9 giugno 2020

Libia, una nuova fase della guerra, nuovi equilibri di potenza

 

Abbiamo scritto tempo addietro che la politica delle potenze esterne coinvolte nella guerra di Libia riguarda la definizione delle sfere d’influenza. Di conseguenza la guerra cesserà quando tale condizione sarà soddisfatta col negoziato, la vittoria o la resa delle forze che si combattono in Libia col sostegno delle potenze esterne. In questo senso, la politica delle forze locali e delle potenze esterne è interdipendente: l’una s’alimenta dell’altra ed entrambe dipendono dall’andamento bellico. L’intervento diretto della Turchia non ha cambiato questa condizione fondamentale, ma ha alterato profondamente gli equilibri politici legati all’equazione della guerra. La forza militare turca, impiegata sul terreno con combattenti efficaci e nel cielo con droni adeguati, ha causato due cambiamenti notevoli sul teatro di guerra.

Anzitutto ha consentito al governo riconosciuto dalle Nazioni Unite, quello del primo ministro Fayez al-Sarraj, di liberare Tripoli da un lungo accerchiamento. Condotto dalle forze del generale Haftar, sostenuto dai propri alleati e da varie potenze sul teatro bellico e diplomatico – tra le quali Egitto, Emirati, Russia e Francia – l’accerchiamento ha evidentemente logorato più gli assedianti che gli assediati. L’intervento turco ha poi permesso una controffensiva, tuttora in corso, destinata almeno alla presa di Sirte, città posta a quasi 500 km di distanza da Tripoli. Dopo Sirte, giacciono ancora inerti le istallazioni petrolifere controllate dalle fazioni orientali flebilmente legate ad Haftar: ripreso il controllo di quei luoghi, riprenderebbe a funzionare la fonte maggiore d’introiti per la Libia e per il suo governo riconosciuto dalla comunità internazionale.

Si tratta, ognun lo vede, di una controffensiva repentina e di notevole profondità. S’accompagna, di conseguenza, a una politica di più robusto spessore rivendicata da al-Sarraj, ora in posizione di forza relativa. Non stupisce, perciò, la sua chiusura alle proposte negoziali dilatorie e unilaterali avanzate da più parti in queste ore: il tempo è prezioso e in guerra è vitale, quindi non può essere sprecato. Talune proposte sono appunto interessate a guadagnare tempo, per permettere una riorganizzazione della fazione in attuale rotta, sempre meno rappresentata da Haftar e sempre più da Aguila Saleh, anch’egli figura politica dell’Oriente libico con agganci a Mosca. Talaltre, tra le quali quelle di certe potenze europee peninsulari, invocano compulsivamente il tacere delle armi altrui, non avendo a suo tempo fatto parlare le proprie e sentendosi oggi, di conseguenza, ai margini del quadro politico. Il quale, com’è noto, in guerra deriva più dall’efficacia della forza armata che da quella della forza diplomatica, ammessa la distinzione.

Chiarito questo, non può comunque chiarirsi oggi il quadro politico di domani. Intanto la battaglia è in corso e i suoi esiti sono ovviamente ignoti, come lo sono quelli della guerra. S’aggiunga che le potenze succitate, e le altre qui lasciate sullo sfondo, non rappresentano affatto un’alleanza, neppure sui generis. Sono solo un vago allineamento d’interessi materiali, peraltro in contraddizione quando non direttamente in contrasto. Ad alcune si deve una politica attiva di disintegrazione dello Stato libico, concausa della guerra determinata dalle fratture interne. Ad altre si deve proprio il sostegno alla guerra verso il classico sbocco della partizione territoriale, immaginata generalmente proprio lungo la linea del fronte est-ovest che va delineandosi a Sirte. Si tratta, in tutti i casi, di potenze «sciacalle», impegnate a spartirsi i resti di un territorio politicamente lacerato, talune disposte a rischiare qualcosa, talaltre quasi nulla. L’ingresso della potenza turca in Libia ha imposto però un nuovo ritmo alla guerra, un nuovo spartito alle orchestre e un nuovo direttore d’orchestra. Esso s’affianca ai presunti direttori di orchestre in fondo mai dirette, troppo divisi per creare qualsivoglia armonia, foss’anche tra loro, o di concludere in qualche modo il concerto delle armi.  

La somma delle stonature ha viceversa prodotto, proprio in queste ore, un rinnovato lamento della pace – un «cessate il fuoco» – inefficace quanto lo fu quello del grande Erasmo, ma privo della sua nobiltà d’animo e sapienza erudita. La Turchia, tertium gaudens tra le parti, è dunque anch’essa impegnata a ridefinire la propria sfera d’influenza, impiegando la forza e il diritto internazionale e, spesso, entrambi, a seconda del quadrante in cui si muove. Il Mediterraneo meridionale è il contesto di quest’azione, dalla Siria alla Libia, passando per l’isola di Cipro. Tale azione, tuttavia, è permessa soprattutto dalle mancanze politiche altrui, dal vuoto di potenza e diplomazia prodotto dall’incapacità di proiettare all’esterno le proprie capacità, siano esse nazionali o europee. Solo l’amico-nemico russo si è schierato, in Libia come in Siria. Se è così, deplorare la «politica neo-ottomana», o quella del «tiranno Erdoğan», lascia il tempo che trova, quello di uno sfogo puerile.

Le potenze europee coinvolte direttamente dal 2011, divise tra loro, assistono inerti o inefficaci allo svolgersi di una guerra che sta per compiere 10 anni, della quale sono corresponsabili, ma di cui hanno poi dismesso, concretamente, quasi tutte le responsabilità. Se finalmente la guerra cesserà per la vittoria di una parte, magari quella intesa come legittima dalla comunità internazionale, lo si vedrà nel tempo, a partire dall’esito della controffensiva odierna e dalle eventuali scelte degli Stati Uniti d’America. Nel frattempo si potrà capire se l’avanzata del «terribile turco», sostenitore nei duri fatti del governo Sarraj, sarà in grado di scuoterle dal semitorpore che sembra assopirle regolarmente e risvegliarle futilmente. Se così sarà, la ridefinizione delle sfere d’influenza in Libia e nel Mediterraneo potrebbe tracciarsi con una penna diversa da quella immaginata: disegnerà linee dirette a sud-est, più che a nord o nord-ovest. Per il resto, il fatto che la guerra riguardi anzitutto vita e morte della popolazione libica sembra oggi ancor meno rilevante di ieri. Questa, in fondo, è la vera sofferenza, non le sfere d’influenza.

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Immagine: Le bandiere della Turchia e della Libia. Crediti: esfera / Shutterstock.com

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