16 novembre 2018

Libia: bilancio e sviluppi futuri della Conferenza di Palermo

Conclusa la Conferenza di Palermo per la Libia, voluta e organizzata dal governo italiano di Giuseppe Conte e sostenuta dall’ONU, arriva il momento di tirare le somme e capire, nel concreto, quali potrebbero essere gli sviluppi futuri. I giudizi sono divergenti. Alcuni analisti parlano di successo, mentre altri di un vero e proprio fallimento. Come sempre, la realtà sta nel mezzo. Ci sono alcuni elementi che potrebbero far pendere l’ago della bilancia dalla parte di un parziale successo altri, invece, meno convincenti.

In primo luogo il vertice ha restituito una certa centralità diplomatica all’Italia sul dossier Libia. Una centralità che negli ultimi mesi aveva perso a causa degli scontri verificatisi a Tripoli che avevano messo in seria difficoltà Fayez al-Sarraj, leader sostenuto dall’ONU e da Roma. C’era dunque bisogno di rifocalizzare l’attenzione sul Paese, e in particolare sulla zona della Tripolitania, in preda a una vera e propria deriva securitaria. Inoltre, a remare contro la nostra leadership nel Paese c’erano state anche le tensioni con Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, che aveva definito l’ambasciatore italiano in Libia, Giuseppe Perrone, persona non gradita a causa di alcune dichiarazioni sull’impossibilità di realizzare a breve elezioni nel Paese. Il diplomatico è rimasto “bloccato” a Roma e la nostra ambasciata, unico punto di contatto occidentale a Tripoli e motivo di orgoglio per l’Italia, momentaneamente chiusa. Il dialogo con il federmaresciallo libico, ora, sembra riaperto, e questo è senza dubbio un importante passo in avanti nella “partita” italiana in Libia.

In secondo luogo, seppure con qualche ingenuità diplomatica, Roma ha saputo muoversi piuttosto bene con gli attori internazionali presenti al vertice. Il premier Conte, con la sua visita a Mosca, ha stretto un asse con Putin che potrebbe aver spinto Haftar a recarsi nella capitale siciliana. L’Egitto, altro alleato di Haftar, rappresentato a Palermo dal presidente al-Sisi, che non si recava più in Italia da quattro anni anche a causa delle tensioni sull’omicidio di Giulio Regeni, si è mostrato molto collaborativo. Sembra, dunque, essersi formato un asse tra Italia, Russia ed Egitto funzionale ad aprire al nostro governo la strada verso l’Est del Paese, da sempre roccaforte francese.

Infine l’Eliseo, competitor dell’Italia in Libia, ha inviato il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian, il diplomatico di più alto livello tra tutti quelli europei presenti al vertice. Può sembrare strano, viste le tensioni con Parigi, ma a ben guardare la rinnovata vicinanza di Macron all’Italia può essere legata a questioni che esulano dalla stabilizzazione della Libia. Eni e Total, proprio nelle scorse settimane, hanno definito degli accordi esplorativi in Algeria e Libano e presto, probabilmente, faranno altrettanto in Egitto. Anche sul fronte libico una maggiore collaborazione tra i due colossi energetici potrebbe portare vantaggi reciproci. C’è, infine, un aspetto importante che si cela dietro la celebre photo opportunity tra Conte, Haftar e al-Sarraj scattata al termine del vertice: un minimo accordo di massima tra i due libici. Il generale della Cirenaica ha accettato che al-Sarraj possa essere riconfermato alla guida del consiglio presidenziale almeno fino alle prossime elezioni. Un ammorbidimento insperato visto l’atteggiamento piuttosto “bizzoso” di Haftar durante tutto il summit.

A fronte di questi elementi positivi ci sono state, però, anche alcune criticità. La conferenza non ha prodotto alcun documento ufficiale vincolante, firmato da tutte le parti, anche a causa delle reticenze di Haftar e dell’uscita di scena anticipata della Turchia. È stata stabilita una road map di massima che include alcuni degli obiettivi già previsti da Ghassan Salamé, rappresentante ONU per la Libia: l’organizzazione entro gennaio di una conferenza nazionale nell’ex Jamahiriya, capace di coinvolgere il maggior numero possibile di attori locali che sono mancati a Palermo e un accordo su una nuova data per le elezioni, dopo la bocciatura della proposta francese di una tornata elettorale entro dicembre. Non ci sono ancora date certe, tuttavia sembrano emersi alcuni step molto concreti che, se realizzati in tempi brevi, potrebbero essere un viatico per la ripresa economica del Paese, precondizione essenziale per dare vita a un processo politico capace di condurre ad elezioni in un clima decisamente più disteso. Durante il summit, infatti, si è parlato di petrolio e di riforme nella gestione dei proventi derivanti dal greggio libico, rivedendo le modalità di funzionamento della NOC, la compagnia petrolifera nazionale con sede a Tripoli. La NOC gira le sue entrate alla Banca centrale, ma il problema è che le Banche centrali sono due: una in Tripolitania e una in Cirenaica e i soldi vengono spesso “deviati” alle milizie che operano in questi territori con una grave dispersione dei proventi. Dai colloqui sono emersi l’intenzione di unificare le due Banche centrali e un accordo per una supervisione dell’ONU sui bilanci e sui proventi per garantire una maggiore trasparenza. Un “piccolo passo” che però potrebbe rappresentare un’ipotesi di soluzione per centralizzare l’economia e depotenziare il ruolo delle milizie che vivono, anche, del traffico illegale di greggio.

Un altro problema riguarda la defezione del vicepresidente turco, che ha abbandonato la conferenza con una frase piuttosto lapidaria: «non si può pensare di risolvere la crisi in Libia coinvolgendo le persone che l’hanno causata ed escludendo la Turchia». Il riferimento è evidentemente al generale Haftar, storico nemico della Fratellanza musulmana la cui narrativa fa leva su una lotta che non fa discrimine nel campo degli islamisti, accomunando i Fratelli musulmani a gruppi radicali e a formazioni terroristiche. A ben guardare, però, c’è di più. Il generale libico, che si è eretto a baluardo del laicismo, secondo molti sarebbe vicino ai madkhalisti, appartenenti a una corrente di stampo salafita ultraconservatrice (la salafiyya madkhaliyya) fondata dallo sceicco saudita Rabi al-Madkhali e considerata la longa manus saudita in Libia. La storia dell’alleanza tra Haftar e la corrente salafita non è recente. Già nel 2014, quando il generale ha lanciato l’Operazione dignità nella Libia orientale, Rabi al-Madkhali ha emesso una fatwa sulla necessità per i salafiti di sostenere l’uomo forte della Cirenaica contro i Fratelli musulmani. La spaccatura tra Haftar e la Fratellanza musulmana andrebbe, dunque, ben al di là della dialettica sulla necessità di combattere i gruppi estremisti, ma si baserebbe su fratture confessionali di vecchia data, delineando uno scenario ben più critico di quello fin qui ipotizzato. Un problema che potrebbe seriamente mettere in crisi il processo di riconciliazione voluto dall’Italia e dall’ONU.

Infine, bisogna considerare il ruolo di Saif Al Islam Gheddafi. A Palermo la sua presenza non è mai stata presa in considerazione, ma qualunque road map dovrà fare i conti con lui, il terzo incomodo tra Khalifa Haftar e Fayez al-Sarraj. Il figlio del rais non si vede da anni e sembra rimanere in silenzio, ma in realtà è proprio in questa assenza che sta costruendo la sua rete di contatti. In Libia alcuni lo vedono come una “speranza” e sarebbero pronti a sostenerlo.

In sintesi, per usare una metafora, potremmo dire che la Conferenza di Palermo, tra inevitabili alti e bassi, ha posto le fondamenta per costruire un processo di pacificazione nel Paese. Tuttavia, se non si costruirà subito un solido edificio, queste fondazioni rischieranno di invecchiare e dunque di non reggere più e la struttura potrebbe frantumarsi in breve tempo, riportando la Libia in un caos senza fine e vanificando gli sforzi dell’Italia e della comunità internazionale.

 

Crediti immagine: ANSA

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