28 ottobre 2022

Le relazioni sino-russe dalla guerra fredda a oggi

Una delle molteplici conseguenze della guerra in Ucraina è stata la rinnovata attenzione che molti in Occidente prestano ai rapporti tra Russia e Cina. L’ambiguità della reazione di Pechino che, pur non intervenendo nel conflitto, ha scelto toni e modi concilianti con l’iniziativa di Putin, è stata spesso interpretata alla luce di un presunto asse sino-russo. A suffragare questa ipotesi, l’accordo di “cooperazione illimitata” firmato da Putin e Xi solo poche settimane prima dell’invasione russa, che aveva messo nero su bianco la forte intesa tra i due Paesi. Eppure, parlare di un’alleanza sarebbe impreciso. Diversamente da quanto previsto dall’art. 5 del trattato istitutivo della NATO – l’“Alleanza atlantica”, per l’appunto – l’accordo siglato da Cina e Russia non suggerisce che i due Paesi debbano aspettarsi di ricevere reciproco sostegno militare in caso di guerra.

 

Ma come definire, allora, la natura dei rapporti tra Mosca e Pechino? Per capirlo è necessario ripercorrere la storia delle loro relazioni: una storia tutt’altro che felice. Le interazioni cominciano nel XVII secolo all’insegna del conflitto, come risultato dell’attività espansionistica della Russia imperiale verso i confini dell’impero Qing, l’ultima dinastia cinese ormai prossima a entrare in una lunga fase di declino. Con la fine dell’impero e l’inizio dell’epoca repubblicana in Cina, i sovietici furono testimoni e sostenitori della fondazione del Partito comunista cinese, cui fornirono armi e aiuti, contemporaneamente intrattenendo rapporti con il Partito nazionalista, il Guomindang di Chiang Kai-shek. Ancora nel 1945, dopo lo scoppio della guerra civile, convinto che i comunisti non avessero alcuna possibilità di vincere, Stalin coltivava l’amicizia con Chiang, che gli permise di stabilire basi militari nel Nord-Est del Paese e concesse l’indipendenza alla Mongolia, all’epoca sotto influenza sovietica.

Quando i comunisti vinsero la guerra civile, nel 1949, Stalin si trovò costretto ad aprire un dialogo con Mao. Inizialmente titubante all’idea di siglare un’alleanza con i comunisti cinesi, in parte perché ancora impegnato nei negoziati successivi alla Seconda guerra mondiale, in parte per via dei legami con il Guomindang, solo nel 1950 Stalin si convinse a puntare sulla cooperazione sino-sovietica, firmando un trattato di alleanza che si tradusse in un massiccio sforzo per aiutare la Cina a livello industriale e militare. Ma l’alleanza sino-sovietica aveva problemi strutturali: fondata sulla condivisione dell’ideologia comunista, di cui ciascun Paese voleva essere il più autorevole interprete, il sodalizio era reso fragile dalla necessità di una rigida divisione dei ruoli e delle gerarchie. La guida del mondo comunista, nei fatti, era simile a quella di una comunità di fedeli: e si sa che la Chiesa non può avere due papi.

La situazione si aggravò quando tra Cina e India cominciarono le dispute per il Tibet e Stalin scelse la neutralità, preferendo mantenere buoni rapporti con Nehru, che in quegli anni lanciava la politica del non allineamento. Ne seguirono anni di screzi, rivendicazioni e perfino di umiliazioni, che non cessarono con la scomparsa di Stalin: famoso è l’episodio in cui Mao, durante una visita ufficiale, ricevette Chruščëv, che non sapeva nuotare, nella piscina di Zhongnanhai. Anche la Rivoluzione culturale (1966-69), nata come una questione di politica interna, si nutrì di una dimensione marcatamente antisovietica. Mao, infatti, cominciò ad accusare alcuni avversari politici di essere agenti sovietici sotto copertura, sostenendo al contempo che l’Unione Sovietica aveva tradito il comunismo. A tanto valsero le sue accuse che le Guardie rosse tentarono di assaltare l’ambasciata sovietica a Pechino e, come riportano alcune testimonianze storiche, fu perfino costruito un patibolo per l’impiccagione dei diplomatici russi. Alla fine degli anni Sessanta i rapporti tra i due Paesi erano ai minimi storici e, per la prima volta, a Pechino si cominciò a ragionare nella realistica prospettiva che i sovietici potessero tentare l’invasione.

Fu anche questa paura a stimolare l’apertura cinese verso gli Stati Uniti. Convinto che, come era solito dire, si potessero «usare i barbari per combattere altri barbari», a partire dal ’72 Mao si impegnò nel miglioramento delle relazioni con gli Stati Uniti in funzione antisovietica. Contemporaneamente, anche Mosca e Washington lavoravano per ridurre la tensione e nello stesso anno si svolse il primo round di consultazioni per la limitazione delle armi strategiche, passato alla storia come SALT I. Il risultato fu paradossale: per tutti gli anni Settanta e Ottanta gli Stati Uniti ebbero con Mosca e Pechino rapporti migliori di quelli che l’URSS e la Cina avevano tra di loro.

 

Solo anni dopo la morte di Mao un nuovo periodo di tensioni tra USA e URSS avrebbe permesso il riavvicinamento tra Pechino a Mosca. Accadde all’inizio degli anni Ottanta, quando l’Unione Sovietica si trovò isolata sulla scena internazionale a causa delle sanzioni occidentali che seguirono all’invasione dell’Afghanistan. In queste circostanze, nel marzo 1982, il leader sovietico Brežnev pronunciò un famoso discorso a Tashkent, in Uzbekistan, dando il via al processo di riavvicinamento sino-sovietico. La definitiva normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi avvenne nel 1989, con un viaggio di Gorbačëv a Pechino. Fu proprio l’ultimo leader sovietico a sostenere la necessità di un allineamento con la Cina e questa strategia fu ripresa con convinzione da tutti i suoi successori: prima El´cin con Jiang Zemin, poi Putin, in dialogo con Hu Jintao e Xi Jinping.

Se l’alleanza sino-sovietica crollò dopo dieci anni, i buoni rapporti tra Cina e Russia a cui oggi siamo abituati a pensare durano da almeno trent’anni. Non è un caso: le relazioni sino-russe, oggi libere dalle rigidità gerarchiche di una vera e propria alleanza, sono comprensibili nei termini di uno schieramento strategico su posizioni comuni e beneficiano della flessibilità consentita dalla sostanziale scomparsa dell’ideologia. L’accordo di cooperazione e amicizia firmato da Putin e Xi il 4 febbraio 2022, infatti, pur comprendendo alcuni elementi ideologici, si basa soprattutto su una comune narrazione antiamericana e sul rifiuto dell’egemonia culturale e politica occidentale. Si tratta di premesse ben lontane dalle sovrastrutture ideologiche su cui si fondavano le relazioni sino-sovietiche: sia in politica estera che interna, l’adesione al blocco comunista richiedeva un alto grado di coordinamento, che aveva profonde implicazioni su tutti gli aspetti della vita politica dei due Paesi.

 

Se la partnership di oggi è stata resa possibile anche da una rilettura critica del passato, resta difficile prevedere quale sarà il futuro delle relazioni sino-russe. Molto dipenderà senz’altro dagli eventuali avvicendamenti nelle leadership di entrambi gli Stati. Resta però opinione unanime nei circoli politici di Mosca che sia nell’interesse russo mantenere strette relazioni con la Cina. Potrebbe trattarsi dell’eredità più duratura lasciata da Gorbačëv al suo Paese.

 

* Questo articolo riprende i contenuti della lezione tenuta da Sergey Radchenko (School of Advanced International Studies, Johns Hopkins University) il 30 giugno 2022 presso la 16ª TOChina Summer School, Dipartimento di Culture, Politica e Società dell’Università di Torino.

 

Immagine: Da sinistra, Vladimir Putin e Xi Jinping (4 settembre 2016). Crediti: Crediti: plavi011 / Shutterstock

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