbala, Tripoli, Beirut e altre località non sono in gioco solo equilibri geopolitici, ma anche vere e proprie mutazioni del contratto sociale. Similmente a quanto accaduto nel 2011 con le Primavere arabe, i cui slogan non a caso sono riecheggiati anche in Libano e Iraq negli ultimi mesi, gli arabi manifestano contro i regimi corrotti e clientelari che li governano, e che spesso usano il mantra della “stabilità” per legittimare la repressione agli occhi dell’Occidente. Ma ci sono due importanti differenze con le sollevazioni di inizio decennio.

La prima è che i politici locali hanno agitato più volte lo spauracchio di ingerenze esterne per scoraggiare i manifestanti, ma tali esternazioni non hanno minimamente attecchito tra la popolazione, che ha continuato imperterrita a presidiare le strade. La seconda riguarda il fattore settario. Nel 2011 esponenti di spicco delle chiese orientali, in Libano come in Siria e in Egitto, invitavano i fedeli a diffidare delle proteste, viste come un possibile strumento dei partiti islamisti per prendere il potere, e a supportare gli autocrati locali (da al-Sisi ad Assad) come unica possibile tutela nei confronti dei cristiani. Oggi la situazione è molto diversa. Lo dimostra, tra le altre cose, la presenza del cardinale Louis Sako, patriarca caldeo, tra i manifestanti di Baghdad. E lo dimostra il fatto che in Libano, come già detto, sciiti, sunniti e cristiani scendono in piazza spalla a spalla oltre ogni divisione confessionale.

In altri termini, il fattore settario ‒ spesso usato dai governi locali come strumento di divide et impera ‒ non funziona più come una volta. Iracheni e libanesi chiedono diritti, pane e giustizia sociale. E lo fanno con una sola voce. Da queste piazze potrebbe nascere quello che il vaticanista Riccardo Cristiano definisce «il Medio Oriente dei cittadini», anziché dei sudditi tutelati da regimi corrotti e repressivi. Spetta all’Occidente, eventualmente, apprendere questa preziosa lezione: forse è finito il tempo in cui bastava affidarsi a regimi autoritari, sebbene quelli di Iraq e Libano lo siano meno rispetto ad altri, in cambio di un po’ di stabilità in più.

Seguitare a camminare in questa direzione vuol dire rimettere in atto quei meccanismi che hanno portato alla crisi di governance di questi anni, all’insicurezza e al terrorismo. La morte di Abu Bakr al-Baghdadi, ad esempio, non implica la fine del Califfato, come probabilmente testimonia l’attentato contro cinque militari italiani nel Nord dell’Iraq il 10 novembre. Al contrario, come sostiene un editoriale di Foreign Policy firmato da H.A. Hallyer del Royal United Services Institute, nell’autoritarismo e nella corruzione dei governi arabi sussistono ancora pienamente le condizioni che hanno permesso la nascita e lo sviluppo del terrorismo jihadista e dell’autoproclamato Stato islamico.

 

Immagine: Piazza dei martiri durante la Rivoluzione libanese, contro l’attuale governo e contro la corruzione nel Paese, Beirut, Libano  (28 ottobre 2019). Crediti: diplomedia / Shutterstock.com

 


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