21 ottobre 2020

Mosca tenta una nuova mediazione fra Armenia e Azerbaigian

Continuano i combattimenti nel Nagorno-Karabakh, con scontri a terra e bombardamenti, nonostante formalmente sia in corso la tregua umanitaria concordata con la Francia e con il Gruppo di Minsk sabato 17 ottobre. La violenza degli scontri ha indotto alcuni combattenti siriani che affiancavano l’esercito azero a ritrarsi e a rinunciare alla paga promessa (1000 dollari al mese); alcuni di loro sono già ritornati in Siria, ma secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR, Syrian Observatory for Human Rights) sono ancora coinvolti nel conflitto più di duemila miliziani siriani, appartenenti a organizzazioni fondamentaliste come la Sultano Murad e la Divisione Al Hamza. Le parti in conflitto si accusano reciprocamente di violazioni della tregua e di bombardamenti indiscriminati che colpiscono i civili; in questo difficile contesto, la Russia si propone per una nuova mediazione, dopo quella sfociata in un cessate il fuoco il 10 ottobre, frutto di colloqui fra il ministro degli Esteri armeno Zohrab Mnatsakanyan e quello dell’Azerbaigian Jeyhun Bayramov, con la mediazione dell’omologo russo Sergej Lavrov. L’accordo ha avuto però una scarsa applicazione, così come il successivo promosso principalmente dalla Francia.

Il progetto di Mosca sarebbe quello di coinvolgere il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev in un incontro diretto da tenersi a Mosca, con la presenza di Vladimir Putin. Anche se il ruolo importante della Russia viene riconosciuto da entrambi i contendenti, le basi di un’intesa sono ancora deboli. La Russia ha evitato finora di far valere l’accordo militare che la lega all’Armenia e ha cercato di mantenere buoni rapporti anche con l’Azerbaigian. Molto diverso invece il ruolo della Turchia, che si è schierata fino in fondo con Baku, facendo anche da tramite per l’invio al fronte dei combattenti siriani; una circostanza che ha fatto assumere al conflitto anche una connotazione religiosa, di scontro fra islamici e cristiani. La politica turca è quella di rifiutare la mediazione del Gruppo di Minsk (Francia, Stati Uniti e Russia); Recep Tayyip Erdoğan ha addirittura accusato i tre Paesi di essere alleati dell’Armenia e di fornire armi. Il presidente del Parlamento turco Mustafa Şentop parlando a Baku davanti al Parlamento azero ha dichiarato che il Gruppo di Minsk è «cerebralmente morto» e ha attaccato con forza l’Armenia. La posizione aggressiva della Turchia rende difficile la mediazione di Mosca; inoltre, l’Azerbaigian continua a rivendicare l’area come appartenente al suo territorio, mentre l’Armenia sta pensando di riconoscere formalmente la Repubblica dell’Artsakh (nome ufficiale dell’autoproclamato Stato armeno del Nagorno-Karaback) se la situazione non si sblocca attraverso trattative.

L’Unione Europea pur muovendo la sua diplomazia per ottenere un effettivo cessate il fuoco e l’avvio di trattative non sta svolgendo un ruolo principale. Come ha constatato con amarezza la scrittrice armena Antonia Arslan: «Nessuno volle morire per Danzica nel 1939, figuriamoci oggi per Stepanakert. E allora ci guardiamo allo specchio: noi armeni siamo soli. In questo momento l’unica potenza che realmente si contrappone alla Turchia è la Russia e così, pur sperando col cuore nell’aiuto di Bruxelles, sappiamo con la testa di poter contare al massimo su quello di Putin». Le premesse non sono facili, ma la Russia vuole cogliere l’occasione per svolgere un ruolo decisivo in un’area strategica, limitando le ambizioni turche.

 

Immagine: Manifestazione a Baku per sostenere l’Esercito nazionale dell’Azerbaigian nella guerra con l’Armenia (1 ottobre 2020). Crediti: Interfase [CC BY-SA 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0)], attraverso Wikimedia Commons

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