06 febbraio 2017

Le reazioni della Santa Sede alle politiche di Trump

La benedizione al Super Bowl, pronunciata in spagnolo e in cui il papa è tornato a parlare di pace e incontro, è suonata come una nuova ammonizione per gli ambienti vicini al presidente Trump. È «preoccupazione», infatti, la parola più ricorrente nelle dichiarazioni delle ultime settimane degli esponenti della Santa Sede in merito all’azione della nuova amministrazione americana.

Ha aperto il fuoco di fila il cardinale Peter Turkson, presidente del Dicastero per la promozione dello sviluppo umano integrale, dichiarando a margine di un convegno in corso alla Pontificia Università Lateranense che la Chiesa di Roma è preoccupata per «il segnale che si dà al mondo» con la costruzione del muro tra Stati Uniti e Messico e si augura che gli altri Paesi, anche in Europa, non seguano il suo esempio». Parlando a Tg2000, cioè sul canale della Conferenza episcopale italiana, monsignor Angelo Becciu, sostituto per gli Affari generali della Segreteria di Stato, ha rincarato la dose: «Certamente c’è preoccupazione perché noi siamo messaggeri di un’altra cultura, quella dell’apertura». Da parte sua, infine, la conferenza episcopale del Messico ha utilizzato toni ancora più duri, mentre posizioni più articolate, sebbene sostanzialmente critiche, hanno contraddistinto l’episcopato statunitense, guidato dal cardinale conservatore Daniel Di Nardo, al cui interno non mancano settori che vedono di buon occhio le posizioni di Trump in materia di diritti civili e in sintonia con i movimenti pro Life.

Siamo dunque di fronte a un quadro che si sta facendo sempre più nitido, ma nello stesso tempo articolato, che vede da un lato un compattamento attorno a papa Francesco nel fare della Chiesa un argine alle derive anti-immigrazione e dall’altro distinguo di varia natura e critiche profonde al suo operato di aggiornamento. Si tratta di un problema politicamente «caldo», ecclesiale, eppure anche civile in un momento in cui avanzano nel mondo occidentale le forze identitarie e securitarie.

In un’intervista a «El País» che ha fatto il giro del mondo papa Francesco ha evocato lo spettro di Hitler, che «fu votato dal suo popolo, e poi distrusse il suo popolo». Il riferimento non è ovviamente al presidente americano, sul quale si è espresso con prudenza, ma non è sfuggito a nessuno di cosa stesse parlando. A differenza dei partiti, al papa non serve il consenso elettorale e il suo pensiero non subisce le oscillazioni dei sondaggi; non deve catturare i voti del ceto medio in crisi e neppure negoziare sui costi dell’accoglienza. È soprattutto da questo punto di vista, pastorale e politico insieme, che ci si può domandare quali saranno le reazioni cattoliche alle politiche di Trump.

In un libro recente, lo studioso di geopolitica delle religioni Manlio Graziano ha sostenuto che negli ultimi dieci anni i cattolici hanno svolto un ruolo sempre più importante, qualitativamente e quantitativamente, nella politica statunitense. Ciò sarebbe avvenuto contestualmente alla crescita del peso specifico dei prelati americani nella vita della Chiesa. In altre parole, secondo l’autore, nel contesto del global shift of power, ovvero nel nuovo contesto internazionale sempre meno americano, il cattolicesimo ha funzionato come una filosofia da tempo di crisi di civiltà, risultando particolarmente efficace nella penetrazione tra le fila dei democratici. Ora, nella nuova amministrazione di Trump non mancano politici, come per esempio il fedelissimo Stephen Bannon, che si è distinto per le sue posizioni islamofobe, razziste, misogine e anti-abortiste. Viene dunque da domandarsi quale significato assuma l’ispirazione cattolica quando si parla di politica, dal momento che la fede può essere impiegata per sostenere posizioni diametralmente opposte – si prenda il caso della ben nota contrapposizione tra il cattolico John Kerry e l’episcopato statunitense – oppure coerenti nel campo della religione, ma difficilmente compatibili in un programma politico e dunque trasversali ai partiti.

Si è detto, del resto, che anche la stessa Chiesa cattolica è attraversata da un confronto interno molto duro e da tendenze diverse che si sono già manifestate nella nota di ringraziamento del cardinale Dolan per lo stop all’erogazione di fondi alle ong internazionali che praticano aborti. Si può immaginare allora che l’amministrazione Trump, sostanzialmente avversa agli assi principali del pontificato di Francesco su accoglienza, ecologia e pace, sarà all’origine di nuove divisioni all’interno di un mondo cattolico globale in via di frammentazione e segnato da polarizzazioni sempre più evidenti.

 


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