08 settembre 2017

Nuovo sbocco al mare per il petrolio dell’Uganda

Finalmente l’accordo è stato raggiunto: il petrolio ugandese raggiungerà l’Oceano Indiano e tutti i porti dell’Africa Orientale con un oleodotto che attraverserà la Tanzania. L’Uganda possiede infatti una serie di giacimenti di idrocarburi nelle vicinanze del Lago Alberto, nella regione ovest del Paese, che hanno attirato negli ultimi anni l’interesse delle principali compagnie petrolifere, tra cui soprattutto la Total S.A., la Tullow Oil e il CNOOC Group. Secondo i risultati del programma di ricerca appositamente voluto dal governo locale, le riserve di petrolio raggiungerebbero addirittura i 6,5 miliardi di barili.

L’Uganda però, purtroppo, non possiede alcuno sbocco sul mare e ha sempre dovuto far riferimento alla Comunità dell’Africa orientale per collegare i pozzi di petrolio alle città portuali di altri Paesi. D’altronde si tratta di una comunità economicamente forte e ambiziosa rispetto agli standard del continente: gli Stati membri sembrano molto coesi e lavorano spesso in sinergia in favore dell’abolizione dei dazi doganali, di politiche monetarie comuni e di provvedimenti di matrice federalista.

In un primo momento, nell’ottobre del 2015, il governo ugandese aveva sottoscritto un accordo con il Kenya, che si era impegnato a realizzare un oleodotto in grado di trasportare il petrolio alla città marittima di Lamu. Tuttavia, nella maniera più inaspettata, l’Uganda ha deciso di rendere nullo l’accordo con il Kenya per stipularne un altro con la Tanzania. La scelta, per quanto maturata con tempistiche e modi poco ortodossi, sembra oculata. Innanzitutto, la Tanzania possiede tutti i terreni sopra i quali dovrà passare l’oleodotto, mentre l’accordo analogo precedentemente stipulato con il Kenya avrebbe obbligato il governo a risarcire i cittadini per l’esproprio dei terreni. Inoltre, il suolo della Tanzania, abbastanza uniforme e livellato, si presta molto di più alla realizzazione di un oleodotto.

Nella decisione deve aver senz’altro influito anche il timore per il terrorismo locale: l’oleodotto “keniano” avrebbe attraversato la regione settentrionale dell’Uganda, in cui l’Esercito di resistenza del Signore (Lord’s Resistance Army, LRA) e il gruppo terroristico somalo al-Shabaab negli ultimi anni seminano paura e terrore. Infine, bisogna anche considerare il fatto che il porto della città tanzaniana di Tanga è già pienamente operativo, mentre nella città keniana di Lamu i lavori per mettere in moto le attività costiere sarebbero terminati soltanto nel 2022.

L’oleodotto che collega l’Uganda con la Tanzania sarà ultimato nel 2020 e, con i suoi 1445 km, diventerà il più lungo del mondo. L’impianto verrà completamente riscaldato per impedire la solidificazione del greggio lungo il percorso. Il petrolio, una volta raggiunta la città portuale di Tanga, verrà imbarcato direttamente verso l’Oceano Indiano. Una volta terminata, si stima che la struttura potrà portare un notevole aumento del PIL dell’Uganda. A meno che, a causa della corruzione che da anni affligge il Paese, a trarre beneficio dai proventi dell’oleodotto e dai ricavi del petrolio non siano solo le élite al potere nel Paese.

 


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