12 giugno 2020

Lira turca per gli scambi commerciali nella Siria settentrionale

In alcune località della Siria settentrionale, le autorità locali hanno deciso di adottare la lira turca come moneta corrente. La scelta ha coinvolto alcuni centri importanti come Suran e Marea, che si trovano nell’area sotto l’influenza della Turchia e del cosiddetto governo siriano ad interim. L’adozione della lira turca non è una novità, perché già in passato era stata utilizzata per contrastare l’inflazione e proteggere il potere d’acquisto delle popolazioni locali. Questa formalizzazione si trasforma però in un clamoroso sintomo dell’influenza crescente della Turchia nella situazione siriana, ma anche della profonda crisi economica in cui sta sempre di più precipitando il Paese, evidenziata dalla costante svalutazione della moneta. Il dollaro statunitense viene ormai scambiato con 3.000 lire siriane; a ottobre 2019 il cambio era di 500 lire per un dollaro, a febbraio 2020 1.000, e nelle settimane passate era arrivato a 2.000. Nel 2011, prima dell’inizio della guerra civile, un dollaro veniva scambiato con 50 lire siriane; durante la guerra civile, la moneta siriana è stata in parte sostenuta dall’Iran, in varie modalità. Ma le sanzioni economiche che colpiscono Siria e Iran, le distruzioni operate da quasi dieci anni di conflitti armati, la recessione indotta a livello globale dall’emergenza sanitaria stanno facendo precipitare la situazione. La popolazione civile vive con sempre maggiore difficoltà a causa dei prezzi dei generi alimentari e si teme una diffusione ancora più ampia della povertà e della denutrizione.

Secondo alcuni osservatori, la fragilità del regime di Bashar al-Assad non è più provocata dal mancato controllo del territorio e dalla presenza dei ribelli armati ma piuttosto dalla disastrosa situazione economica e alimentare, per cui il protrarsi del conflitto funziona quasi come alibi che giustifica la mancanza di risposte ai bisogni urgenti della popolazione. Domenica 7 giugno si sono verificate diffuse proteste nella regione sud-orientale di Suweida, a maggioranza drusa e tradizionalmente fedele al regime; i manifestanti hanno chiesto le dimissioni di Bashar al-Assad e misure contro l’aumento dei prezzi. Analoghe proteste si sono verificate in altre località della Siria meridionale, come Tafas e Deraa, protagoniste delle prime sollevazioni popolari contro il regime e a lungo, nel corso della guerra civile, controllate dai ribelli fondamentalisti. Il movimento di protesta potrebbe rapidamente estendersi. Le difficoltà economiche hanno influenzato anche i rapporti con l’alleato russo, in difficoltà a sostenere le spese di un conflitto permanente. Si è inoltre aperta una frattura nei ranghi stessi del regime come dimostra la rottura tra Assad e suo cugino Rami Makhlouf, che ha costruito un impero economico grazie a Syriatel, compagnia di telefonia cellulare. Makhlouf, l’imprenditore più importante della Siria, era stato a lungo uno dei principali alleati di Assad.

I successi militari ottenuti negli ultimi anni potrebbero dunque non bastare a consolidare il regime, se nuove rivolte, dettate dalla fame e dalla disperazione, dovessero diffondersi. Questa debolezza, è anche un elemento che incoraggia l’attivismo dello Stato islamico, sconfitto dal punto di vista del controllo del territorio ma ancora attivo. Ma soprattutto la fragilità economica della Siria gioca a favore delle ambizioni di Erdoğan, che rende più solida la sua presenza nel Nord con l’esercito ma anche con la moneta e con l’idea di solidità e sicurezza che riesce a trasmettere.

 

Immagine: Daraa, Siria (1 maggio 2012). Crediti: Freedom House [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

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