23 dicembre 2020

Migrazioni in Europa e nel mondo

La notte del 26 marzo 2019 si è verificato l’ennesimo incidente nel Mediterraneo, che ha portato alla morte di un numero imprecisato di persone che si sono aggiunte a un numero stimato, altissimo, di vittime: 18.500 dal 2014 a oggi secondo i dati del Missing Migrants Project dell’Organizzazione mondiale della migrazione (IOM, International Organization for Migration). Ma quella che in Italia è stata inizialmente chiamata “emergenza Nord Africa” era un fenomeno presente già dai primi anni Duemila. Il primo picco si verificò nel 2011, ma i primi morti documentati, dal Marocco, risalgono alla fine degli anni Ottanta, senza dimenticare quelli dai Paesi balcanici negli anni Novanta. Il 2014 fu solo il primo anno di “assestamento” e di interesse più o meno concreto da parte della comunità internazionale.

 

Nel 2020, in seguito a quell’incidente del 26 marzo, ricostruendo comunicazioni radio ed e-mail il Guardian rivela che un aereo europeo, il Seagull 75, appartenente all’Operazione Sophia, nota come la «missione navale senza alcuna nave», aveva intercettato, segnalato e di fatto consegnato un’imbarcazione con 150 persone alla guardia costiera libica, mentre una seconda andava perduta. Non registrando alcun tentativo di avvisare una ONG e nonostante la Libia non sia “porto sicuro” almeno dal 2011, anno in cui la NATO intervenne con un’azione che segnò la fine del regime di Gheddafi.

 

L’attuale governo ha però modificato recentemente i Decreti sicurezza voluti dall’allora ministro dell’Interno Salvini che per 2 anni hanno privato il sistema di accoglienza italiano di strumenti importanti, con la dismissione dell’efficiente sistema Sprar e l’eliminazione di fatto delle azioni volte alla “protezione umanitaria”. Il venir meno delle forme di accoglienza ha fatto venir meno a loro volta le forme di controllo, favorendo l’incremento dell’irregolarità, con l’effetto, tra l’altro, di alimentare quel «disallineamento tra percezione e realtà» creato da una «narrazione diffusa», dalla politica ai media, che lega l’immigrazione solo a concetti negativi (emergenza, irregolarità, permesso, diversità, carico sul welfare, criminalità...). I dati esposti nei rapporti annuali di Caritas – Migrantes e Centro Astalli sono in grado di riportarci alla reale dimensione del fenomeno.

 

Al 2019 si registrano 272 milioni di migranti internazionali, il 3,5% della popolazione mondiale. Da 50 anni sono in aumento per ragioni diverse: una maggiore facilità di movimento grazie ad accordi, ‒ ad esempio Schengen ‒ e nuove tecnologie. La maggior parte dei migranti si muovono per motivi di lavoro, famiglia, studio (164 milioni): «una mobilità relativamente a basso impatto per i Paesi invianti e riceventi». Mentre sono “solo” 79,5 milioni i cosiddetti «migranti forzati», che si spostano a causa di «conflitti, persecuzioni, disastri: [questi] pur costituendo una percentuale relativamente contenuta di tutti i migranti (29%), sono i più bisognosi di tutela», diventando «la maggiore preoccupazione per i Paesi riceventi che adottano misure sempre più restrittive per bloccarli». Pensiamo a Siria, Yemen, Repubblica Centrafricana e del Congo, Sud Sudan, Myanmar, Venezuela. E alle nuove migrazioni date dal «crescente impatto dei cambiamenti ambientali che nel 2018 e 2019 hanno interessato soprattutto Mozambico, Filippine, Cina, India e Stati Uniti».

 

Fino alle frontiere europee dimenticate. La Turchia è solo la più controversa, visto che accoglie più di tutti (globalmente e anche grazie al sostegno economico europeo) violando i diritti umani, ma ci sono molte questioni tralasciate: lo stato precario dei campi profughi in Grecia, gli abusi registrati in Croazia e più in generale «le dinamiche demografiche nei Paesi balcanici e dell’Est Europa e il loro impatto in termini di emigrazione e immigrazione; la mobilità intra-regionale che vede il corridoio tra Russia ed ex repubbliche sovietiche tra i più attivi a livello continentale», tra cui migliaia di sfollati per il conflitto con l’Ucraina; gli «oltre 22 milioni di persone che vivono in uno Stato membro con la cittadinanza di un altro» soprattutto da Romania, Bulgaria, Italia, Portogallo e Polonia. Quest’ultima poi, «mentre si dichiara assolutamente contraria ad accogliere rifugiati», ha anche «ricevuto in un anno il maggior numero di migranti per motivi di lavoro». O l’emblematico caso Brexit che pochi associano alle questioni migratorie, eppure le analisi britanniche concordano sulle «reali motivazioni della vittoria del leave: l’allargamento dell’Ue nel 2004 ha raddoppiato il flusso migratorio in Inghilterra, soprattutto dall’Europa dell’Est, così come le nascite da cittadini di Paesi terzi», mentre i tassi di crescita inglesi rimanevano pressoché invariati. Il Regno Unito, che proprio in questi giorni corre per rimpatriare i richiedenti asilo, non si è mai preoccupato delle invasioni extracomunitarie, perché il suo problema era già dentro l’Europa. In che condizioni si può garantire la libera circolazione delle persone se essa stessa ci spaventa?

 

Immagine: Migranti nordafricani rifugiati su una nave nel porto di Taranto, Puglia (agosto 2015). Crediti:  Massimo Todaro / Shutterstock.com

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