8 settembre 2020

Le tensioni tra Ankara e Atene agitano le acque del Mediterraneo orientale

 

Il 30 agosto in Turchia si è celebrata la Zafer Bayramı, ovvero la Festa della Vittoria con cui ogni anno si ricorda la decisiva battaglia di Dumlupınar combattuta nell’estate del 1922. Negli ultimi 4 giorni di quell’agosto, le truppe turche guidate da Mustafa Kemal inflissero la sconfitta più pesante alle forze greche, che avanzavano in Anatolia, costringendole al ritiro verso ovest per essere poi espulse da Smirne. Pochi mesi più tardi venne firmato l’armistizio di quella che i turchi oggi ricordano come la Guerra di Indipendenza, ovvero il conflitto che, dalle ceneri dell’Impero ottomano sconfitto durante la Prima guerra mondiale, pone le condizioni per la nascita della moderna Repubblica di Turchia. Mustafa Kemal ne divenne il primo presidente prendendo il nome di Atatürk, il “padre dei turchi”.

Quest’anno le restrizioni imposte a causa del Covid-19 non hanno permesso le tradizionali, e molto partecipate, manifestazioni pubbliche per la Festa della Vittoria e si sono tenute soltanto celebrazioni di rappresentanza con la partecipazione di Recep Tayyip Erdoğan. «Gli invasori che un secolo fa tentavano di prendersi il nostro paese sono gli stessi che oggi tentano di escludere la Turchia dal Mediterraneo orientale e non è una coincidenza», con queste parole, rivolte implicitamente alla Grecia, il presidente turco ha voluto celebrare la commemorazione del 30 agosto ad Anıtkabir, l’imponente mausoleo di Atatürk nella capitale Ankara. La scelta di non tenere manifestazioni aperte al pubblico in occasione della Festa della Vittoria non è stata comunque apprezzata da molti turchi che hanno criticato il presidente considerando la decisione poco rispettosa nei confronti del padre della patria Atatürk, di cui Erdoğan, ai loro occhi, rappresenta l’antitesi. La parte più nazionalista e kemalista della popolazione non ha gradito i divieti anche perché solo qualche settimana prima lo stesso presidente Erdoğan aveva partecipato alla cerimonia di riconversione in moschea di Santa Sofia a Istanbul dove decine di migliaia di fedeli avevano pregato l’uno accanto all’altro senza dover osservare particolari misure per il contenimento del Coronavirus. Seppellendo le ragioni che da sempre li separano, i turchi più kemalisti e il presidente Erdoğan si trovano oggi invece assolutamente d’accordo rispetto all’atteggiamento da tenere nei confronti della Grecia, mentre le tensioni che storicamente disturbano Ankara e Atene sono tornate ad agitare le acque del Mediterraneo orientale durante l’estate.

Secondo un sondaggio pubblicato nei giorni della Festa della Vittoria, quasi il 32% della popolazione turca ritiene che se necessario potrebbe essere auspicabile l’uso della forza militare per risolvere la questione delle zone marittime disputate nelle acque che separano Grecia e Turchia. Il 59,7% dei turchi pensa invece che i problemi nel Mediterraneo orientale dovrebbero essere risolti pacificamente con la diplomazia. Considerando che circa l’8% della popolazione non ha un’opinione in merito, si può affermare che la stragrande maggioranza della popolazione turca è dunque dalla parte del presidente, dal momento che la politica di Erdoğan nei confronti della Grecia comprende in qualche modo entrambe le opzioni: apertura nei confronti di un negoziato con Atene ma “se necessario” disponibilità all’utilizzo anche di mezzi militari.

La presenza delle navi da guerra di Ankara nel Mediterraneo orientale si è del resto già irrobustita in questi mesi dopo che, in luglio, il vascello turco Oruç Reis aveva iniziato un’esplorazione per trovare risorse energetiche a sud della costa di Turchia. La missione turca aveva subito sollevato forti critiche da parte di Atene perché, sebbene la zona dove si trovava il vascello disti poche miglia nautiche dalla costa di Turchia, la Grecia rivendica quelle stesse acque a causa della presenza di Megisti, l’isoletta più a est dell’arcipelago del Dodecaneso e quindi il punto più orientale dell’intero territorio greco. Megisti è nota in Italia anche con il nome di Kastellorizo o Castelrosso, ed è la storia del XX secolo a venirci in aiuto per comprendere perché quest’isoletta greca sia molto conosciuta anche dagli italiani. Come le altre isole del Dodecaneso, dagli anni Venti del Novecento Megisti è stata infatti sotto il dominio dell’Italia per poi essere ceduta alla Grecia nel 1947 con il trattato di pace firmato a Parigi a conclusione della Seconda guerra mondiale. Osservando una mappa si può capire l’importanza strategica di questa isoletta e probabilmente anche i motivi per cui l’Italia l’abbia tenuta per così tanto tempo nonostante sia lontanissima dalla nostra penisola e assolutamente non legata ad essa a livello geografico. Megisti è una minuscola isola greca dove oggi abitano circa 400 persone e si trova a un paio di chilometri dalla costa turca di Kaş, mentre resta molto più lontana dal primo territorio greco nelle vicinanze ovvero l’isola di Rodi, oltre 100 km più a ovest.

La peculiare posizione di Megisti consente alla Grecia di rivendicare le acque nelle vicinanze dell’isola, sebbene queste si trovino molto lontane dal territorio greco e siano di fatto sovrastate dalla costa turca. La questione pone un problema per Ankara che considera il resto del territorio greco troppo lontano da quell’isola e non comprende come Atene possa rivendicare diritti marittimi nell’area. La Turchia non accetta questa situazione soprattutto perché la costringe a non poter dominare completamente una vasta porzione del Mediterraneo orientale che si trova proprio nelle immediate vicinanze del suo stesso territorio. La mancata firma da parte di Ankara della Convezione dell’ONU sui mari del 1982 complica la situazione perché il documento rappresenta la legislazione madre in materia di diritto marittimo e consente a uno Stato di dichiarare la sua piattaforma continentale fino a 200 miglia nautiche dalla propria costa. Se questa stessa area si sovrappone a quella di altri Stati, il testo dell’ONU invita le parti a una discussione per arrivare a un compromesso equo. Ankara e Atene non sono mai riuscite a trovare una soluzione condivisa sulle acque disputate e raramente sono riuscite ad aprire un negoziato a riguardo.

Si tratta di problemi che si trascinano da quasi un secolo: il trattato di Losanna del 1923 definisce gli attuali confini di Grecia e Turchia e ha di fatto riconosciuto legalmente la nascita della Repubblica turca. Quel documento ha assegnato alla Grecia tutte le isole del mar Egeo con l’eccezione di Bozcaada e Gökçeada, le due isole turche che circondano lo sbocco dei Dardanelli nell’Egeo e garantiscono alla Turchia il controllo su quell’importante stretto, porta d’accesso verso il mar Nero. Con l’accordo di pace firmato a Parigi nel 1947, il controllo di tutte le altre isole del Dodecaneso, compresa Megisti, passa alla Grecia. I turchi oggi non sono probabilmente interessati alla conquista di quell’isola ma ritengono di avere diritto al controllo del mare, e delle potenziali risorse energetiche, nei pressi di Megisti. Convinzione che difendono con motivazioni geografiche assaliti anche dal timore di vedere il proprio territorio disintegrato come già successe nel 1920 con il trattato di Sèvres che concedeva vaste aree dell’Anatolia alle potenze vincitrici della Prima guerra mondiale, tra cui la Grecia. Quell’accordo fu duramente condannato da Mustafa Kemal e provocò la Guerra di Indipendenza turca. Il trattato di Sèvres non ha più importanza già nel 1923 quando entra in vigore quello di Losanna, ma i turchi ancora oggi restano in qualche modo affetti da quella che è stata definita “sindrome di Sèvres”, ovvero il timore di vedere altri Stati controllare parti di quello che considerano naturalmente il proprio territorio. 

In quasi un secolo, le dispute marittime e territoriali tra Grecia e Turchia si sono spesso riaccese rivelando le tensioni storiche tra Ankara e Atene accumulate in decenni di conflitti traumatici tra la popolazione greca e turca che iniziano nel periodo precedente alla dissoluzione dell’Impero ottomano e continuano durante gli anni della Repubblica fondata da Atatürk. Le questioni riguardo all’isola di Cipro rappresentano forse l’esempio più noto. Oggi lo scontro si concentra nelle acque attorno a Megisti ma riuscire a sciogliere questo nodo non basterebbe comunque perché Ankara ritiene che i suoi diritti siano negati anche altrove, come ad esempio nel mar Egeo oltre che nelle sopracitate acque cipriote. La Turchia sostiene che gli accordi del XX secolo intrappolino Ankara nella penisola anatolica, mentre il livello di sviluppo a cui è arrivata oggi, e la sua posizione geografica, dovrebbero permettere o giustificare un dominio turco sui mari più esteso. Questa visione è nota come Mavi Vatan, la Patria Blu, ed è stata formulata dall’ammiraglio turco Cem Gürdeniz nel 2006 come teoria difensiva che pone l’accento sulle zone marittime attorno all’Anatolia a partire dalle quali la Turchia potrebbe crescere. Secondo questa teoria, l’area marittima che dovrebbe rappresentare la legittima zona economica esclusiva nei mari della Turchia è vasta 462 mila km2 e si sovrappone in moltissime zone alle acque che i greci ritengono di avere diritto di controllare, non solo nell’area dell’isoletta di Megisti ma anche nel mar Egeo. L’ammiraglio Gürdeniz non è mai stato un simpatizzante dell’Islam politico del presidente Erdoğan come tradizionalmente non lo sono in generale i turchi più vicini all’esercito che si definiscono nazionalisti o kemalisti. Oggi però il maggior sostenitore della teoria della Mavi Vatan è proprio il presidente turco che in più occasioni ha affermato di voler difendere ad ogni costo la Patria Blu. Erdoğan è consapevole che rispetto alle dispute con la Grecia nel Mediterraneo avrà sempre il sostegno della stragrande maggioranza della popolazione turca, trovando consensi non solo nel suo bacino elettorale, ma anche tra chi abitualmente non lo vota o non lo farebbe mai.

Raggiungere compromessi o arrivare addirittura a delle soluzioni per la questione del Mediterraneo orientale è urgente soprattutto perché il controllo di questo mare, e delle sue risorse energetiche, non è un problema che riguarda solo Atene ed Ankara ma coinvolge anche molti altri attori, tra i quali alcuni che si trovano molto lontani da queste acque. Qualche giorno fa il segretario di Stato americano Mike Pompeo ha dichiarato che Washington vuole aumentare la collaborazione con Cipro e rinuncerà alle sanzioni sull’acquisto di materiale bellico non letale che da decenni impone nell’isola divisa. Nei prossimi giorni sono in programma esercitazioni militari da parte della flotta di Mosca attorno all’isola di Cipro. La questione del Mediterraneo ha quindi appena provocato un nuovo attivismo russo e americano mentre già si presentava come un problema tutto interno alla NATO. Sia Grecia che Turchia fanno parte dell’Alleanza atlantica e i contrasti tra loro si ripercuotono inevitabilmente su di essa, rendendola oggettivamente più debole e inefficace, oltre che a determinare il rischio di un vero e proprio conflitto che potrebbe porre fine all’Alleanza stessa. La dimensione del problema può essere sintetizzata citando l’annuncio del segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg che, dopo consultazioni con entrambi le parti, il 3 settembre aveva assicurato l’impegno di Turchia e Grecia a trovare un meccanismo per ridurre il conflitto, e i conseguenti rischi per la sicurezza, sotto gli auspici dell’Alleanza atlantica. In meno di 24 ore, la dichiarazione di Stoltenberg è caduta nel vuoto dopo che la Grecia ha intimato alla Turchia di rinunciare alle minacce affinché possano iniziare i colloqui e al momento non è nemmeno chiaro se il negoziato tecnico tra Ankara e Atene invocato da Stoltenberg avrà mai inizio.

Il Mediterraneo orientale mette a dura prova anche l’Unione Europea (UE) e anzi ne evidenzia le divisioni interne. Le tensioni estive hanno provocato una netta presa di posizione da parte della Francia che si è schierata fermamente con la Grecia e sono attualmente in corso trattative tra Atene e Parigi per l’acquisto di caccia francesi che potrebbero dare ai greci delle sicurezze a livello militare nell’eventualità di uno scontro armato con i turchi. Diversa la posizione dell’Italia, che sebbene non abbia mai contestato la Grecia si astiene anche da ogni tipo di critica verso la Turchia. Sarebbe davvero rischioso per Roma criticare Ankara in questo momento a causa della crescente presenza militare turca in un’altra zona del Mediterraneo, la Libia, dove anche l’Italia è presente a livello militare per proteggere interessi energetici e geopolitici di grande importanza. Al contrario di Macron, il governo italiano mantiene quindi un dialogo aperto con la Turchia, come testimoniato dalle frequenti telefonate nei mesi scorsi tra Giuseppe Conte ed Erdoğan. Sarebbe difficile immaginare una situazione diversa senza conseguenti rischi per la sicurezza italiana in Libia proprio mentre la Turchia sta per aprire una base militare a Misurata dove l’esercito italiano ha gestito fino a qualche settimana fa un efficiente ospedale al lavoro per anni e l’entrata in gioco dei turchi ha in qualche modo cambiato gli equilibri sul campo di battaglia.

In questo complicato intreccio di accordi e interessi, la posizione del mediatore è rappresentata da uno Stato che nel Mediterraneo non ha sbocchi ma ambisce comunque ad avere diritto di parola. La Germania di Angela Merkel si è presentata in questi mesi come la potenza che cerca di mettere d’accordo Turchia e Grecia, come dimostrato dalla recente visita del ministro degli Esteri tedesco Heiko Maas nello stesso giorno prima ad Atene e poi ad Ankara per cercare di fare ragionare le parti. Merkel è l’unica in Europa a poter vantare un certo grado di rispetto da parte di Erdoğan, conosciuto a Bruxelles anche per le frequenti dure invettive contro l’UE, almeno negli ultimi anni. Nella serata di giovedì 3 settembre, la questione del Mediterraneo orientale è stata apertamente discussa in una video conferenza tra la cancelliera tedesca e il presidente turco. Il rapporto privilegiato costruito in molti anni tra i due potrebbe scongiurare i rischi di un pericoloso conflitto che potenzialmente metterebbe a rischio non solo gli equilibri del Mediterraneo orientale ma anche l’integrità dell’Alleanza atlantica.

 

Immagine: Il castello sull’isola di Megisti (Castelrosso). Crediti: Lena Kirili / Shutterstock.com

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