19 settembre 2016

Leave

‘Do you think the UK should stay in the European Community (Common Market)?’ : a questa domanda sulla permanenza del Regno Unito nelle Comunità Europee il 67,2% degli elettori britannici rispose di sì il 5 giugno del 1975. Il paese era da poco entrato a far parte del grande progetto europeo, assieme alla Danimarca e alla vicina Irlanda, il primo gennaio del 1973, al termine di un lungo negoziato che si era concluso positivamente solo dopo la fine della presidenza di Charles de Gaulle: il padre della Quinta Repubblica francese si era infatti più volte fieramente opposto a un ingresso del Regno Unito nelle Comunità Europee, sentenziando che l’ammissione di Londra nel mercato comune avrebbe posto ‘des problèmes d’une très grande dimension’. Il 23 giugno 2016, a 41 anni da quel primo referendum, il quesito è stato riproposto: ‘Should the United Kingdom remain a member of the European Union or leave the European Union?’, il Regno Unito deve continuare a far parte di quel progetto europeo oppure abbandonarlo? Il 51,9% degli elettori recatisi alle urne ha pronunciato un inequivocabile ‘leave’, ‘uscire’; consegnando a un’Unione Europea sempre più smarrita un durissimo verdetto che apre una ferita profonda e porta con sé, sotto altre forme, quei problemi ‘d’une très grand dimension’ di degaulliana memoria. Il premier britannico David Cameron era stato chiaro: non era nell’interesse del Regno Unito lasciare l'UE, ma occorreva ridefinire i vincoli tra Bruxelles e Londra, peraltro già più blandi rispetto a quelli che legano la maggioranza degli Stati membri all’Unione in virtù dell’operatività delle clausole di opting out. Era cioè indispensabile intervenire in modo tale da salvaguardare l’interesse nazionale britannico nel libero commercio, nel mercato aperto e nella cooperazione, riducendo i costi, la burocrazia e gli interventi delle autorità di regolazione: in sintesi, serviva meno Europa e non più Europa. Di qui, la promessa del gennaio 2013, dettata anche dalle pressioni di una parte del suo partito e dalla crescita dei consensi degli euroscettici dell’UKIP: se i conservatori avessero vinto le elezioni politiche del 2015 si sarebbe tenuto nel Paese un referendum sulla permanenza nell’Unione Europea. Ottenuto il successo elettorale, nel mese di novembre Cameron ha espresso in una lettera indirizzata al presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk i quattro punti essenziali del negoziato sul futuro del Regno Unito nell'UE: perché Londra continuasse a far parte dell’Unione bisognava garantire adeguata tutela ai paesi membri dell'UE ma fuori dall’Eurozona, rafforzare la competitività, liberare il Paese dal vincolo di una sempre maggiore integrazione europea e regolamentare l’immigrazione dei cittadini UE nel Regno Unito. Condizioni stringenti, cui però Bruxelles ha dato la risposta che Cameron auspicava: l’accordo siglato in sede di Consiglio Europeo a febbraio 2016 veniva infatti incontro a tutte le richieste di Londra, dalla natura facoltativa per gli Stati non membri dell’Eurozona di tutte le misure volte a rendere più forte l’Unione economica e monetaria, alla previsione – in una futura revisione dei trattati – che tutti i riferimenti a un’unione sempre più stretta non si sarebbero applicati al Regno Unito, fino alla temporanea attivazione del tanto desiderato ‘freno d’emergenza’ per restringere l’accesso ai benefici del welfare dei nuovi lavoratori provenienti dagli altri Stati dell'UE. Risultati significativi, che avevano portato Cameron a esprimere con convinzione il suo sostegno all’opzione del remain rispetto al leave. Il resto è cronaca, e ci porta a quel 51,9% con cui gli elettori britannici hanno deciso di chiudere la loro più che quarantennale esperienza all’interno del progetto unitario europeo. Dal punto di vista geografico, il voto si mostra estremamente polarizzato: nonostante la multietnica Londra si sia pronunciata per la permanenza, l’Inghilterra si è espressa orgogliosamente per la Brexit (53,4%), e in tal senso si è orientata anche la maggioranza degli elettori i gallesi (52,5%); a favore del remain sono invece state l’Irlanda del Nord (55,8%) e la Scozia (62%), realtà quest’ultima dove il filoeuropeismo pare mescolarsi con i timori che un’uscita del Regno Unito dalla UE implichi un più stringente controllo di Londra su Edimburgo. E in quella che i risultati elettorali presentano a tutti gli effetti come una nazione divisa – ‘A nation divided’ è stato il titolo di apertura di diversi articoli sul tema - le spinte centrifughe si sono immediatamente riattivate: la Scozia ha infatti già palesato la sua intenzione di chiedere un nuovo referendum sull’indipendenza a meno di due anni dal voto con cui gli scozzesi dichiararono che ‘insieme si stava meglio’ (Better together), mentre in Irlanda del Nord i repubblicani di Sinn Féin reclamano una consultazione per l’unificazione con l’Eire. Anche sotto il profilo demografico la frattura pare evidente: per il remain si sono espresse in modo massiccio le giovani generazioni, gli elettori fino ai 24 anni; la percentuale di cittadini favorevoli alla permanenza nell'UE scende poi progressivamente con l’avanzare dell’età, fino a essere nettamente minoranza tra gli over-65. Delle potenziali ripercussioni della Brexit sui mercati hanno diffusamente parlato gli analisti, e le nubi che si stanno addensando sulle Borse paiono confermare le paure espresse alla vigilia. È tuttavia opportuno soffermarsi anche sul significato politico del verdetto delle urne, riflettendo sull’impatto che il voto britannico avrà sul processo d’integrazione europea. A meno di un anno dal durissimo negoziato tra Atene e Bruxelles che - a costo di rigide misure di austerità - ha salvato la Grecia dall’uscita dall’Eurozona, è stato un popolo a optare, liberamente e consapevolmente, per il ‘divorzio’ dall'UE. Al di là degli aspetti tecnici concernenti il recesso dall’Unione, che è disciplinato dall’art. 50 del Trattato sull’Unione Europea e prevede l’apertura di un negoziato tra le parti, il messaggio politico del referendum britannico è che il valore dell’irreversibilità del processo d’integrazione non esiste più. Nonostante le richieste di adesione dei Paesi dell’area balcanica, l’UE ha da tempo perso la sua attrattività, non possiede più quel fascino legato alla sua capacità di essere potenza normativa fondata sui valori di una società aperta e liberale e per questo in grado di spostare - di anno in anno - un po’ più in là i suoi confini, non per ‘annessione’ di territori come una potenza imperiale, ma in virtù dell’‘ammissione’ di Paesi attratti dal suo modello. Le difficoltà mostrate da Bruxelles – anche a causa dei veti incrociati degli Stati membri - nell’affrontare questioni cruciali quali le pressioni migratorie, la crisi economica e la sempre più pressante domanda di protezione dalla minaccia del terrorismo internazionale hanno ulteriormente indebolito un sistema istituzionale già percepito come un moloch burocratico e autoreferenziale. Ed è in questa frattura profonda tra cittadinanza ed eurocrazia che si è incuneata la vasta costellazione dei movimenti euroscettici, antieuropeisti e ultranazionalisti, che proponendo il ritorno all’apparentemente rassicurante guscio dei confini nazionali promettono la restituzione ai popoli del paradiso perduto dopo la cessione di pezzi di sovranità all’Europa. Anche se avesse vinto l’opzione del remain, l’UE non sarebbe comunque rimasta la stessa: le concessioni garantite da Bruxelles a Londra nell’accordo di febbraio facevano infatti prefigurare una possibile estremizzazione del concetto di ‘Europa a più velocità’, una specie di Unione à la carte dove ognuno prende ciò che gli serve; d’altro canto, se la convocazione stessa di un referendum aveva alimentato la percezione della ‘reversibilità’ del processo d’integrazione, la vittoria del leave rischia di alimentare pericolosamente le tendenze ‘eurosecessioniste’. E non è un caso che, a vario titolo, diverse forze politiche in Francia, Paesi Bassi, Danimarca e Repubblica Ceca reclamino il voto per decidere sul loro futuro europeo. Oggi, il leader dell’UKIP Nigel Farage esulta per quello che ha ribattezzato ‘il giorno dell’indipendenza del Regno Unito’, mentre il premier Cameron - che ha visto la sua posizione sconfitta - ha già annunciato che non sarà lui a condurre Londra fuori dall’UE, e lascerà entro ottobre la guida dell’esecutivo. ‘Out is out’, aveva detto alla vigilia del voto il presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, per sottolineare che in caso di vittoria del Brexit non ci sarebbe stato alcun tipo di rinegoziazione. Oggi più che mai, la tenuta del progetto dell’Europa unita è messa a dura prova: se Bruxelles sarà in grado di ripensarsi e di dare corso a un profondo autorinnovamento, la palingenesi tanto auspicata dai filoeuropeisti potrebbe finalmente vedere la luce. In caso contrario, la disgregazione pare oggi un passo più vicina.

 


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