28 novembre 2022

Lula è tornato

Il Brasile ha un nuovo presidente. Lula è tornato, vincendo di misura un’elezione che rimarrà nei libri di storia. Già da qualche mese, durante la campagna elettorale, si presagiva una battaglia all’ultimo voto, figlia della polarizzazione estrema che sta vivendo il Paese ormai da qualche anno. Ma la vera sfida inizia ora, quando bisognerà riconciliare un Paese che ha imparato a odiarsi, invece che ad amarsi. È questa la misura che descrive la spaccatura brasiliana. Per alcuni, al netto di tutte le questioni politiche, si trattava di scegliere tra amore e odio. Emozioni pure, tratti di irrazionalità, sentimenti, ma si sa, il Brasile è anche questo. Lula contro Bolsonaro. Due modi di vedere la vita e il mondo. Due personaggi tanto controversi quanto amati da alcuni e odiati da altri. È un Brasile radicalmente diviso quello che ha eletto Lula. Intere famiglie non si parlano più, a causa di preferenze politiche all’antitesi. In molti hanno votato turandosi il naso, rimpiangendo un’alternativa forte e credibile, per non essere costretti a scegliere tra due figure così divisive.

 

I traguardi sociali ed economici che Lula ha conseguito durante la sua presidenza (2003-10) sono innegabili e non vengono smentiti nemmeno da alcuni che oggi votano per Bolsonaro, pur avendo votato per Lula in passato. Gli scandali di corruzione, che hanno travolto Lula e il suo partito, il Partido dos trabalhadores (PT), negli ultimi anni, sono imperdonabili, una vera e propria macchia nera che ha rovinato l’ottima reputazione con la quale Lula aveva lasciato la presidenza. Per molti votare per Lula oggi significa accettare il fatto che “rubare vada bene” e fingere che la corruzione non ci sia stata. Bolsonaro, del resto, nel 2018 è stato eletto facendosi ambasciatore dell’antipetismo e così, quasi senza rendersene conto, il Brasile si è ritrovato con un presidente autoritario e di estrema destra che durante il suo mandato ha minacciato le istituzioni democratiche criticando la divisione dei poteri, è stato divisivo e intollerante verso il prossimo, dimostrando atteggiamenti razzisti e omofobi. Ha dimostrato di non credere nel cambiamento climatico e ha permesso alla lobby dell’agronegocio di continuare a bruciare la foresta amazzonica. È un nostalgico della dittatura militare e non rispetta i media, accusandoli di divulgare soltanto fake news. Ha inoltre deteriorato l’immagine del Brasile nel mondo e ha gestito la pandemia in modo catastrofico.

In molti pensano che per ricostruire il Paese e la democrazia brasiliana, bisogna sbarazzarsi di Bolsonaro ed è per questo motivo che hanno deciso di appoggiare Lula, nonostante gli scandali di corruzione. È questa la strada che la parte che si oppone a Bolsonaro ha scelto, per tornare ad amarsi, sorridere e ritrovare la speranza in un futuro migliore. Il PT è ancora egemone a sinistra, perché riesce a fare da collante tra la sinistra identitaria, più vicina alle questioni dei diritti civili, e la sinistra più attenta alle questioni socioeconomiche.

 

È stata una sfida all’ultimo voto: Lula si è attestato al 50,9% contro il 49,1% di Bolsonaro, poco più di 2 milioni di voti di differenza. È stata la più contesa elezione della storia del Brasile democratico. Per alcuni, odio, intolleranza e fascismo, contro amore, speranza e democrazia. Ma la divisione è anche geografica. Di primo acchito sembra che Lula abbia vinto grazie al Nord-Est, storico fortino del PT. Ma confrontando i risultati Stato per Stato tra il 2018 e il 2022, si evince dove Lula è riuscito a ridurre il margine con Bolsonaro, pur perdendo la disputa a livello locale. Sono gli Stati più popolosi e industrializzati del Sud-Est, con San Paolo, Minas Gerais e Rio de Janeiro in testa, a essere stati decisivi per la vittoria di Lula. Bolsonaro ha inoltre perso voti anche al Sud, pur vincendo in tutti e tre gli Stati che appartengono a questa regione.

La notte del 30 ottobre ai brasiliani era concesso sognare, in attesa dell’alba di un nuovo giorno.

 

L’alba di un nuovo giorno

Per poter vincere Lula ha dovuto ricercare molteplici alleanze. La prima che ha dovuto stringere è quella con il suo vice, Geraldo Alckmin, storico esponente del tucanismo paulista del Partido da social democracia brasileira (PSDB) di centrodestra e più volte governatore dello Stato di San Paolo. Alckmin era l’avversario di Lula al ballottaggio che ha sancito la sua rielezione nel 2006. Anche Fernando Henrique Cardoso, eletto per due volte presidente del Brasile (1995-2002) battendo proprio Lula ai ballottaggi e autore del famoso Plano Real, ha espresso pubblicamente il suo sostegno a Lula. Più di dieci partiti hanno appoggiato Lula al secondo turno e l’endorsement della candidata di centro Simone Tebet (MDB, Movimento Democrático Brasileiro), che al primo turno ha ottenuto il 4% dei voti, è risultato decisivo. In Parlamento sarà il Partido Liberal (PL), storico membro del cosiddetto Centrão e attuale partito di Bolsonaro, ad avere il gruppo parlamentare più numeroso.

Anche in questa legislatura il Centrão avrà, come di consueto, il suo peso politico e sarà fondamentale per approvare le leggi. Il Centrão è un gruppo informale di partiti di centrodestra che di solito non hanno un candidato papabile per la presidenza, ma eleggono molti parlamentari e quindi mantengono un forte potere legislativo. Chiunque sia presidente, dunque, deve ricercare compromessi con i rappresentanti del Centrão.

Lula questo la sa bene: ha vinto le elezioni presidenziali, ma avrà bisogno di molto dialogo e pragmatismo, per poter governare e approvare le sue proposte. La sua intelligenza politica si dovrà dimostrare proprio in queste circostanze. È chiaro a tutti dunque che questo non sarà un governo del PT, ma piuttosto gestito dal PT. L’ampia coalizione necessaria per poter vincere andrà ulteriormente ampliata in Parlamento. Non è un caso che pochi giorni dopo l’elezione, Lula si sia incontrato con i presidenti del Senato, della Camera dei deputati e con i giudici del Supremo Tribunale federale. Lula ha promesso di rispettare le istituzioni che rappresentano la divisione dei poteri: esecutivo, legislativo e giudiziario, la cui convivenza e legittimità durante il mandato di Bolsonaro è stata costantemente messa in dubbio dal presidente in carica.

 

Le sfide e le promesse da mantenere sono tante. L’obiettivo primario di questo governo sarà quello di normalizzare i rapporti tra le istituzioni democratiche del Paese. Lula inoltre vuole adeguare il salario minimo in base all’inflazione e generare occupazione e crescita attraverso investimenti in grandi opere e infrastrutture, riprendendo in mano la questione climatica per fermare il disboscamento della foresta amazzonica, ricucire i rapporti diplomatici con i partner internazionali, ma soprattutto riportare sui tavoli del popolo brasiliano tre pasti al giorno. Il problema della fame infatti è tornato a manifestarsi nel Paese: 33 milioni sono i brasiliani che non sanno se potranno mangiare ogni giorno, circa il 15% della popolazione, numero che è quasi raddoppiato rispetto a due anni fa. Lula in più occasioni ha ribadito che questo paradosso, in un Paese come il Brasile, il terzo produttore di alimenti al mondo, non è accettabile. Per questo motivo ha assicurato ai brasiliani che continuerà con il programma Auxílio Brasil di Bolsonaro, rinominandolo Bolsa Família, in memoria del piano sociale da lui adottato quando era presidente. Questo aiuto prevede 600 real, circa 120 euro, nonché metà del salario minimo, a persona, per le fasce più deboli, ai quali si sommano 150 real per ogni figlio.

Mantenere queste promesse ovviamente ha un costo e il paese ha già iniziato a discutere su quale sia il giusto compromesso tra responsabilità fiscale e sociale. Lula è intenzionato a chiedere una temporanea sospensione della norma costituzionale che pone un limite alla spesa pubblica. Per approvare ciò e mantenere la sua promessa elettorale, ha bisogno di un ampio appoggio parlamentare. I mercati sono già in subbuglio e attendono con ansia l’indicazione di chi sarà il ministro dell’Economia designato, per vedere se si possono fidare del nuovo governo. Come detto, Lula dovrà cercare costantemente l’equilibrio tra le parti che lo sostengono, tra l’impegno sociale che si aspettano a sinistra e il rigore fiscale che richiedono gli alleati più liberali. Non sarà un governo rivoluzionario. Sarà piuttosto un governo moderato e pluralista, che cercherà di ripacificare e riunificare la nazione. In un Paese profondamente religioso come il Brasile, possiamo dire che Lula ha vissuto una vera e propria risurrezione. Se riuscirà nel suo intento, oltre a far del bene per il Paese, redimerà la sua reputazione, ripulendola dagli scandali che lo hanno travolto dopo aver lasciato la presidenza.

Se fallirà, l’ombra di Bolsonaro sarà pronta a tornare alla luce, in un Paese storicamente cattolico, ma che è sempre più a trazione evangelica.

 

Bolsonaro ha perso, ma il bolsonarismo si è rafforzato e ha dimostrato di essere ormai radicato nella società brasiliana. Dopo l’esito delle elezioni, galvanizzati dal silenzio del presidente che ha aspettato 45 ore prima di pronunciarsi, i suoi seguaci più fedeli sono scesi nelle strade a protestare, bloccando la viabilità delle principali arterie del Paese, chiedendo all’esercito di intervenire, perché, immersi in una realtà virtuale parallela, non accettavano il risultato di una elezione, a loro avviso, fraudolenta. In un Paese dove gran parte della propaganda politica ormai si fa sui social media, da Whatsapp a Telegram, le notizie false, i video deepfake e la disinformazione generale dilagano, senza controllo né possibilità di verifica. Chi, come Lula, ha detto che bisogna trovare una soluzione, viene accusato di voler limitare la libertà di espressione. Ma questo è un fenomeno globale che sta mettendo a dura prova tutte le democrazie liberali, ed è soltanto più accentuato in Brasile, dove le persone sono molto connesse al mondo virtuale.

 

Prima di salutare il mio amico Felipe che mi ha ospitato a San Paolo e dirigermi verso Rio de Janeiro, abbiamo ascoltato assieme l’inno brasiliano e dall’emozione gli sono scese le lacrime.

«Non immagini quanto sarà bello uscire di nuovo per strada con la maglia gialla della nazionale e cantare assieme a tutti quanti l’inno prima della partita della seleção ai mondiali».

La bandiera, la maglia e l’inno, infatti, già simboli popolari e appartenenti a tutti indipendentemente dal credo politico, negli ultimi anni sono diventati materiale esclusivo della destra bolsonarista, al punto da non poterle più esibire in pubblico senza essere etichettati politicamente. L’auspicio è che con i Mondiali tutto questo finisca. È stato lo stesso Lula a dire che vestirà la maglia della seleção, perché essa appartiene a tutti. Il calcio in Brasile è quasi una religione, è vita, è condivisione, è speranza. Quando nel 2002 Lula è stato eletto per la prima volta, il Brasile si era appena laureato campione del mondo. Se è vero che la storia si ripete, allora oggi potrebbe essere la volta buona affinché ciò accada, perché in Brasile la vittoria andrebbe oltre lo sport e potrebbe segnare il primo passo verso una pacificazione che travalica ogni credo politico. Boa sorte, meu querido Brasil!

 

Immagine: Luiz Inácio Lula da Silva (25 settembre 2022). Crediti: Photocarioca / Shutterstock.com

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