5 giugno 2018

Mondiali e politica

A pochi giorni dall’inizio della manifestazione (giovedì 14 giugno la cerimonia di apertura allo stadio Luzhniki di Mosca e, a seguire, la gara inaugurale tra Russia e Arabia Saudita), l’edizione numero 21 della Coppa del mondo di calcio, quella di Russia 2018, sta cominciando ad imporsi sui media.

Nonostante l’assenza della Nazionale italiana, e forse proprio per dare maggiore appeal ad un evento che, di conseguenza, dagli italiani sarà vissuto con minore intensità rispetto alle altre estati, le storie di nazionali e calciatori del passato si stanno prevedibilmente facendo spazio in vari contenitori televisivi, su giornali e testate online, tra gli scaffali delle librerie. Nell’era dello storytelling, il calcio non fa eccezione e, anzi, in occasione dei Mondiali – che restano la madre delle competizioni sportive di squadra – raggiunge il parossismo: agiografie, epinici, mitopoiesi di atleti trattati come divinità e squadre come religioni, con accenni contestuali inseriti in maniera funzionale, ma non sempre corretta. Il trionfo di una narrazione epica dalla quale spesso è facile lasciarsi coinvolgere, perché dopo tutto, se ben orchestrata, fa cassetta.

Meno battuta, e per questo meritoria se non altro per lo studio e la ricerca che si porta appresso, è la via della storiografia applicata allo sport, e in particolare al calcio, nonostante la sua riconosciuta centralità nella vita associativa delle persone. Riccardo Brizzi e Nicola Sbetti, autori di Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018), per i tipi di Le Monnier, colmano il vuoto editoriale in lingua italiana: già il sottotitolo (“politica, sport, globalizzazione”) annuncia i cardini dell’opera, ed è significativo in questo senso che l’utilizzo del termine “politica” preceda quello di “sport”.

L’intera storia dei Mondiali è del resto intrisa di significati che vanno ben oltre lo sport: l’analisi si concentra su complessi rapporti di relazioni e sconfinamenti, sui condizionamenti e sulle strumentalizzazioni propagandistiche, sul valore politico di alcune partecipazioni e sullo sviluppo di una competizione sempre più orientata al business e all’immagine, anche per questo motivo, facile al contagio del virus della corruzione soprattutto in fase di assegnazione della sede ospitante.

In questa prospettiva, con la lente interpretativa della storiografia, il megaevento globale che è oggi il Mondiale diventa in maniera decisamente peculiare e sui generis un attore politico internazionale che, scrivono gli autori, «ha sposato e per alcuni versi promosso le logiche della globalizzazione, ma ha al contempo usufruito della riattivazione delle identità locali che si è amplificata all’alba degli anni Duemila e di cui le squadre nazionali simbolicamente restano una delle ultime vestigia».

Ecco allora una storia che attraversa il Novecento e i suoi totalitarismi e arriva sino ai giorni nostri, prestandosi sin dagli inizi – la prima edizione nell’Uruguay che celebrava il centenario dell’indipendenza – come terreno privilegiato per lanciare messaggi dai contenuti non solo sportivi, alcuni lampanti (le “guerre in miniatura”, definizione di Desmond Morris, in stile Argentina-Inghilterra a Messico ‘86) e altri meno intuitivi, e sviluppandosi poi, sotto l’egida dei presidenti della FIFA che hanno segnato le diverse epoche (il pioniere Jules Rimet, Stanley Roux che stabilizzò il Mondiale intorno alla diarchia Europa-Sudamerica, João Havelange che avviò la fase definita “commerciale-televisiva” e Joseph Blatter, il presidente della globalizzazione del torneo), seguendo e talvolta anticipando la politica stessa, sino ad arrivare in qualche modo a spiegare, nelle parole di Jérôme Valcke, segretario generale della FIFA nel 2013, anche la tendenza generale degli elettori ad affidarsi a uomini forti e al populismo: «Quando c’è un capo di Stato forte che può prendere decisioni autonomamente, così come potrà fare Putin per i Mondiali del 2018, è più facile per noi organizzatori. Meno democrazia a volte è meglio per organizzare una Coppa del mondo. Dirò qualcosa di pazzesco, ma è così».

Il tutto con una formidabile forza di imporsi nella cultura di massa. Emblematico in questo senso è quanto, in occasione della visita della Nazionale di Bearzot a Palazzo Chigi alla vigilia del Mondiale di Spagna 1982, il presidente del Consiglio Giovanni Spadolini anticipò alla delegazione azzurra e che poi si sarebbe verificato: «Se voi vincerete il mondiale – affermò – la memoria storica degli italiani del 1982 sarà molto più legata ai vostri nomi che non ai nomi del governo Spadolini». Lo disse parlando della tendenza della storiografia moderna a scrivere la storia sulla base di fatti non politici ma comunque incidenti sulla vita quotidiana delle persone e, in questo senso, l’effetto delle vittorie sportive incide anche sull’iconografia della politica stessa: sino alla celeberrima foto dello scopone di Pertini con Bearzot, Zoff e Causio sul volo di ritorno da Madrid, con la coppa sul tavolino, gli scatti che avevano rappresentato l’umanità di uno dei presidenti della Repubblica ad alto impatto popolare e mediatico erano stati quelli relativi alla sua presenza a Vermicino nelle drammatiche ore – anch’esse trasmesse in straziante diretta televisiva – della tragedia del piccolo Alfredo Rampi.  Ma quella vittoria, l’esultanza in tribuna autorità al Bernabeu e quella partita a carte, hanno di fatto modificato il paradigma.

Cyril Lionel Robert James, nel saggio Beyond a boundary del 1963 (tradotto in italiano con il titolo Giochi senza frontiere. Del cricket o dell’arte della politica), si domandava retoricamente che cosa ne sapesse di cricket chi sapesse solo di cricket. Ecco perché Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018) aiuta a leggere ed interpretare i Mondiali a prescindere dal dato tecnico.

 

Riccardo Brizzi - Nicola Sbetti, Storia della Coppa del mondo di calcio (1930-2018), Le Monnier, 2018, pp. 272


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