21 gennaio 2021

Leva e K-pop, la Corea del Sud mitiga la legge sul servizio militare

 

Meglio idol che soldati. Questa è la conclusione a cui è giunto il governo sudcoreano quando ha deciso di modificare la sua annosa legge sul servizio militare, che è ancora obbligatorio nel Paese.

Il 1° dicembre 2020, l’Assemblea nazionale ha approvato un emendamento che consente un ulteriore rinvio per quelle personalità che rappresentano la Corea del Sud a livello internazionale. La revisione, infatti, specifica chiaramente come il ministero dello Sport, Cultura e Turismo possa raccomandare degli artisti particolarmente rappresentativi della pop culture e permettere loro così di rinviare la chiamata dell’esercito. Questa modifica, sia per la stampa di Seoul che per quella internazionale, è diventata velocemente la BTS Law, poiché la più famosa idol band al mondo sarebbe stata altrimenti costretta a dividersi, se non addirittura fermarsi, per qualche anno. Infatti, Kim Seok-jin, universalmente conosciuto come Jin, avrebbe dovuto rispondere alla chiamata dell’esercito entro la fine dell’anno. Il membro più anziano della band ha infatti compiuto i 28 anni di età, termine entro il quale non sarebbe stato più possibile rinviare. La nuova legge prevede il ritorno a una precedente regola, dato che è stato reintegrato il vecchio limite dei 30 anni.

Il dibattito sull’obbligatorietà del servizio militare in Corea del Sud non è esattamente una novità, rappresentando un’istituzione tanto arcaica quanto elastica e selettiva. La querelle principale degli ultimi anni riguardava l’inserimento degli idol nel novero delle categorie che possano essere premiate con l’esenzione. Questo onore veniva solitamente accordato agli sportivi, ma solo a fronte di importanti vittorie internazionali, e saltuariamente a qualche musicista, ma quasi esclusivamente concertisti e virtuosi della musica classica. Il K-pop non veniva riconosciuto come rilevante e rappresentativo del carattere nazionale, qualcosa che potesse dare lustro al Paese nell’arena internazionale. Finché non è diventato il principale prodotto d’esportazione, nonché il principale strumento di soft power, della Corea del Sud. Non era più possibile ignorare l’impatto globale del K-pop e si è giunti alla conclusione che dividere i BTS avrebbe potuto rappresentare un significativo danno d’immagine, oltre che economico, per il Paese.

Una buona notizia per gli ARMY (nome con cui vengono identificati i fan della band) di tutto il mondo, ma soprattutto per i componenti della band, che son riusciti a battere ogni sorta di record anche in un anno profondamente segnato dalla pandemia. Una nuova revisione della legge venne infatti proposta all’inizio del mese di agosto 2020, dopo che Dynamite, il nuovo singolo della band che è poi stato la colonna sonora della campagna pubblicitaria globale di Samsung, è diventato il primo brano di un artista coreano a debuttare al 1° posto della Top 100 dei singoli di Billboard. Oltre alla dimensione strettamente artistica, la forza dei BTS è anche quella di aver, inequivocabilmente, messo sotto i riflettori la potenza economica della propria industria d’appartenenza. Nel 2019 i BTS hanno incassato 170 milioni di dollari, piazzandosi al 5° posto degli artisti più pagati, un’ascesa fermata solamente dalla pandemia in atto. Ciò nonostante, nel mese di giugno 2020 sono stati capaci di frantumare anche il record per la più alta affluenza a una performance on-line, attirando più di 750.000 spettatori paganti per un concerto in streaming.

Inoltre, un’altra importante spinta nell’accelerare tale processo di revisione legislativa è stata la clamorosa Initial Public Offering (IPO, la nostra offerta pubblica iniziale) di Big Hit, la compagnia che ha creato e che produce i BTS. Quando la Big Hit ha deciso di entrare nel mercato azionario, nel mese di ottobre 2020, è stata valutata ben 8,5 miliardi di dollari. Una cifra eccezionale, che sostanzialmente rappresenta il valore di questo fenomeno globale. Grazie a questo incredibile lancio i sette membri della band sono tutti diventati multimilionari, dopo aver ricevuto da Bang Si-hyuk, CEO della compagnia, quasi 69.000 azioni a testa. Non deve quindi stupire che diversi economisti abbiano considerato le attività, presenti e future, dei BTS per calcolare le fluttuazioni del PIL sudcoreano, che avrebbe rischiato di vedere un calo non solo per la recessione causata dalla pandemia, ma anche per la possibile pausa del gruppo.

Come era lecito aspettarsi, la BTS Law ha provocato anche diverse critiche per la disparità di trattamento che verrà estesa agli artisti e rappresentati della pop culture. Se questa modifica è stata pensata per tutelare carriere spesso effimere, che vedono il loro picco prima dei 30 anni, allora perché non estendere lo stesso ragionamento ai tanti giovani che devono rinunciare a buone opportunità lavorative, per poi entrare nel precariato cronicizzato una volta passati i 18/20 mesi di ferma obbligatoria? Ampliare la platea dell’esenzione, in questo caso, è indubbiamente una buona notizia per il mercato, ma non necessariamente per il Paese. Potrebbe diventarlo, però, se la BTS Law si trasformasse nel catalizzatore di un più ampio dibattito sull’opportunità di mantenere una coscrizione obbligatoria così lunga e logorante per il futuro dei giovani coreani.

 

Immagine: I BTS. Da sinistra, V, Suga, Jin, Jungkook, RM, Jimin, J-Hope ai Billboard Music Awards alla MGM Grand Garden Arena 2018 di Las Vegas, Stati Uniti (20 maggio 2018). Crediti: Kathy Hutchins / shutterstock.com

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