11 aprile 2022

Macron contro Le Pen, la sfida per l’Eliseo

Il presidente uscente, Emmanuel Macron, che punta a rappresentare «Nous tous» – ossia «Noi tutti», slogan scelto per meglio incarnare l’unità della nazione rispetto all’iniziale «Avec vous» («Con voi») – contro la «Femme d’État», Marine Le Pen, la donna che dall’Eliseo intende – secondo la sua visione – «ristabilire l’autorità dello Stato». In linea con le aspettative – e dopo un primo turno nel quale si sono fronteggiati ben 12 candidati – saranno loro a contendersi domenica 24 aprile la carica più prestigiosa della Repubblica.

Le possibili sorprese, forse più mediatiche che sostanziali, sono andate progressivamente evaporando con il passare delle settimane: dopo il clamore suscitato dalla sua infuocata retorica anti-islam e anti-immigrazione, il polemista di estrema destra Éric Zemmour – al centro della scena quando alle elezioni mancavano ancora diversi mesi – è rimasto vittima delle sue stesse provocazioni, polarizzando radicalmente le opinioni attorno alla sua figura e mostrando un profilo tutt’altro che in linea con il ruolo di presidente. Così, il candidato della Reconquête – il nome del suo partito che riecheggiava la reconquista spagnola – ha finito per perdere quota nelle intenzioni di voto, passando da un potenziale consenso a doppia cifra – tale da insidiare in alcuni frangenti Marine Le Pen – a un deludente 7% delle preferenze, che lo ha relegato al quarto posto della competizione elettorale.

Analogamente, l’iniziale entusiasmo attorno a Valérie Pécresse – chiamata a risollevare le sorti della destra gaullista dopo la vittoria alle primarie del partito Lés Républicains (LR) – ha preso ad affievolirsi quando la candidata si è scontrata con l’oggettiva difficoltà di definire una propria piattaforma politica, schiacciata tra la destra identitaria di Zemmour e Le Pen e il riformismo di Macron, capace di far presa sull’elettorato moderato di centrodestra. Così, complici anche una campagna elettorale poco efficace e una comunicazione non brillante, Pécresse non è riuscita ad andare oltre il quinto posto e un magro 4,8% dei consensi, restituendo al Paese la fotografia di una destra repubblicana in crisi profonda, forse irreversibile.

A cinque anni di distanza si ritorna dunque al punto di partenza, con una sfida al secondo turno analoga a quella delle ultime presidenziali. Gli scenari appaiono però almeno parzialmente diversi da quelli del 2017: da una parte, Macron non è più l’enfant prodige della politica francese ed europea, la giovane speranza sulla quale l’Occidente contava per risollevare le sorti di un sistema apparentemente in crisi esistenziale, dopo due eventi dirompenti come il voto referendario sulla Brexit (giugno 2016) e la vittoria negli Stati Uniti di Donald Trump (novembre 2016). Durante il suo primo mandato all’Eliseo, il leader di La République en marche! (LREM!) ha dimostrato di sapersi muovere con indiscutibile abilità in taluni contesti, trovandosi particolarmente a proprio agio soprattutto negli ambienti europei, ma ha anche attraversato momenti difficili, scontrandosi prima con un’opposizione non trascurabile ad alcune sue iniziative di riforma – come quella sulle pensioni – e poi affrontando la durissima sfida della pandemia da Covid-19.

Dall’altra parte invece, Marine Le Pen ha cercato di intraprendere negli ultimi anni un percorso di maturazione politica, sia rimodulando alcune delle sue posizioni più rigide – come quelle sull’Unione Europea – che mostrandosi più attenta ai temi di maggior interesse per l’elettorato, come la perdita del potere d’acquisto che preoccupava i cittadini francesi già prima dello scoppio del conflitto in Ucraina. Inoltre, la presenza al voto di Éric Zemmour, pur creando una frattura nel fronte della destra identitaria, ha contribuito in maniera decisiva al processo che il giornalista Michele Barbero ha definito di ‘de-demonizzazione’ del Rassemblement National (RN), non più percepito come manifestazione più radicale della extrême droite: per Le Pen, un’occasione propizia per provare ad allargarsi alla destra moderata e giocarsi fino all’ultimo le sue chance.

A fronte di tale evoluzione, non sorprende dunque che il 2 aprile Macron abbia invitato i suoi sostenitori a una «mobilitazione generale», sollecitandoli a non cedere alle sirene dell’astensione e a non dare ascolto «ai sondaggi o ai commentatori che vi dicono che le elezioni sono già finite, che tutto andrà bene!». L’appello del presidente non si è però limitato ai militanti del suo partito, ma ha coinvolto gli elettori di ogni schieramento, «dai socialdemocratici ai gaullisti, fino agli ecologisti», perché si unissero nella battaglia contro «gli estremismi» e il «grande stordimento»: di fatto, una chiamata a raccolta in nome della tutela dei valori fondativi della Repubblica, messa sotto pressione dall’avanzata delle forze anti-sistemiche. In questo senso, la sintesi è stata di assoluta chiarezza: accompagnata da riferimenti alla necessità di «correggere le disuguaglianze alla radice» e di far ripartire «un ascensore sociale ancora troppo rotto» – argomenti cari a una sinistra che con il presidente ha avuto un rapporto abbastanza conflittuale –, la sfida si condensa per Macron nella «lotta del progresso contro l’arretramento, del patriottismo e dell’Europa contro i nazionalisti», secondo una logica che si articola per contrapposizioni. Ai francesi, l’onere della scelta.

Come ampiamente previsto, il risultato finale sarà deciso dall’appuntamento elettorale del 24 aprile, al quale Macron si presenta forte del 27,6% dei consensi contro il 23,4% di Marine Le Pen.

Determinante per gli esiti del voto sarà dunque il riposizionamento degli elettori che, al primo turno, hanno espresso la loro preferenza a favore degli altri candidati. Da una parte, Éric Zemmour e il sovranista Nicolas Dupont-Aignan – che si è aggiudicato il 2,1% dei voti – hanno manifestato rispettivamente sostegno a Le Pen e strenua contrarietà a Macron, due atteggiamenti che di fatto in questo caso convergono verso la medesima espressione di voto al secondo turno. Dall’altra, la sindaca socialista di Parigi Anne Hidalgo – ferma a un inappellabile 1,7% – l’ecologista Yannick Jadot (4,6%), Valérie Pécresse e il comunista Fabien Roussel (2,3%) hanno espresso la loro preferenza per Emmanuel Macron, invitando i propri sostenitori a fare fronte comune contro Marine Le Pen. Philippe Poutou del Nouveau partie anticapitaliste (0,8%) non ha dato chiara indicazione di voto a favore del presidente uscente, pur manifestando la sua ferma opposizione alla leader del Rassemblement National, mentre Jean Lassalle (3,2%) di Résistons! e Nathalie Arthaud (0,6%) di Lutte ouvrière hanno lasciato libertà di scelta ai loro elettori.

Infine c’è Jean-Luc Mélenchon, che con il 21,9% dei voti validamente espressi ha superato le aspettative della vigilia e conquistato il terzo posto. Tra la «violenza della delusione» per aver mancato l’obiettivo del secondo turno e l’orgoglio per «aver ridato vigore al polo popolare», il leader di La France insoumise – manifestazione di una sinistra francese oramai postsocialista – ha fatto con chiarezza appello ai suoi sostenitori affinché non diano un solo voto a Marine Le Pen.

Intanto, il 25,1% degli elettori ha deciso di non recarsi ai seggi, in un Paese in cui – secondo una recente indagine per l’Institut Montaigne curata da Olivier Galland e Marc Lazar – solo il 51% dei giovani dichiara di avvertire un profondo attaccamento alla democrazia. Un malessere e una disillusione di cui la politica è chiamata a occuparsi con urgenza. Non solo in Francia.

 

Immagine: Emmanuel Macron (21 marzo 2022). Crediti: Victor Joly / Shutterstock.com

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