27 maggio 2021

Nuovo colpo di Stato in Mali

Il presidente del governo di transizione, Bah Ndaw, il primo ministro ad interim, Moctar Ouane, e il ministro della Difesa, appena nominato, Souleymane Doucoure sono stati arrestati in Mali da militari golpisti nella serata del 24 maggio e si trovano nel quartier generale di Kati, alle porte della capitale Bamako. Bah Ndaw e Moctar Ouane si sono dimessi il 26 maggio, trovandosi ovviamente in una condizione di forte pressione. Ad annunciarlo, il colonnello Assimi Goïta, che aveva già guidato il colpo di Stato del 18 agosto 2020, culminato nelle dimissioni forzate del presidente Ibrahim Boubacar Keïta e del primo ministro Boubou Cissé. Un mese dopo il golpe, anche a causa della pressione internazionale, i militari avevano ceduto il potere a un governo civile di transizione, con Bah Ndaw presidente e Moctar Ouane primo ministro. Il colonnello Assimi Goïta, che era stato a capo della giunta militare (Consiglio nazionale per la salvezza del popolo) aveva assunto la carica di vicepresidente.

Il nuovo colpo di mano arriva in risposta al rimpasto di governo che aveva escluso due militari vicini alla giunta golpista, il ministro della Sicurezza interna Modibo Kone e il ministro della Difesa Sadio Camara. Assimi Goïta ha accusato Ndaw e Ouane di avere con questa esclusione violato gli accordi e dimostrato la loro intenzione di «sabotare la transizione». L’uomo forte del nuovo assetto di potere, che di fatto sta svolgendo le funzioni di presidente, ha inoltre dichiarato che intende mantenere l’obiettivo di portare il Paese a un referendum costituzionale il 31 ottobre 2021 e a elezioni democratiche il 27 febbraio 2022. Affermazioni che non hanno affatto rassicurato la comunità internazionale.

L’Unione Africana, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS), la missione delle Nazioni Unite in Mali (MINUSMA, (Mission multidimensionnelle Intégrée des Nations Unies pourla Stabilisation au MAli)), l’Unione Europea e gli Stati Uniti, hanno rilasciato una dichiarazione congiunta per richiedere il rilascio immediato dei politici arrestati e hanno condannato l’azione intrapresa dai militari il 24 maggio.

Un tentativo di mediazione è in corso, analogo a quello che portò a un governo civile nel settembre 2020; è arrivata infatti in Mali una delegazione della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale guidata dal mediatore Goodluck Jonathan, ex presidente della Nigeria, che ha potuto incontrare il 26 anche i due leader agli arresti a Kati, Ndaw e Ouane. Un accordo per superare i contrasti appare però più difficile rispetto all’anno scorso.

Le opposizioni sembrano in questo momento procedere con prudenza e in ordine sparso: l’Associazione maliana per i diritti umani ha condannato il colpo di Stato e sollecitato la popolazione ad attivarsi per salvare il difficile percorso di transizione democratica; anche il coordinamento che fa riferimento all’imam Mahmoud Dicko chiama alla vigilanza e alla mobilitazione. Il Movimento 5 giugno, la principale forza politica del Paese, che ha lanciato una stagione di mobilitazioni l’anno scorso, non esclude l’ingresso in un nuovo esecutivo, dopo una trattativa con i militari; nelle settimane scorse, non aveva voluto far parte dell’esecutivo proposto da Ouane, rimanendo critico sulle procedure e sui contenuti.

L’Unione nazionale dei lavoratori del Mali (UNTM, Union Nationale des Travailleurs du Mali) ha annunciato il 26 maggio la sospensione dello sciopero generale, per «non aggravare la difficile situazione che sta vivendo il Paese». In generale nelle opposizioni prevale un atteggiamento attendista motivato dal fatto che se l’ennesimo intervento dei militari suscita paure e preoccupazioni, l’operato di Ouane, considerato troppo vicino alla Francia e alla vecchia classe politica, ha irritato i militari ma non ha riscosso consensi neanche nella società civile. Il Mali, reso fragile dall’insorgenza fondamentalista, dalle aspettative autonomiste della minoranza tuareg, dalla difficile situazione economica, dall’emergenza sanitaria, sta affrontando il paradosso di una transizione verso la democrazia, in cui l’esercito non rinuncia a giocare un ruolo chiave.

 

Immagine: Moctar Ouane (13 agosto 2009). Crediti: Gustavo Ferreira/ MRE [Attribution-NonCommercial 2.0 Generic (CC BY-NC 2.0)], attraverso flickr.com

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