20 marzo 2018

Lotta tra potenze nello scacchiere africano

L’ultimo impegno di Rex Tillerson come segretario di Stato prima del suo esonero, annunciato da Trump il 13 marzo, è stata la sua missione in Africa, nel corso della quale ha visitato l’Etiopia, Gibuti e il Kenya e ha rinnovato la promessa di aiuti umanitari per un totale di 533 milioni di dollari, indirizzati principalmente all’Etiopia, alla Somalia, al Sud Sudan, alla Nigeria e ai Paesi confinanti.

Scopo della missione era anche rilanciare l’immagine degli Stati Uniti in Africa, compromessa da alcune dichiarazioni sull’immigrazione da parte del presidente Trump; un’immagine migliore per favorire le politiche americane di contrasto al fondamentalismo armato ma anche per contenere l’attivismo cinese e russo. L’esonero di Tillerson non è tuttavia collegato alla politica africana ma è frutto di incomprensioni maturate nel tempo e di ordine generale (clima, accordo sul nucleare con l’Iran, politiche relative al commercio) che hanno visto spesso in contrasto la prudenza e l’approccio globalista del segretario di Stato con la comunicazione aggressiva e l’anima protezionista del presidente. È probabile che Trump voglia avere accanto persone di sua assoluta fiducia, come il nuovo segretario di stato Mike Pompeo, nella delicata questione del rapporto con la Corea del Nord.

L’uscita di scena di Tillerson avviene subito dopo le accuse da lui rivolte alla Cina e, in parte, alla Russia, in occasione della sua missione in Africa (il suo rientro negli Stati Uniti è stato anticipato di un giorno). La presenza contemporanea in Africa di Tillerson e del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ha assunto un grande rilievo simbolico sia per l’importanza che per entrambi i Paesi riveste il continente africano sia per l’asprezza della competizione geopolitica che in quello scenario si sta sviluppando. Lavrov e Tillerson benché si siano ritrovati nello stesso albergo ad Addis Abeba non si sono incontrati direttamente e hanno preferito duellare a distanza, con comunicati e post.

Le dichiarazioni di Tillerson sul rischio che i Paesi africani a causa di prestiti e accordi commerciali possano perdere la loro indipendenza, non potevano certo passare inosservate: si rinnova così l’accusa rivolta soprattutto alla Cina di operare una sorta di nuovo colonialismo verso i Paesi africani.

I rapporti economici tra la Cina e il continente africano si sono sviluppati in modo notevole nel corso degli ultimi quindici anni. Dal 2009 Pechino è il primo partner commerciale dell’Africa, per l’incontro tra esigenze in qualche modo complementari: da un lato il bisogno di investimenti esterni da parte dell’Africa e, dal punto di vista cinese, la necessità di materie prime ma anche le opportunità che possono nascere dall’impegno diretto nel continente. Gli investimenti cinesi sono destinati ad aumentare, soprattutto per i Paesi che stanno collaborando nella realizzazione della ‘Via della Seta marittima’.

Alla presenza economica si accompagna una notevole capacità di influenza politica, incrementata dalle difficoltà che hanno incontrato, per motivi diversi, Unione Europea, Russia e Stati Uniti, concentrati su sé stessi o su altre aree strategiche. La crescente influenza cinese desta preoccupazioni, e accuse, come quelle formulate da Tillerson, non sono nuove, all’interno della comunità internazionale. Naturalmente il ministero degli Esteri cinese ha risposto alle critiche, sostenendo che gli scambi e gli investimenti cinesi contribuiscono allo sviluppo dell’Africa.

Anche Lavrov ha ironizzato sulle accuse degli Stati Uniti e sulla loro pretesa di essere i paladini di uno sviluppo equilibrato del continente. La maggior parte degli osservatori rileva come le tre grandi potenze coinvolte nella disputa perseguano in realtà i propri interessi economici e geopolitici, che naturalmente non coincidono con quelli delle popolazioni africane, che possono essere tutelate solo dalla consapevolezza e da una ritrovata autorevolezza dei loro governi.

CC0 Creative Commons


0