18 dicembre 2020

Liberati i pescatori italiani detenuti in Libia

I pescatori di Mazara del Vallo, liberati a Bengasi giovedì 17 dicembre dopo centootto giorni di prigionia, hanno lasciato la Libia con qualche ora di ritardo rispetto al previsto. L’equipaggio di una delle due navi sequestrate, l’Antartide, ha avuto difficoltà nel riaccendere i motori, a causa della lunga sosta forzata. Superato questo inconveniente, i due pescherecci Antartide e Medinea con a bordo i diciotto pescatori, otto italiani, sei tunisini, due senegalesi e due indonesiani, sono partiti insieme poco prima dell’una di notte di venerdì 18 e dovrebbero raggiungere Mazara del Vallo nella giornata di domenica 20 dicembre. Naturalmente la notizia della loro liberazione è stata accolta con soddisfazione a Mazara e nell’intero Paese, ma non sono mancate alcune polemiche sulle modalità con cui si è arrivati al ritorno a casa dei pescatori. Giovedì mattina il primo ministro Giuseppe Conte e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio si sono recati a Bengasi dove hanno avuto un colloquio con il generale Khalifa Haftar, formalmente dedicato alle relazioni bilaterali e al processo di pacificazione in Libia. Secondo alcuni osservatori, il ‘prezzo’ pagato dall’Italia sarebbe consistito proprio nel riconoscimento istituzionale di Khalifa Haftar come interlocutore importante ancora oggi nella risoluzione della crisi libica. Un ruolo che fino a pochi mesi fa era dato per scontato, ma che, dopo il fallimento dell’iniziativa militare dell’LNA (Libyan National Army) contro Tripoli, è stato messo in discussione; negli ultimi mesi si era ipotizzato che la pacificazione della Libia sarebbe stata facilitata da un passo indietro dei due principali contendenti, Fayez al-Sarraj (che ha annunciato l’intenzione di dimettersi) e Khalifa Haftar. Di Maio nel suo precedente viaggio in Libia, che si è svolto il giorno prima del sequestro dei pescatori, aveva incontrato a Tripoli Fayez al-Sarraj e a Tobruk, in Cirenaica, il presidente del Parlamento Aguila Saleh e non Khalifa Haftar. Alcuni osservatori mettono in relazione l’orientamento della politica estera italiana, favorevole a una pacificazione fra Tripoli e Tobruk che passasse anche attraverso un ridimensionamento di Haftar, e il sequestro dei pescatori, anche se ovviamente è un legame mai esplicitato dalle autorità in Cirenaica, che hanno invece denunciato il mancato rispetto delle acque territoriali. Nella serata del 1° settembre, la Marina di Haftar aveva sequestrato i due pescherecci italiani Antartide e Medinea e i diciotto marinai dell’equipaggio accusandoli di essere andati a pesca in un tratto di mare, che si trova 35 miglia a nord di Bengasi, ricco di gamberi rossi ma rivendicato come Zona economica esclusiva dalla Libia. La legittimità delle pretese libiche è oggetto di un contenzioso e il sequestro o il fermo di imbarcazioni italiane sono piuttosto frequenti. I tempi del rilascio questa volta sono stati molto lunghi e nel corso della trattativa si era parlato anche di uno scambio con quattro giovani libici condannati in Italia a trent’anni di reclusione per traffico di esseri umani, in quanto considerati scafisti e implicati nella strage di Ferragosto del 2015 in cui morirono quarantanove migranti. I quattro giovani, poco più che ventenni, sono Joma Tarek Laamami, Abdelkarim Al Hamad, Mohannad Jarkess e Abd Arahman Abd Al Monsiff: nei processi a loro carico, si sono difesi dichiarandosi migranti desiderosi di affermarsi in Europa come calciatori e le autorità della Cirenaica ne hanno sempre rivendicato l’innocenza, chiedendo quindi il ritorno in patria dei ‘quattro calciatori’ libici, ma lo scambio non c’è stato. Le due navi arriveranno in Italia domenica, dopo un viaggio di circa quaranta ore. Le polemiche forse dureranno di più, nonostante il sollievo generale per la conclusione della detenzione dei pescatori.

 

Immagine: Il porto di Mazara del Vallo, Sicilia (gennaio 2007).  Crediti: Bjs [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

0