28 novembre 2012

Obama in Cambogia al vertice ASEAN

Per il suo primo viaggio all'estero dopo la rielezione, Barack Obama ha scelto di visitare Thailandia, Birmania e Cambogia; a Phnom Penh ha partecipato al summit dell'ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico) dove ha incontrato anche altri leader della regione, tra cui quelli della Cina, del Giappone e della Corea del Sud. Sembra una conferma, anche a livello simbolico, degli interessi strategici degli Stati Uniti e delle nuove centralità che si stanno affermando nell’economia globale. In effetti le cose che si muovono in quell’area del mondo sembrano ricche di prospettive: l’ASEAN non si propone come un’entità chiusa e con una profilo politico delineato. I dieci stati membri danno estremamente importanza a quello che potrebbe ruotare intorno a loro e vogliono confrontarsi con i giganti asiatici e con gli Stati Uniti. In questo senso se l’obiettivo per il 2015 è quello della Asean Free Trade Area, per il futuro l’idea è quella di creare un gigantesco polo asiatico di comune libero scambio, in una prospettiva che rivoluzionerebbe le coordinate di sviluppo dell’economia globale. Si procede con orientale pragmatismo, cercando di rimuovere gradualmente i possibili ostacoli. Ma anche in qualche modo giocando sulla competizione globale tra Cina e Stati Uniti; la proposta americana, definita dagli strateghi di Obama Trans-Pacific strategic economic partnership, coinvolgerebbe in accordi di free trade oltre all’ASEAN, alcune nazioni asiatiche (esclusa la Cina), il Nord America e un gruppo di paesi dell'America Latina. Un progetto ambizioso e di lungo respiro, che di certo non entusiasmerà l’Europa, che si troverebbe, bagnata dal modesto Atlantico e dall’esausto Mediterraneo, molto ai margini del mercato mondiale. Ma è una prospettiva che soprattutto irrita la Cina in quanto incrina le sue ambizioni all’egemonia continentale: la risposta cinese è graduale e tesa a smussare i conflitti di natura politica. Quando però si sconfina nelle questioni energetiche, il ‘soft power’ di Pechino si irrigidisce alquanto; è il caso di numerosi contrasti riguardanti il Mar Cinese Meridionale (e le sue ricche risorse naturali) che contrappongono la Cina a Filippine, Vietnam, Taiwan, Brunei e Malaysia. Le tensioni si moltiplicano ed è una contraddizione su cui la strategia americana conta molto.


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