25 aprile 2022

Macron rieletto presidente

Una vittoria attesa ma non per questo scontata, che preserva la Quinta Repubblica e riporta all’Eliseo – per la prima volta dal 2002 – un presidente in carica.

Dopo l’exploit del 2017, quando si presentò sulla scena come novità dirompente nel panorama politico d’Oltralpe, Emmanuel Macron supera di nuovo Marine Le Pen, e con il 58,5% dei voti è rieletto alla presidenza della Repubblica francese. 

Davanti ai suoi sostenitori radunati al Campo di Marte a Parigi, il capo dello Stato festeggia una conferma che arriva «dopo cinque anni di trasformazioni, di momenti felici e difficili, ma anche di crisi eccezionali», ringraziando tutti coloro che gli hanno affidato il compito di guidare il Paese per un nuovo quinquennio. Al tempo stesso però, rivolge un pensiero agli elettori che hanno deciso di tributare il loro consenso alla candidata del Rassemblement national (RN), evidenziando di avvertire su di sé la responsabilità di dare una risposta alla «rabbia» e al «dissenso» che hanno portato «molti nostri concittadini a scegliere l’estrema destra». A campagna elettorale ultimata e urne oramai chiuse, Macron torna dunque a vestire l’abito presidenziale, sollecitando inoltre i suoi supporters a non fischiare Marine Le Pen: il tempo della divisione – è il messaggio che lancia –  è finito, perché «da questo momento non sono più il candidato di una parte, ma il presidente di tutti».

Il discorso macroniano rilancia gli obiettivi del lavoro e del progresso, dell’innovazione e della creatività, proposti come pilastri di un progetto che rimane saldamente ancorato ai valori repubblicani e coltiva l’ambizione di essere «sociale ed ecologico», permettendo così di liberare «le migliori forze accademiche, culturali e imprenditoriali» del Paese. Un progetto – sottolinea ancora il presidente – «umanista e ambizioso», per «una Francia più indipendente» e «un’Europa più forte», da promuovere con convinzione pur salvaguardando le divisioni emerse e le diverse posizioni espresse, nel rispetto di tutti. Di qui, la consapevolezza della necessità di un metodo di governo rinnovato, unita alla promessa di una discontinuità che sappia garantire un migliore servizio «al nostro Paese e ai nostri giovani».

Macron dunque non si nasconde e, anche se rivendica una vittoria su Marine Le Pen più netta di quanto pronosticato da alcune rilevazioni, mostra di non ignorare le fratture che animano la Francia. Da questo punto di vista, le parole al Campo di Marte sono chiare: «So che molti cittadini hanno votato per me oggi non per sostenere le istanze che propongo» – rimarca l’inquilino dell’Eliseo – «ma per contrapporre un argine all’estrema destra. Voglio dire loro che ho coscienza del fatto che questo voto mi obbliga per gli anni che verranno: sarò il custode del loro senso del dovere, del loro attaccamento alla Repubblica e del rispetto delle differenze che sono state manifestate nelle scorse settimane». L’esito del voto pare dunque certificare il successo della strategia comunicativa multilivello adottata da Macron nei 14 giorni tra primo e secondo turno: conscio della necessità di allargare la sua base elettorale – e di doversi rivolgere innanzitutto al 22% di elettori che il 10 aprile aveva votato per Jean-Luc Mélenchon – il capo dello Stato ha infatti cercato in primo luogo di recuperare la connessione sentimentale con una sinistra delusa, visitando alcune roccaforti del leader di La France insoumise e ritornando su questioni politiche care alla gauche, come la riqualificazione dei quartieri più poveri o la promozione di una più spiccata sensibilità ambientale. A questo rinnovato slancio verso sinistra il presidente ha però affiancato quella che il giornalista Michele Barbero ha definito la «ri-demonizzazione» di Marine Le Pen, la cui immagine aveva indubbiamente tratto giovamento dalla presenza nella competizione elettorale di un candidato ultra-radicale come Éric Zemmour. Così, durante il dibattito televisivo che l’ha visto contrapposto alla leader dell’RN, Macron ha denunciato tanto lo scetticismo della sua rivale sul cambiamento climatico – accusa respinta dalla diretta interessata – quanto l’estremismo di alcune sue proposte assai controverse, come quella della «priorità nazionale», da accordare sul fronte del lavoro e dell’edilizia popolare alle famiglie francesi, o il divieto di indossare il velo in pubblico. In sostanza – ha sintetizzato Barbero – il voto ha così assunto i caratteri di un referendum a favore o contro la Repubblica.

Dal canto suo, pur vedendo svanire il sogno della presidenza, Marine Le Pen giudica il 41,5% conquistato al secondo turno una «vittoria eclatante», perché espressione del «desiderio di un contropotere forte a Emmanuel Macron», capace di sostanziarsi in un’opposizione che «continui a difendere i francesi e a proteggerli di fronte all’erosione del loro potere d’acquisto, agli attacchi alle loro libertà, …all’insicurezza, all’immigrazione incontrollata e al lassismo giudiziario». In questo senso, l’esito del voto rappresenterebbe – secondo la leader del Rassemblement national – un messaggio inequivocabile che le élite della Francia e dell’Europa non potranno ignorare e al quale occorrerebbe anzi dare ulteriore forza: di qui, l’annuncio della volontà di proseguire l’impegno politico in prima persona, in vista delle elezioni parlamentari programmate per il 12 e il 19 giugno.

Archiviate le presidenziali, l’attenzione si sposta dunque sulle decisive consultazioni per il rinnovo dell’Assemblea nazionale, la cui composizione potrà influenzare in maniera decisiva il corso del secondo mandato all’Eliseo di Macron, eventualmente anche attraverso una ‘coabitazione’. Non a caso il ministro degli Esteri Jean-Yves Le Drian – pur manifestando la propria soddisfazione per il risultato elettorale conseguito dal presidente uscente – ha subito evidenziato l’esigenza di assicurare al capo dello Stato una solida maggioranza parlamentare, mentre l’attuale presidente dell’Assemblea Richard Ferrand si è detto sicuro del fatto che lo «spirito della ragione» di Macron avrà la meglio sullo «spirito di rivalsa» di Marine Le Pen. Quest’ultima però, com’è parso da subito evidente, ha tutta l’intenzione di giocare un ruolo di primissimo piano nella competizione, mentre Zemmour ha rilanciato la prospettiva di una «unione nazionale» che mettendo da parte le differenze dia vita «alla prima coalizione delle destre e dei patrioti», con l’obiettivo di «riconquistare il Paese».

Proiettato con convinzione verso le parlamentari è anche Jean-Luc Mélenchon, che dopo aver accolto con soddisfazione la sconfitta di Le Pen ha definito Macron il presidente «peggio eletto» nella storia della Quinta Repubblica, con una legittimazione derivante dal sostegno del 38,5% dei cittadini iscritti nelle liste elettorali, un’astensione che ha toccato il 28% – dato che non si vedeva dal 1969 – e una rilevante percentuale di schede bianche (4,6%) e nulle (1,6%). Il leader di La France insoumise ha così lanciato la sua ‘candidatura’ all’incarico di primo ministro per favorire l’affermazione di un nuovo «avvenire comune», mentre a sinistra sono già partiti gli appelli a unire le forze in vista delle legislative.

Se ne parlerà tra qualche settimana, con la consapevolezza che nulla è dato per scontato e che nei prossimi mesi il panorama politico francese potrebbe ridefinirsi attorno a nuovi assetti.

Per ora, la conferma di Macron salvaguarda la Repubblica e tranquillizza l’Unione Europea, di cui il presidente francese è convinto sostenitore.

L’impressione però è che con un Paese attraversato da divisioni così significative, la vera sfida per l’inquilino dell’Eliseo cominci adesso.

 

Immagine: Emmanuel Macron (24 marzo 2022). Crediti: Gints Ivuskans / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata