21 novembre 2022

Le quattro dimensioni delle proteste in Iran

Manifestazioni di protesta continuano a scuotere l’Iran ormai da due mesi, nonostante la violenta repressione da parte degli apparati di sicurezza del Paese. Le dimostrazioni sono cominciate a metà settembre 2022, dopo che Mahsa Amini, una donna curdo-iraniana di 22 anni, è stata arrestata dalla cosiddetta “polizia morale” a Teheran, perché accusata di non indossare correttamente il hijab, una delle tante tipologie di velo usate dalle donne di fede islamica. Secondo quanto appreso, la donna è stata violentemente percossa, è caduta in coma ed è morta pochi giorni dopo. Da quel momento, un’ondata di dolore e indignazione ha spinto un numero crescente di persone a scendere in strada per manifestare dissenso nei confronti del regime e delle sue politiche repressive. Nelle ultime settimane, tuttavia, le proteste si sono evolute in un movimento molto più ampio contro la leadership del Paese. Se in un primo momento, infatti, importanti fasce della popolazione e del tessuto produttivo iraniano non si erano ancora mobilitate, fra i mesi di ottobre e novembre le sollevazioni si sono estese a una parte consistente della popolazione e del territorio del Paese.

 

Dalla morte di Mahsa Amini, manifestazioni di protesta sono state organizzate non solo nella capitale Teheran ma anche a Karaj, Kermanshah, Sanandaj, Shiraz, Ahvaz, Mashhad e Isfahan. Il regime della Repubblica islamica ha adottato sin da subito una narrazione che vuole le proteste come un movimento sobillato e agito da forze esterne: una retorica già ampiamente vista durante le cosiddette “primavere arabe” nel biennio 2010-11. Questa presa di posizione è stata in un certo senso “avvalorata” dagli attentati che hanno accompagnato le proteste, in particolare l’attacco – rivendicato dallo Stato islamico – contro un luogo di culto sciita a Shiraz. Le manifestazioni, tuttavia, sono nella stragrande maggioranza dei casi pacifiche, anche se non sono mancati atti di forza come l’incendio alla casa-museo di Ruhollah Khomeini.

 

Al netto della fredda contabilità della repressione – che secondo l’organizzazione con base in Norvegia Iran Human Rights ha causato finora l’uccisione di più di 300 persone, tra cui minori e donne – la situazione resta molto complessa. Per comprendere quello che sta accadendo sembra più che mai necessario adottare un approccio multidimensionale, tentando di evitare l’incasellamento delle proteste in un facile schema di “lotta contro Dio”, contro l’Islam per come è stato impostato dal regime khomeinista o addirittura come “controrivoluzione” rispetto a quella del 1979. La prima dimensione da considerare è senza dubbio quella generazionale. Come evidenzia un’analisi di Foreign Policy, i grandi protagonisti delle sollevazioni fanno parte della Generazione Z iraniana, detti anche Gen Zers o Zoomers. Si tratta di ragazzi e ragazze abituati a usare i social e Internet, nonostante le frequenti interruzioni della rete nel Paese. Sono loro, coetanei di Mahsa Amini, il nerbo delle manifestazioni e non hanno paura di sfidare un regime che considerano ormai sclerotizzato su posizioni vecchie di decenni. Anche fasce più anziane della popolazione hanno preso parte alle proteste, ma non c’è dubbio che i giovani ne rappresentino, in un certo senso, la vera avanguardia.

 

Il secondo elemento da considerare è quello religioso. Come già detto, l’errore più grave che si possa correre analizzando i movimenti di protesta in Iran è quello di interpretarli come una spinta marcatamente secolarista, che rifiuta in toto l’Islam. Al contrario, la critica che emerge dalle piazze si rivolge alla religiosità pubblica normata e imposta dal regime degli ayatollah. Nei media e nella narrazione occidentale, ad esempio, viene data enorme attenzione alla questione del velo, che è stato al centro del violento episodio che ha coinvolto la stessa Mahsa Amini. Le piazze, tuttavia, non chiedono tanto la rimozione forzata del velo stesso, quanto che quella di indossarlo possa essere una libera scelta. Non bisogna dimenticare che, durante e soprattutto dopo la rivoluzione iraniana del 1979, il velo era diventato uno dei simboli della reazione popolare alla secolarizzazione forzata voluta dal regime degli shah.

 

Il dato anagrafico e quello religioso si intrecciano inevitabilmente con la terza dimensione da considerare, cioè quella politica ed economica. I giovani che animano le proteste sono nati tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila. Non hanno vissuto la rivoluzione, non hanno idea di come fosse l’Iran prima degli ayatollah, ma sanno cosa è venuto dopo. Alla prima generazione rivoluzionaria, quella che ha fattivamente alimentato la rivoluzione del 1979, è seguita quella dei potentati economico-militari – come le Guardie della rivoluzione islamica – che col tempo hanno preso il controllo di gangli vitali del tessuto produttivo iraniano. La posta in gioco delle proteste, dunque, riguarda enormi interessi economici ed equilibri di potere interni, non il solo rapporto tra religiosità e individuo e la tutela dei diritti.

 

Infine, ma non meno importante, c’è la dimensione internazionale. All’inizio di quest’anno, Karim Sadjadpour, analista del Carnegie Endowment for International Peace, sosteneva in un articolo su Foreign Affairs che le imprese all’estero dell’Iran – compreso l’intervento in Siria e il mantenimento dell’influenza in Iraq – avrebbero portato un prezzo molto alto da pagare in patria. «Alla fine», spiegava, «la grande strategia della Repubblica islamica sarà sconfitta non dagli Stati Uniti o da Israele, ma dal popolo iraniano, che ne ha pagato il prezzo più alto». A questo elemento si aggiunge il peso delle sanzioni e dell’isolamento internazionale, che strozzano l’economia della Repubblica islamica, facendo crescere inevitabilmente il malcontento e il disagio sociale nelle fasce più deboli della popolazione.

 

Immagine: Gli studenti dell’Università Amir Kabir protestano contro l’hijab e il regime, Teheran, Iran (20 settembre 2022). Crediti: Darafsh [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0), attraverso Wikimedia Commons

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