2 maggio 2018

Macedonia, la disputa sul nome che blocca l’ingresso nell’UE

Non solo Belgrado e Podgorica, ma anche Skopje e Tirana sono state le capitali balcaniche visitate dall’alto rappresentante dell’Unione  Europea per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, nel corso di un minitour che ha segnalato il crescente interesse di Bruxelles a sbloccare l’ingresso nell’Unione da parte dei Paesi della regione.

E se il percorso di adesione di Serbia e Montenegro è da anni in fase più avanzata, quello con Albania e Macedonia appariva, fino a poco fa, quasi impossibile. Ora, invece, l’obiettivo ambizioso sarebbe quello di arrivare in tempo per due appuntamenti cruciali: la riunione di giugno del Consiglio europeo e quella di luglio per l’allargamento della NATO. Un’accelerazione motivata, secondo alcuni, più che da effettivi progressi da parte dei Paesi candidati, dalla volontà europea di controbattere il ritorno in scena nell’area da parte della Russia.

Per procedere in questa direzione, però, la volontà della Commissione europea non è sufficiente, ma occorre un voto del Consiglio, ovvero dei governi di tutti i Paesi membri. E qui ricominciano le difficoltà.

Per l’Albania, i dubbi sono espressi soprattutto dalla CDU di Angela Merkel, che tra i criteri ancora non soddisfatti indica soprattutto il campo giudiziario e la lotta criminalità organizzata. Non è dunque un caso che il primo ministro albanese, Edi Rama, il 26 aprile sia subito andato in visita a Berlino, dove l’Albania parrebbe contare sul supporto dell’SPD, partner di minoranza del governo di Grande coalizione tedesco.

Molto più difficile, invece, la situazione della Macedonia, che al di là dei classici criteri di accesso all’Unione Europea, è bloccata da una lunga disputa con la Grecia sul proprio stesso nome: un conflitto che fuori dai confini dei due Paesi appare quasi grottesco.

Fin dal momento della dissoluzione della federazione iugoslava, nel 1991, la Grecia si è sempre opposta all’adozione del nome Macedonia, da parte del Paese confinante, sostenendo che il nome appartenesse soltanto alla propria storia e che il suo uso da parte dei vicini nascondesse una minaccia di rivendicazioni territoriali sull’omonima regione del Nord della Grecia.

Per essere riconosciuta internazionalmente ed entrare nell’ONU, nel 1993 la Macedonia dovette infine accettare l’utilizzo della denominazione FYROM (Former Yugoslav Republic of Macedonia – Ex Repubblica Iugoslava di Macedonia), ma non rinunciò a proseguire la battaglia, sostenendo che non ci fosse nessuna minaccia al territorio greco e rivendicando la propria legittima titolarità della figura di Alessandro Magno e dello storico impero macedone.

Nel 2011 la Corte internazionale di giustizia dell’Aja diede ragione alla Macedonia, ma senza conseguenze concrete. Anzi, a quel punto la situazione peggiorò, con l’allora primo ministro macedone che provocatoriamente intitolò ad Alessandro Magno quasi ogni struttura pubblica del proprio Paese, erigendone anche immense statue. E facendo esplodere la rabbia dei vicini greci.

La svolta è avvenuta soltanto pochi mesi fa, grazie all’avvio delle trattative tra Tsipras e il nuovo governo socialdemocratico macedone, sotto l’egida dell’ONU. E ora sarebbero quattro i nomi proposti dal primo ministro Zoran Zaev: Repubblica di Macedonia del Nord, Repubblica di Macedonia Superiore, Repubblica di Macedonia (Skopje) e Repubblica di Macedonia Vardar, quest’ultima ispirata al fiume che attraversa il Paese.

Ma nonostante il guadagno che entrambi i Paesi avrebbero da questo riconoscimento, che consentirebbe, nel medio periodo, una ricongiunzione via terra dell’area balcanica meridionale con il resto dell’Unione, sono in molti a continuare a protestare.

E se le manifestazioni di piazza in Macedonia (con l’accusa di “mettere in vendita” il proprio nome) hanno riguardato una piccola minoranza, in Grecia la situazione è decisamente più critica. Con raduni di centinaia di migliaia di persone, che a sorpresa hanno anche coinvolto in prima fila l’anziano musicista Mikis Theodorakis, l’autore del sirtaki: massima icona della sinistra e dei movimenti democratici greci al tempo della Giunta, improvvisamente diventato punto di riferimento di Alba Dorata e degli altri partiti nazionalisti di estrema destra.

A cavalcare la protesta sono ora non solo i partiti dell’opposizione, ma anche i Greci indipendenti (ANEL) al governo con Tsipras, che si stanno opponendo a qualunque presenza della parola “Macedonia” nel futuro nome e richiedono un referendum interno: in un momento in cui i sondaggi danno il sostegno a Syriza particolarmente in calo e con anche la Chiesa ortodossa schierata contro a ogni concessione verso il Paese confinante.

Lo stesso ministro degli Esteri greco, Nikos Kotzias, negli ultimi giorni ha ripetutamente smentito ogni possibilità per la Macedonia di arrivare pronta all’appuntamento di luglio per l’ingresso nella NATO, e richiesto che ogni decisione concordata sul nome sia sottoposta a referendum e successivamente utilizzata “erga omnes”, ovvero in tutti i contesti e non soltanto dove strettamente necessario per evitare le opposizioni greche.

Il 3 e 4 maggio un nuovo incontro tra le due parti si terrà a Salonicco, capoluogo della Macedonia greca: anche in vista del cruciale incontro di metà mese a Sofia, dove la presidenza dell’UE (attualmente a guida bulgara) ha organizzato il più grande summit dedicato all’allargamento dell’Unione verso i Balcani occidentali.

Il Montenegro ci arriverà con un nuovo presidente filoeuropeo, la Serbia con nuove aperture verso il riconoscimento del Kosovo (che a quel punto diventerebbe anch’esso tra i possibili candidati futuri), mentre l’Albania andrà a caccia di nuovi amici e sostenitori. Per la Macedonia, però, il rischio è che anche queste trattative finiscano per restare intrappolate in una sorta di sirtaki, dove anche quando si accelera, si continua soltanto a girare in tondo.


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