30 settembre 2022

Lula vs. Bolsonaro fino all’ultimo voto

Sono 156 milioni i brasiliani chiamati alle urne domenica 2 ottobre: in palio ci sono i 513 seggi della Camera dei deputati e 27 degli 81 scranni del Senato, l’elezione dei governatori e vicegovernatori dei 26 Stati e del Distretto federale di Brasilia e le rispettive assemblee legislative statali. Ma gli occhi del mondo sono puntati sul Brasile perché il 2 ottobre si voterà anche e soprattutto per la presidenza della Repubblica. A contendersi il Palazzo di Planalto due pesi massimi della politica brasiliana: Luiz Inácio Lula da Silva e Jair Bolsonaro. I due non potrebbero essere più distanti per estrazione sociale e per visione del Brasile del futuro e del mondo. Perché in ballo in questa elezione c’è il futuro del Paese: due visioni antitetiche, lo abbiamo detto.

Da una parte la democrazia, dall’altra l’autocrazia, il fronte repubblicano contro il fronte sovranista. Non c’è nessuna possibilità che gli altri contendenti alla presidenza possano oscurare questo duello: non certo il terzo nei sondaggi, Ciro Gomes, del Partito democratico laburista, i cui voti, come vedremo, potrebbero essere utili già al primo turno; non certo Simone Tebet, del Movimento per la democrazia brasiliana, distante anni luce nei sondaggi. Che la partita sia a due, Lula e Bolsonaro, lo sanno benissimo i due protagonisti che non hanno mancato in questi mesi di campagna elettorale di sottolineare la polarizzazione del Paese. «Sappiamo che dobbiamo combattere una lotta tra il bene ed il male. Un male che durò 14 anni (in riferimento al periodo di governo del partito di Lula, il Partito dei lavoratori, PT, Partido dos trabalhadores, ndr) che quasi distrusse il nostro paese e che ora vuole tornare sulla scena del delitto. Non torneranno! Il popolo sta con noi dalla parte del bene» ha proclamato Bolsonaro in un atto pubblico durante la celebrazione del duecentesimo anniversario dell’indipendenza del Brasile dalla madre patria portoghese. A stretto giro gli ha risposto Lula: «La disputa sarà tra democrazia e autoritarismo, tra lo sviluppo e il miglioramento della qualità di vita dei brasiliani e un governo autoritario».

 

D’altra parte, questi quattro anni di governo Bolsonaro sono stati molto difficili per la popolazione brasiliana: il Paese si è ripiegato su sé stesso dimenticando i fasti del Brasile potenza del G7 dell’epoca di Lula e Dilma Rousseff, rispettato dal mondo intero, piombando in una crisi senza precedenti, aggravata senza dubbio da variabili esogene quali la pandemia da Covid-19 e la crisi dovuta al conflitto in Europa che ha comportato un aumento dei prezzi delle materie prime e degli alimenti e un conseguente aumento dell’inflazione. Ma scendiamo nel dettaglio. Bolsonaro arriva alla presidenza del Brasile nel 2018 dopo aver battuto il candidato sostituto del PT, l’ex sindaco di San Paolo, Fernando Haddad con il 55% dei suffragi. Candidato sostituto perché al suo posto doveva esserci lo stesso Lula, impossibilitato a concorrere perché in carcere a seguito di un processo politico messo in scena dal giudice Moro per presunta corruzione: una manovra per renderlo inabile alla candidatura. Fatto sta che Bolsonaro diventa presidente del gigante sudamericano con 11 milioni di voti di distacco da Haddad (la cifra è importante perché corrisponde grossomodo al numero di voti degli evangelici che saranno di sostegno a Bolsonaro e che condizioneranno così tanto la sua Presidenza. Ora la situazione è cambiata, esiste perfino un gruppo parlamentare evangelico del PT a riprova di un riposizionamento, vedremo se solo tattico, di questa Chiesa). Gli albori di quella che sarebbe stata la cifra del quadriennio alla guida del Paese c’erano già tutti nella sua campagna elettorale e nei suoi primi atti di governo. Una volta al potere, infatti, l’ex capitano, espulso dall’esercito nel 1988 per indisciplina, è diventato famoso in tutto il mondo per i suoi attacchi all’onnipresente comunismo, alle femministe, agli omosessuali, ai neri, agli ecologisti, ai popoli indigeni, ai mezzi di comunicazione e perfino all’ONU.

Il governo Bolsonaro si è contraddistinto fin dai primi passi per una presenza e una influenza dei militari senza precedenti nella storia democratica del Paese (il suo vicepresidente è un militare ritiratosi e più di 6000 ufficiali occupano incarichi di governo a tutti i livelli della sua amministrazione). Il governo Bolsonaro ha utilizzato la diplomazia brasiliana per attaccare il sistema dei diritti umani dell’ONU e ha stretto legami con regimi oscurantisti (Arabia Saudita e Russia solo per citarne alcuni) per impedire accordi a favore della uguaglianza di genere. Ma è forse sulla politica sull’Amazzonia che Bolsonaro ha toccato il fondo, alienandosi l’appoggio delle potenze occidentali e dell’intero pianeta che fa della salvaguardia del polmone verde del mondo la sua battaglia: tra il 2020 e il 2021 13.000 km2 della selva sono stati distrutti, a tutto vantaggio dell’agroindustria e degli allevatori di bestiame, due dei gruppi elettorali di elezione del presidente. Non basta. La gestione della pandemia da Covid-19 è stata a dir poco disastrosa: dopo aver negato l’entità del virus, non ha messo il sistema sanitario brasiliano nelle condizioni di funzionare per una tale emergenza, con la conseguenza che il Brasile è il secondo Paese al mondo per numero di morti (più di 680 mila). L’impatto della pandemia ha certamente aggravato una situazione economica già di per sé drammatica, specialmente nelle favelas delle grandi città, dove quasi la metà della popolazione ha perso il lavoro. Sono 27 milioni i disoccupati, i lavoratori occasionali e quelli che per disperazione hanno smesso di cercare lavoro, vale a dire quasi un terzo della popolazione economicamente attiva. Sono 36 milioni i lavoratori informali, mal pagati e senza protezione sociale. La povertà è tornata nelle strade del Brasile e la fame è di nuovo un problema di massa: 33 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare seria. Se a queste si sommano le persone che patiscono una insicurezza alimentare media e lieve si arriva ai 125 milioni di brasiliani che hanno problemi a mettere un pasto in tavola ogni giorno. Nel 2014 il Brasile era uscito dal gruppo di Paesi a livello mondiale che soffrivano la fame, secondo la FAO, grazie ai programmi di aiuto di Lula e Rousseff (soprattutto il programma specifico Fame zero), con Bolsonaro la piaga della fame è tornata. Non vanno meglio le cose a livello macroeconomico. Uno dei punti chiave del programma di governo era quello di una maggiore apertura economica e commerciale, in perfetto stile neoliberale, cercando di attrarre investitori stranieri con un programma fondato su lotta alla corruzione, riforme economiche e sociali e privatizzazioni.

I primi anni di presidenza, complice anche la pandemia, certo, sono stati di promesse mancate. Artefice dei piani di governo a livello economico è stato il ministro dell’Economia Paulo Guedes, che ha finito col tempo, lui che doveva domare Bolsonaro, per diventarne complice e succube. Delle tante privatizzazioni annunciate, l’unica ad andare in porto è stata quella del settore elettrico. Petrobras, l’azienda petrolifera nazionale, è rimasta statale e Lula ha più volte detto che tale rimarrà in caso di sua elezione. Il tasso di crescita del Paese è stato in questi quattro anni di Bolsonaro sempre inferiore all’1%, solo nel 2021 si è avuto un guizzo ma dopo un 2020 da dimenticare. L’inflazione del Paese è tornata ad essere una osservata speciale: 11% quest’anno. I primi segnali di una ripresa ci sono stati in questi ultimissimi mesi di estate. Dopo un aumento dei tassi di interesse da parte della Banca centrale (elevati al 13,75% ad inizio agosto), l’inflazione è all’8,73% dopo il 10,07% di luglio. Il ministro dell’Economia ha annunciato che la crescita economica per quest’anno sarà del 2,7% invece del 2% previsto in luglio. Insomma sembra che le ricette macroeconomiche di Guedes comincino a far effetto almeno a livello macro. A livello di emergenza alimentare, il sussidio Auxílio Brasil, praticamente una versione identica all’antico programma di Lula Bolsa Família, è aumentato in agosto del 50%. Non sfugge che queste manovre siano state fatte in periodo elettorale: con una modifica costituzionale, Bolsonaro ha ottenuto di aumentare la spesa pubblica al di fuori dei vincoli prestabiliti dalla legge di bilancio. In molti hanno visto in questo atto un uso di risorse pubbliche a fini elettorali. E infatti gli ultimi sondaggi vedono una ripresa delle quotazioni di Bolsonaro: miglioramento della situazione economica e flusso di denaro alle classi sociali generalmente elettorato di Lula sono le misure di Bolsonaro per arrivare almeno al secondo turno. Una partita senza esclusione di colpi.

 

In questa situazione economica, politica e sociale si svolgerà il primo turno delle presidenziali in Brasile. In questa situazione Lula si presenta di nuovo al popolo brasiliano, recuperati i suoi diritti politici dopo che il Supremo tribunale federale lo ha scagionato da ogni accusa, tenuto conto delle numerose irregolarità commesse dall’ex giudice Sergio Moro e dai tribunali di Curitiba. Nei 580 giorni di prigionia non ha perso il suo carisma e la sua “presa” sul popolo brasiliano, ma non ha neppure desiderio di vendetta contro chi ha imbastito un processo politico fondato sul nulla. Ha fatto una campagna elettorale senza risparmiarsi, vistando tutti gli Stati del Paese, facendo un giro per le principali capitali europee (Bruxelles, Parigi, Madrid e Berlino) accolto come un capo di Stato. Una campagna elettorale frutto della polarizzazione di cui abbiamo parlato, perfino violenta (due militanti del PT sono stati uccisi da simpatizzanti di Bolsonaro) tanto che Lula è stato costretto nelle ultime fasi ad indossare un giubbotto antiproiettile ai comizi. Come candidato a vicepresidente, Lula ha scelto un vecchio compagno di battaglie politiche su campi avversi, Geraldo Alckmin. Uomo dell’Opus Dei, cattolico fervente, ex governatore dello Stato di San Paolo e uno dei principali dirigenti del PSDB (Partido da Social Democracia Brasileira) di Fernando Henrique Cardoso, candidato e non eletto nelle elezioni presidenziali del 2006 e del 2018. Alckmin ha lasciato il PSDB a dicembre del 2021 per affiliarsi al PSB (Partido Socialista Brasileiro), un partito di ispirazione socialdemocratica. Non pochi hanno visto in questo tandem presidenziale la volontà politica di Lula di strizzare l’occhio alla base centrista, moderata, dell’elettorato brasiliano e di ottenere la presidenza già al primo turno. Non è un caso che questa sia la poco velata scommessa: guadagnare consensi già il 2 ottobre, magari appellandosi al voto utile, a quello dei tanti che non vogliono sentir neppure parlare di Bolsonaro (secondo i sondaggi, il 52% dei brasiliani non lo voterebbe mai), a quegli elettori di Ciro Gomes che ideologicamente gli sono più vicini e agli indecisi, una fetta di elettori che varia dall’11% al 28% secondo i sondaggi.

La sfida è enorme così come è tutto da ricostruire il Paese. In varie interviste rilasciate ai media internazionali Lula lo ha ribadito «Chi governerà il Brasile avrà davanti la missione di ricostruire il Paese. E non è pensabile ricostruire il Paese con milioni di persone che hanno fame. Garantire tre pasti al giorno è la priorità numero uno. Poi, generare lavoro e reddito. Per questo il Paese ha bisogno di stabilità e credibilità». E ultimo ma non ultimo, metter mano alla questione climatica che in Brasile vuol dire Amazzonia.

L’ultimo sondaggio dell’Istituto IPEC, realizzato per il gruppo editoriale Globo, non certo amico di Lula, assegna al leader del PT il 48% delle intenzioni di voto contro il 31% di Bolsonaro. Sondaggi realizzati nella stessa settimana da altri istituti demoscopici danno Lula al 45% e Bolsonaro al 35%. Un buon segnale arriva dalla notizia che quest’anno si è contabilizzato il record di registrazioni al voto dei giovani sotto i 18 anni (il voto dai 16 anni ai 18 è facoltativo, ma bisogna registrarsi), 2 milioni. Il partito che raccoglie il voto dei giovani è tradizionalmente il PT, un buon segnale per Lula. Oggi si chiude la campagna elettorale: vedremo con i voti pesati se Lula ce la farà al primo turno. In caso contrario, il 30 ottobre si terrà il ballottaggio. Tutti i sondaggi in questo caso lo danno vincente con ampio margine. Il mondo guarda al Brasile e il fronte progressista internazionale si chiede se già domenica si potrà celebrare una nuova onda rossa in America Latina dopo le vittorie di Gabriel Boric in Cile e di Gustavo Petro in Colombia.

 

Immagine: Lula da Silva tiene un discorso durante una manifestazione nel centro di Rio de Janeiro, Brasile (7 luglio 2022). Crediti: Antonio Scorza / Shuttertstock.com

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