06 aprile 2017

Nuove tensioni e ataviche rivalità. Notizie preoccupanti dai Balcani

Tensioni latenti non di rado prossime alla deflagrazione, acute contrapposizioni, interessi contrastanti e complesse dinamiche geopolitiche che periodicamente ricompaiono sulla scena, richiamando alla memoria storiche definizioni sulla regione. I Balcani sono stati la ‘polveriera d’Europa’, naturale spazio di espansione di grandi imperi e centro di incubazione di importanti conflitti; al loro interno accolgono un articolato puzzle di etnie, culture e religioni; sui loro territori sono state scritte densissime pagine di Storia e, anzi, probabilmente aveva ragione Winston Churchill quando affermava che essi «producono più Storia di quanta ne possono digerire». Oggi, trascorsi più di due decenni dalla dissoluzione della Iugoslavia e da quel violentissimo conflitto che aprì una profonda ferita nel continente europeo, i Balcani sembrano essere stati relegati in una posizione secondaria nel dibattito geopolitico, ma a una più attenta analisi, volgendo lo sguardo al di là dell’Adriatico, nei Balcani occidentali le tensioni stanno riaffiorando, percorrono quasi per intero la regione, fanno sentire il loro peso nei delicati intrecci politici dell’area, e nel frattempo nuove equazioni di potenza si definiscono. The Balkans: bad news rising, le cattive notizie dai Balcani aumentano: così ha titolato una sua analisi per il Council on Foreign Relations Robert Austin, professore presso la Munk School of Global Affairs dell’Università di Toronto, a evidenziare la riacutizzazione delle rivalità etniche e politiche in un quadro già caratterizzato da pronunciate difficoltà. In Albania – dove a giugno si terranno le elezioni legislative – il Partito democratico all’opposizione ha boicottato i lavori parlamentari sulla riforma della giustizia, chiedendo la costituzione di un governo tecnico che si faccia garante della regolarità dell’imminente voto. «O elezioni libere o niente», ha tuonato il leader del Partito democratico Lulzim Basha, alla guida di manifestazioni di protesta contro l’esecutivo presieduto dal socialista Edi Rama che – secondo la forza di opposizione – non garantirebbe un processo elettorale trasparente. All’inizio dello scorso marzo, il premier ha rinnovato il suo invito al dialogo per proseguire l’iter relativo alla riforma della giustizia, tema a cui anche l’Europa guarda con particolare attenzione. In proposito, Bruxelles è stata chiara: il boicottaggio delle attività del Parlamento blocca la discussione di interventi in un settore nevralgico e di fatto frena il cammino intrapreso da Tirana nel processo di integrazione europea. Intanto, corruzione e criminalità organizzata continuano a rappresentare ostacoli di grande rilevanza al pieno sviluppo del Paese. Quanto alle realtà un tempo parte della Iugoslavia, in diversi casi la situazione si presenta assai delicata. A destare particolare preoccupazione è in primis la Macedonia, dove a seguito delle elezioni dello scorso dicembre non si è ancora giunti alla formazione di un esecutivo. Per comprendere la questione è necessario fare un passo indietro: in un quadro politico già teso, la conflittualità tra il partito di centrodestra al governo VMRO-DPMNE e l’opposizione socialdemocratica esplose nei primi mesi del 2015, con la diffusione di una serie di intercettazioni che sembravano rivelare il coinvolgimento dell’esecutivo e del primo ministro Nikola Gruevski in una rete di sistematici abusi di potere, corruzione e brogli elettorali. Sotto gli auspici dell’UE, per porre fine a un’incandescente crisi politica, le varie forze concordarono la formazione di un governo di transizione che avrebbe portato il Paese a nuove elezioni, originariamente previste per aprile 2016 e poi rinviate. Le consultazioni hanno visto prevalere di misura il partito di Gruevski, che non è tuttavia riuscito a formare un governo. Al leader socialdemocratico Zoran Zaev, invece, è stato il presidente della Repubblica ed esponente del VMRO-DPMNE Gjorge Ivanov a rifiutare il mandato: sotto accusa l’accordo raggiunto da Zaev con le forze politiche albanesi di Macedonia, che hanno costituito una comune piattaforma dopo aver incontrato il presidente kosovaro Hashim Thaçi e soprattutto il premier di Tirana Rama. Dunque, per Ivanov, un’inaccettabile ingerenza di Paesi stranieri negli affari macedoni. Il 3 aprile, intanto, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk ha incontrato a Skopje proprio Ivanov, riaffermando l’impegno di Bruxelles per una Macedonia pienamente europea e invitando a trovare una soluzione politica che riporti la Repubblica lungo il sentiero dell’integrazione euro-atlantica. Quanto al Kosovo, le tensioni con la Serbia permangono. L’ultimo episodio che ha portato a un duro scontro è quello legato al treno che lo scorso gennaio da Belgrado avrebbe dovuto raggiungere Mitrovica (Kosovska Mitrovica), ripristinando un collegamento inattivo da 18 anni: sul convoglio campeggiavano i colori della bandiera serba e – in diverse lingue – il celebre slogan Kosovo je Srbija (“Il Kosovo è Serbia”). Per le autorità del Kosovo, una grave provocazione. Inoltre, il dialogo tra Priština e Belgrado, gli accordi raggiunti tra le parti e la creazione di un’associazione delle municipalità serbe in Kosovo – volta a garantire loro una maggiore autonomia – hanno generato vibranti proteste negli ambienti nazionalisti kosovari, a testimonianza di come la fragilità sia la cifra distintiva della piccola Repubblica sul cui riconoscimento non tutti gli Stati sono concordi. C’è poi il Montenegro, invitato nel dicembre 2015 – con reazione irritata della Russia – a entrare a far parte della NATO. Dominus della vita politica del Paese è stato per più di 20 anni Milo Djukanović, che ha perseguito con forza l’allineamento di Podgorica all’Occidente; dopo le elezioni di ottobre, che hanno visto il suo Partito democratico dei socialisti del Montenegro conquistare la maggioranza relativa dei seggi, egli ha lasciato comunque l’incarico di premier, assunto da Duško Marković. In occasione del voto – hanno denunciato le autorità del Paese – ci sarebbe stato un tentativo di colpo di Stato, con i golpisti che miravano a fare irruzione in Parlamento e assassinare Djukanović, così da interrompere il percorso euro-atlantico del Montenegro. Venticinque i sospetti, in gran parte serbi, ma il dito è puntato innanzitutto contro Mosca, che ovviamente respinge con forza le accuse. Spostando invece l’attenzione sulla Bosnia ed Erzegovina, è la sua stessa struttura istituzionale – fondata su complessi equilibri figli degli Accordi di Dayton del 1995 – a essere fragile, con i serbo-bosniaci della Republika Srpska che periodicamente si fanno sentire. All’interno di questo quadro, di per sé già estremamente articolato, si innesta poi la geopolitica. Come osservava, infatti, un rapporto del Council on Foreign Relations pubblicato nel marzo del 2016, la competizione fra potenze rivali è prepotentemente tornata sulla scena nei Balcani occidentali e, complici le mancanze dell’Unione Europea, si sono creati spazi per consentire agli attori interessati di inserirsi nelle dinamiche regionali. Le ridotte possibilità di una piena membership UE nel breve periodo – Juncker ha escluso allargamenti durante la sua presidenza della Commissione europea – hanno prodotto come conseguenza un rallentamento delle spinte riformatrici nei Paesi interessati, e la crisi complessiva che attraversa Bruxelles rende inevitabilmente meno attrattiva che in passato agli occhi delle popolazioni balcaniche la prospettiva dell’integrazione europea. Facendo leva sulla comune confessione ortodossa, soffiando sul nazionalismo e sfruttando la sua posizione di forza in campi quali l’energia, la Russia si è incuneata nella regione, riuscendo ad avere una certa presa in ambienti come quello serbo, quello della Republika Srpska o ancora in talune realtà del Montenegro. E anche la Turchia e le monarchie del Golfo, in forza della presenza di una importante componente musulmana, intendono giocare le loro carte. Nella regione poi, centrale finisce per essere lo Stato di maggiore peso, la Serbia, il cui neoeletto presidente Aleksandar Vučić – già primo ministro del Paese – cerca di mantenere l’ancoraggio a Occidente e al contempo buoni rapporti con il Cremlino. Al vertice dei Balcani occidentali che si terrà a Trieste il prossimo 12 luglio e che vedrà l’Italia protagonista non mancheranno certamente, dunque, gli argomenti da discutere.

 


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