24 giugno 2022

Macron e le virtù del parlamentarismo

Le Monde del 21 giugno apre la sua analisi del secondo turno delle elezioni legislative con queste parole: «La France est un régime parlementaire. Cette evidence, tirée de la Constitution de 1958, va s’exprimer dans les cinq annéesavenir avec une ampleur inédite sous la Ve Républiqe».

Ensemble! (la coalizione che sostiene il presidente) ottiene 246 deputati, mentre nelle elezioni di cinque anni fa, il partito del presidente, da solo, aveva ottenuto 308 deputati. Oggi, come ha riconosciuto lo stesso Macron nel suo discorso ai francesi del 22 giugno[1], «la majorité présidentielle est en effet relative», (la soglia per la maggioranza assoluta è 289), peraltro dipendente dai partiti alleati: di François Bayrou (con 48 seggi) e di Édouard Philippe (con 27 seggi). Il resto dell’Assemblea nazionale è articolato in tre schieramenti: la coalizione della sinistra unita NUPES (Nouvelle Union Populaire Écologique et Sociale) con 142 seggi, il Rassemblement national (RN) di Marine Le Pen con 89 seggi e la destra tradizionale gaullista e centrista con 64 seggi.

Il doppio turno, che aveva in passato penalizzato le estreme, questa volta ha prodotto una grande novità nella storia politica francese: l’affermazione del partito di Le Pen. Il meccanismo del barrage, del fronte repubblicano usato in modo sistematico contro i candidati della estrema destra arrivati al ballottaggio, non funziona più. I candidati del Rassemblement national hanno mostrato di avere possibilità di vittoria nel secondo turno analoga a quella dei partiti tradizionali. E così, mentre nelle elezioni del 2017 arrivati al ballottaggio contro i candidati della maggioranza presidenziale in 104 collegi, i candidati del RN ne avevano vinti solo 7, nelle elezioni di giugno dei 107 collegi dove si trovavano confrontati ai candidati di Ensemble!, il partito di Le Pen ne ha vinti 53, dunque la metà, beneficiando di una grande astensione dell’elettorato di sinistra e più in generale del voto di protesta contro la politica del presidente, di cui si è avvantaggiata anche la coalizione dei partiti di sinistra guidata da Mélenchon. L’esito più simbolico di questo turno elettorale è la sconfitta dello stesso presidente dell’Assemblea nazionale, Richard Ferrand, battuto nel suo collegio da un candidato della sinistra, come anche quella di Christophe Castaner che presiedeva il gruppo della République en marche! nella legislatura appena conclusa.

Astrattamente, gli eletti di sinistra con quelli del partito di Le Pen (ma servirebbe anche il sostegno dei deputati della destra gaullista) potrebbero, coalizzati, produrre una maggioranza assoluta. In fondo, la XVIII legislatura italiana, si è aperta con una coalizione tra due partiti che si erano presentati alle elezioni su posizioni lontanissime. Ma per ragioni politiche e istituzionali questo, in Francia, è un esito impossibile: il governo scelto dal presidente non ha bisogno di sottoporsi alle Camere per un voto di fiducia iniziale, a differenza di quanto avviene in Italia. Il presidente della Repubblica francese poi non solo nomina il primo ministro, ma presiede lui stesso il Consiglio dei ministri. L’Assemblea nazionale può solo costringere il governo a dimettersi votando una mozione di censura o contro la dichiarazione di politica generale che il governo intenda presentare. Appare dunque  un’eventualità solo astratta quella di un voto che veda riuniti partiti così radicalmente diversi, con il solo obiettivo di affondare la maggioranza presidenziale; un voto solo negativo. Nella storia della Quinta Repubblica vi è stata sì l’esperienza della coabitazione, ma questa era tra il presidente e una maggioranza parlamentare chiaramente emersa dal risultato del voto delle elezioni per l’Assemblea nazionale. Il presidente Macron ha con chiarezza affermato, nel suo discorso del 22 , che è sua responsabilità «far vivere», e dunque comporre, le due scelte fatte dagli elettori ad aprile (per l’elezione del presidente) e a giugno (per l’Assemblea nazionale, partendo però dalla prima. L’elezione del presidente non è, infatti, solo la scelta di un uomo, ma ‒ afferma Macron anche di un progetto: «un projet d’indépendance pour notre pays, la France, et dans notre Europe  que nous devons rendre plus forte, qui passe par une défense forte et ambitieuse, une recherche  d’excellence, une industrie et une agriculture plus puissantes par des investissements d’avenir,  un projet de progrès sociaux, en particulier pour notre école et notre santé qu’il faut refonder,  sur lesquels nous devons réinvestir, un projet de progrès écologique par une planification et des  investissements assumés. Un projet de sécurité et de justice, mais aussi un projet responsable, c’est-à-dire crédible et financé».

Esclusa l’ipotesi di un governo di  unità nazionale (non giustificata per Macron e comunque esclusa da gran parte degli esponenti delle varie forze politiche) la responsabilità della maggioranza (relativa presidenziale) è quella di ampliarsi, «soit en bâtissant un contrat de coalition, soit en construisant des majorités texte par texte». Secondo Macron, «nous devons collectivement apprendre à gouverner et légiférer différemment. Bâtir avec les formations politiques constituant la nouvelle Assemblée des compromis nouveaux dans le dialogue, l’écoute, le respect. C’est ce que vous avez souhaité –  afferma rivolgendosi agli elettori ‒ et j’en prends acte. Cela ne doit pas vouloir dire l’immobilisme. Cela doit signifier des accords en prenant le temps de les faire, par le dialogue, le respect, l’exigence». Già il primo turno delle elezioni presidenziali aveva fotografato un corpo sociale profondamente diviso, in fondo in termini non radicalmente diversi da quelli che vediamo oggi. Nel suo discorso del 22 giugno il presidente Macron ne prende atto: «Je ne peux pas davantage ignorer les fractures, les divisions profondes qui traversent notre pays, et se reflètent dans la composition de la nouvelle Assemblée. Elles expriment des inquiétudes, le sentiment d’avoir des vies bloquées, pas de perspectives dans nombre de nos quartiers populaires, comme dans nos villages».

Il ballottaggio per l’elezione presidenziale ha però prodotto un risultato netto: un successo per il presidente, rieletto per un secondo mandato. Un successo che poi da un punto di vista politico e istituzionale si deve tradurre nella scelta di un progetto complessivo, come si è visto,  ma anche nel mandato accordato al presidente di rappresentare la Francia nel Consiglio europeo (le cui scelte hanno un peso oramai sempre più rilevante). Macron lo ha rivendicato, ricordando ai francesi il 22 giugno che «demain et vendredi, je vous représenterai au Conseil  européen où nous allons examiner en particulier la question décisive de la candidature à  l’adhésion de l’Ukraine à notre Union européenne et du contexte géopolitique».

Nel corso della campagna elettorale Macron aveva teorizzato una «renaissance démocratique», attraverso la convocazione di un «Conseil national de la refondation, avec les forces politiques, économiques, sociales, associatives, des élus des territoires et de citoyens tirés au sort». Una suggestione per certi versi ripresa il 22 giugno quando ha aperto il suo discorso dicendo «Je ne peux d’abord ignorer la forte abstention qui nous oblige tous à redonner davantage de  sens à nos actions collectives, de lisibilité aux grands rendez-vous démocratiques. Voter est  essentiel pour la vie de la nation, pour ses grands choix et très clairement, ce n’est plus ressenti  par tous». Tuttavia,  subito dopo, non ha potuto non riconoscere la qualità rappresentativa che emerge dalla composizione della nuova Assemblea nazionale : «Je ne peux pas davantage ignorer les fractures, les divisions profondes qui traversent notre pays, et se reflètent dans la composition de la nouvelle Assemblée…».

Non sono affermazioni nuove per Macron. Ben prima di intraprendere la sua carriera politica in un saggio apparso nel 2011 su Esprit[2] (la rivista fondata da Emmanuel Mounier), aveva scritto: «agir politiquement n’a aujourd’hui plus le même sens qu’il y a trente ans. Cela implique de coordonner des compétences diverses, des acteurs épars, de naviguer entre des communautés multiples (les citoyens, les associations, les savants, les entreprises, etc), souvent sous la pression médiatique qui impose une quasi-trasparence, en temps réel, de la décision». E la risposta non può essere ‒ scriveva sempre Macron ‒ la «myopie de l’urgence et du temps court qui conduit la politique à réagir plutôt que construire une action articulée». L’inevitabile lentezza delle procedure parlamentari, potrebbe allora risolversi in una virtù. Lo stesso Macron, sempre in quel saggio,  scriveva: «L’action politique nécessite l’animation permanente du débat. Le théȃtre de la décision ne peut être l’énoncé d’un programme électoral qui sera ensuite débattu - de manière accessoire et pré-écrite - pour être appliqué verticalement. L’action politique est continue et le débat participe de l’action. C’est la double vertu du parlementarisme et de la démocratie sociale que notre République a encore trop souvent tendance à négliger». Insieme a questo elogio del parlamentarismo Macron segnalava che «loin du pouvoir charismatique et de la crispation césariste de la rencontre entre un homme et son peuple, ce sont les éléments de reconstruction de la responsabilité et de l’action politique qui pourraient être utilement rebȃtis». Secondo Macron «la décision politique ne peut plus avoir locuteur unique. Parce que l’action est complexe et le terrain d’application multiple, elle doit se discuter, s’amender, se corriger, se décliner au niveau le plus adapté. Tel est le but de ces chambres de décantation qui n’ont pas à être médiatiques mais sont les instances mêmes d’émergence de l’intérêt général».

L’esito delle elezioni del giugno 2022 mostra quanto non sia convenuto al presidente, alla stessa conservazione del suo carisma, essersi proposto come “locuteur unique”, in un Paese diviso e attraversato da forti tensioni. Una postura quella della presidence jupiterienne, che ha aumentato tensioni e divisioni, ed è alla radice dell’affermazione in primo luogo dell’estrema destra. Ecco allora oggi Macron riscoprire, nel suo appello del 22 giugno, le virtù del parlamentarismo che con tanto acume aveva mostrato di apprezzare da studioso, nel solco dell’insegnamento del suo maestro, Paul Ricoeur: «convaincu de la nécessité du dépassement politique», per rispondere «à l’aspiration de nombre d’entre vous de  sortir, au fond, des querelles et des postures politiciennes, de bâtir par le dialogue, le  compromis, le travail collectif ». Impegnandosi davanti ai cittadini «à la lumière des premiers choix, des premières expressions des groupes  politiques de notre Assemblée nationale, (…) à bâtir cette méthode et cette  configuration nouvelle».

La qualità di questo metodo la si vedrà dalle prime scelte che la nuova Assemblea nazionale si troverà a fare: quella del suo presidente, dei presidenti delle commissioni (a partire da quella cruciale della Commissione finanze che il regolamento dell’Assemblea espressamente prevede doversi affidare a un esponente di opposizione).

 

[1] https://www.elysee.fr/emmanuel-macron/2022/06/22/adresse-aux-francais-1

[2] E. Macron, Que peut-on attendre pour 2012 et aprés?, in Esprit, Mars-avril 2011, pp. 106 e s.

 

Immagine: Emmanuel Macron (24 marzo 2022). Crediti: Gints Ivuskans / Shutterstock.com

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