26 settembre 2020

Libia, tre possibili passi verso la stabilità

Mentre Mig e droni hanno, momentaneamente, cessato di volare nei cieli dell’ex Jamahiriya dopo la fine all’offensiva militare del generale Khalifa Haftar contro Tripoli, la Libia continua a bruciare. Questa volta sono le rivolte popolari a incendiare le strade delle principali città libiche da Tripoli a Bengasi, da est e ovest. Crisi economica, corruzione, assenza di elettricità, pesano sulla popolazione stanca della cattiva gestione delle risorse del Paese. Le proteste si sono riflesse anche sui “governi libici”: il Governo di accordo nazionale (Gna) formalmente riconosciuto dalle Nazioni Unite e il governo della Libia orientale, quello non riconosciuto dall’Onu, con sede a Tobruk. Quest’ultimo ha formalmente dato le proprie dimissioni per “voce” del primo ministro Abdallah al-Thani.

Nella capitale le cose non vanno meglio. Le risposte piuttosto violente alle sollevazioni di piazza da parte di alcune milizie hanno scatenato il caos interno alla compagine governativa. Il premier del Gna, Fayez al-Sarraj, ha recentemente sospeso dal suo incarico il ministro degli interni Fathi Bashagha, che è stato poi reintegrato, ma la spaccatura tra Tripoli e Misurata, di cui Bashaga è un uomo di spicco, sono oramai evidenti. Anche per questo il leder onusiano ha annunciato le proprie dimissioni entro il mese di ottobre.

È evidente, dunque, come la tregua non abbia decretato l’inizio della pace ma abbia solo scoperchiato il vaso di Pandora, riportando alla luce vecchi e nuovi problemi che potrebbero mettere a rischio la stabilità di un Paese in bilico tra speranze di stabilità e minacce di nuovi conflitti.

Come far pendere l’ago della bilancia dalla prima parte? Premesso che per problemi complessi non esistono soluzioni semplici, è possibile prospettare alcune ipotesi.

Il primo passo da fare dovrebbe essere quello di riprendere il prima possibile la produzione di petrolio sospesa a causa del blocco dei pozzi imposto dal generale Khalifa Haftar nel gennaio del 2020, causando una perdita di 10 miliardi di dollari. Proprio il protrarsi di questa situazione ha portato al malcontento della popolazione e alle conseguenti proteste che hanno messo a rischio la legittimità popolare di entrambi gli schieramenti. Tuttavia senza un meccanismo per un’equa redistribuzione dei proventi questa potrebbe causare ulteriori attriti tra le milizie locali e i vari sponsor internazionali alimentando nuovi conflitti. A questo proposito potrebbe essere utile la creazione di un fondo comune tra il Gna e le nuove rappresentanze dell’est libico (in raccordo con la Banca centrale e la Noc, l’autorità petrolifera libica) capace di gestire nel modo più trasparente possibile la rendita da idrocarburianche nel mercato internazionale, che ha costituito circa il 95% del totale delle esportazioni tra il 2014 e il 2018. Inoltre, questo servirà a Tripoli e Tobruk per riguadagnare il consenso interno e placare le proteste. I cittadini riavrebbero approvvigionamenti elettrici stabili, gli stipendi pubblici, per la maggior parte congelati, verrebbero riattivati e lo strapotere delle milizie che gestiscono arbitrariamente i pozzi verrebbe limitato. Da ultimo, visto che “pecunia non olet”, la ridistribuzione dei proventi potrebbe essere l’elemento utile per smuovere le due parti a tornare a sedersi a un tavolo di trattative comune.

Il secondo punto riguarda proprio gli sforzi negoziali necessari per la riunificazione delle istituzioni libiche e per dare il via a un processo politico. Le proposte sul tavolo sono molte e le annunciate dimissioni di al-Sarraj e quelle del governo di al-Thani, già avvenute, lasciano presagire importanti rimpasti nelle diverse “compagini governative”. Tuttavia, il processo che porterà alla scelta di un nuovo Consiglio presidenziale potrebbe essere assai complicato. Molto dipenderà dall’evoluzione politica nell’est del Paese, dove il genere Khalifa Haftar, seppure in difficoltà dopo il fallimento della sua operazione contro Tripoli, non ha ancora rinunciato del tutto alle sue ambizioni e secondo molti analisti starebbe prendendo tempo per prepararsi a nuove azioni militari, anche se alcuni suoi sponsor politici (Egitto in primis) non lo sostengono più come in passato, mentre sembra godere ancora del sostegno emiratino. Sarà, dunque, necessario rivedere le leadership. Tra i “papabili” nell’ovest vi sono il ministro dell’interno Bashaga, considerato, però, troppo vicino ai turchi e per questo poco gradito agli attori dell’est e il vice premier Ahmed Maitiq, uomo politico e d’affari, esponente di Misurata ma vicino anche a Washington e a Roma. Insomma, uno che potrebbe mettere tutti d’accordo, ma forse non la Turchia che in questo momento detiene il “veto” sull’ovest. Ad est “il mediatore” Aquila Saleh ha l’appoggio di molti attori, tra cui l’Egitto, e ha avuto il plauso dell’intera comunità internazionale per i tentativi di pace discussi recentemente con al-Sarraj. Vi sarebbe poi un “terzo incomodo” di cui nessuno parla ma a cui molti pensano: Saif al-Islam Gheddafi. Fonti tripoline raccontano di  un aereo russo che negli ultimi giorni avrebbe condotto il figlio prediletto del raìs da Zintan a Mosca per colloqui riservati. Putin, attore di spicco, assieme alla Turchia, dell’attuale panorama libico, sembra aver abbandonato l’ex alleato Haftar per cercare nuove “sponde” e potrebbe puntare sugli ex gheddafiani.

Quali che siano i nomi dei futuri interlocutori libici, quel che conta è che, seppure i numerosi tentativi di creazione di un governo unitario con successive elezioni nel Paese si siano dimostrati sempre fallimentari, a cominciare dalla Conferenza di Parigi del 2018, resta la speranza che questa volta una soluzione proposta dai libici e non calata dall’alto possa, almeno parzialmente, funzionare. Per questo motivo sarà necessario un impegno comune di tutti gli attori interni e internazionali. Da questo punto di vista i prossimi incontri di Ginevra sulla Libia, voluti dall’Onu e dall’Europa rappresentano, forse, l’ultimo banco di prova per le istituzioni internazionali fin qui non in grado di proporre un approccio concreto, consapevole e coordinato per il futuro del Paese.

Un nuovo governo e la prospettiva di nuove elezioni, unita a una ripresa dell’economia libica, potrebbero aprire la strada a un futuro diverso per l’ex Jamahiriya, ma le speranze restano ancora appese a un filo.

 

 

Immagine: Le strade della capitale libica, Tripoli, dove la povertà ha raggiunto il tasso più alto dalla rivoluzione del 2011.  Crediti: Sufian Alashger / Shutterstock.com

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0