18 febbraio 2021

Myanmar, un pericoloso ritorno al passato

Il Myanmar sta vivendo un pericoloso ritorno al passato. La mattina del 1° febbraio, infatti, le forze armate hanno arrestato diverse personalità politiche, tra cui spiccano il presidente Win Myint e il consigliere di Stato, nonché il premio Nobel per la pace e attivista per i diritti umani Aung San Suu Kyi. Diversi altri parlamentari e membri della Lega nazionale per la democrazia (NLD, National League for Democracy) si trovano tutt’ora in stato di fermo. Questa non è di certo una novità per il Paese del Sud-Est asiatico, che ha sofferto il giogo dell’autoritarismo militare per la maggior parte della sua storia indipendente, riuscendo ad affrancarsene solo a partire dalle aperture del 2010 e dalle elezioni del 2012.

La principale motivazione dietro la mobilitazione del Tatmadaw, le forze armate birmane, sono i presunti brogli che si sarebbero verificati durante la tornata elettorale dello scorso novembre e che hanno visto una larga vittoria dell’NLD. Accuse che sia la Commissione elettorale che Aung San Suu Kyi hanno prontamente rispedito al mittente, rifiutando però anche l’apertura di una normale indagine. A questo proposito, è opportuno ricordare come il Tatmadaw detenga un quarto dei seggi in Parlamento, occupati da ufficiali scelti e nominati dal comando militare.

Questo è il contesto entro cui l’esercito si è sentito in dovere di agire, oltre a ritenere le proprie azioni costituzionalmente legittime: infatti, il Consiglio di sicurezza nazionale, che deve essere convocato dal presidente, può dichiarare lo stato d’emergenza in caso di gravi problemi amministrativi. All’arresto di Win Myint è seguita l’autoproclamazione del generale Myint Swe, che da presidente ha convocato il Consiglio e proclamato lo stato d’emergenza per un anno. Secondo la narrazione del Tatmandaw, l’utilizzo di queste clausole d’emergenza avrebbe come unico fine la difesa della Costituzione e dello Stato di diritto. Infatti, i militari temevano che il Parlamento eletto a novembre non avrebbe autorizzato un’indagine sulle elezioni, sentendosi così direttamente chiamati in causa: gli artt. 417 e 418 della Costituzione indicano gli scenari entro cui è possibile invocare lo stato d’emergenza, tra cui l’attentato alla solidarietà nazionale e alla sovranità. Inoltre, l’art. 40 sintetizza un’ulteriore casistica d’intervento, ossia quando viene riscontrata «l’incapacità del governo di svolgere le sue funzioni esecutive e amministrative». Queste sono chiaramente dei pericolosi pretesti, sollevati per requisire una libertà faticosamente conquistata. Al netto dei numerosi errori di giudizio perpetrati dal partito e dalla sua leader, uno dei più sfacciati interessi del Tatmandaw, in realtà, era quello di incriminare Aung San Suu Kyi e gli altri dirigenti dell’NLD, così da impedire loro di candidarsi nuovamente.

Il rapporto tra Aung San Suu Kyi e i miliari è complesso e stratificato. Sin dalle elezioni del 2015, la Lady si è personalmente adoperata nel creare un ponte tra società civile, Parlamento ed esercito. Tale cooperazione, oltre alla riluttanza nel denunciare e criticare l’operato del Tatmadaw, soprattutto nei confronti della minoranza Rohingya e nello Stato del Rakhine, le è costata buona parte del prestigio internazionale che aveva accumulato nel corso dei decenni, la maggior parte dei quali passati da prigioniera politica. Inoltre, è altresì probabile che le forze armate non si siano sentite abbastanza lodate per aver concesso la svolta democratica del 2012-15 e non abbastanza coinvolte nel dibattito politico del Paese. Alcuni esponenti dell’esercito temevano una possibile riforma costituzionale che limitasse ulteriormente il loro ruolo.

Il mondo occidentale, in primis Stati Uniti e Unione Europea, ha prontamente condannato l’accaduto. Anthony Blinken, neosegretario di Stato americano, ha chiesto il rilascio di tutti i parlamentari e gli attivisti arrestati dalle forze armate, oltre al rispetto del risultato elettorale, che rispecchia la volontà del popolo birmano. Il pericolo è che Washington possa velocemente far seguire i fatti alle parole, poiché ha subito aperto all’ipotesi di misure più drastiche, come il ritorno delle sanzioni economiche.

La Cina, invece, non ha apertamente condannato l’accaduto, ma ha espresso la speranza che tutte le parti coinvolte possano collaborare pacificamente per portare stabilità al Paese. La Birmania controllata dai militari è stata una storica alleata di Pechino, ma le cose sono cambiate nell’ultimo decennio: diversi analisti hanno infatti sottolineato l’insoddisfazione del Partito comunista per l’accaduto, che ha investito tempo e lavoro nel costruire un rapporto con Aung San Suu Kyi.

La reazione della popolazione non si è fatta attendere, e manifestazioni di protesta sono velocemente, e spontaneamente, emerse a Yangon, Mandalay e Naypyidaw. In risposta, i militari hanno intimato alle varie compagnie telefoniche di bloccare la trasmissione del segnale, di fatto lasciando il Paese senza Internet. La motivazione ufficiale sarebbe quella di impedire la veicolazione di fake news, garantire la stabilità nazionale e la sicurezza dei cittadini. Questa è in realtà una decisione squisitamente di necessità pratica, poiché una buona parte della partecipazione civica viene organizzata e coordinata sui social network, in particolare Facebook e Twitter. Certamente un duro colpo, ma che non è riuscito a bloccare la mobilitazione delle masse, che hanno dimostrato il loro attaccamento alla figura di Aung San Suu Kyi, la cui liberazione è stata richiesta a gran voce, e il totale rifiuto verso un possibile ritorno alla dittatura dell’esercito.

Per il Myanmar si prospetta un futuro particolarmente incerto, e proprio per questo motivo l’atteggiamento e il sostegno della comunità internazionale potrebbero rivelarsi dirimenti. Al momento, però, al cordoglio per l’accaduto si sono affiancate le minacce di nuove sanzioni, che probabilmente si rivelerebbero più dannose per la popolazione che per gli interessi economici dei generali.

 

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