21 settembre 2021

La pace apparente tra israeliani e palestinesi

Nelle ultime settimane si è tornati ancora una volta a parlare di una riapertura del processo di pace tra israeliani e palestinesi dopo una serie di incontri tra i rappresentanti del governo di Tel Aviv, l’Autorità nazionale palestinese (ANP) ed Egitto, ma inutilmente. Il premier israeliano, Naftali Bennett, ha presto escluso ogni possibile ripresa del dialogo con i palestinesi, riducendo così la portata degli incontri succedutisi negli scorsi giorni ed arrivando anche a minacciare una nuova offensiva contro Gaza.

 

In realtà la formula scelta dal governo di coalizione guidato da Bennett per affrontare la questione palestinese è quella degli aiuti economici in cambio di pace, sulla scia dell’Accordo del secolo sponsorizzato dall’ex presidente americano Donald Trump. Per il primo ministro, quindi, non c’è spazio per un accordo politico con i palestinesi, né per una discussione sul diritto al ritorno. Tutto ciò a cui i residenti di Gaza da una parte e l’ANP dall’altra possono aspirare sono ingenti aiuti economici, come dimostrano il piano del ministro degli Esteri, Yair Lapid, e l’incontro tra Abu Mazen e Benny Gantz, capo della Difesa.

 

Il progetto di Lapid, non ancora in discussione a livello governativo, prevede degli investimenti pluriennali nella Striscia in cambio della cessazione delle ostilità da parte di Hamas, che secondo il ministro dovrebbe anche arrivare a deporre le armi. Nello specifico, l’idea di Lapid prevede in una prima fase la riparazione delle linee elettriche e del gas, la desalinizzazione dell’acqua per aumentare l’approvvigionamento idrico della Striscia, miglioramenti significativi al sistema sanitario e la ricostruzione di case e della rete stradale. Tutte infrastrutture che sono state distrutte o danneggiate durante gli scontri tra Hamas e Israele ed impossibili da ricostruire a causa dell’embargo imposto da Tel Aviv sulla Striscia. «Se la prima fase dovesse procedere senza intoppi», ha specificato Lapid, «Gaza assisterebbe alla costruzione di un’isola artificiale al largo delle coste che consentirebbe la creazione di un porto» e potrebbe ottenere anche un «collegamento di trasporto» con la Cisgiordania. Nelle parole del ministro degli Esteri, quindi, tutto dipende da Hamas, la cui posizione anti-israeliana rappresenta il vero motivo per cui i gazawi sono costretti a vivere «in povertà, miseria, violenza, disoccupazione, senza alcuna speranza». Con questo piano, Lapid spera di mettere Hamas alle corde e di convincere la popolazione della Striscia a ribellarsi contro il Movimento, costringendolo ad accettare gli aiuti israeliani in cambio della fine delle ostilità.

 

Ma Hamas non è l’unico a cui Israele è disposto ad offrire soldi per avere maggiore tranquillità. A fine agosto si è tenuto uno storico incontro tra Abu Mazen e il ministro Gantz, il primo dopo dieci anni tra un rappresentante del governo israeliano e il capo dell’ANP. I due hanno discusso di sicurezza ed economia, raggiungendo un primo accordo per la concessione di 15.000 permessi di lavoro per manovali palestinesi e di altri 1.000 per i dipendenti dell’industria turistica, oltre ad aver trovato un’intesa per riconoscere i diritti di residenza di centinaia di persone straniere sposate con palestinesi e che si trovano in un limbo giuridico. In ultimo, Israele è anche pronta a versare all’ANP 500 milioni di shekel come anticipo sulle tasse che riscuote per conto dei palestinesi per ridurre i problemi economici dell’Autorità. Così facendo, Bennett spera di rafforzare anche la debole leadership di Abbas, con l’obiettivo ultimo di evitare cambi di potere nell’ANP e minare ulteriormente Hamas. Sempre in quest’ottica rientra anche il tentativo del premier israeliano di trovare un’alternativa all’invio di denaro contante dal Qatar alla Striscia per evitare che i fondi finiscano nelle mani del Movimento.

 

I rapporti tra Hamas e Israele quindi restano tesi, come affermato chiaramente dallo stesso Bennett. Il premier infatti non ha escluso la possibilità di lanciare una nuova operazione contro la Striscia, assicurando che l’uso della forza resta sempre un’opzione per Israele in caso di aumento della tensione con il Movimento. In realtà una nuova escalation sarebbe controproducente per il governo di coalizione non solo per la presenza al suo interno di un partito arabo, ma soprattutto perché in questi giorni il Parlamento è alle prese con la legge di bilancio. Dopo tre anni di attesa, le forze politiche hanno finalmente trovato un primo accordo sulla manovra economica e la sua definitiva approvazione rafforzerebbe la tenuta di un governo particolarmente variegato. Un nuovo scontro con Hamas in un momento tanto delicato è uno scenario che Bennett deve cercare di scongiurare il più possibile, se non vuole fare la fine del suo predecessore.  

 

Immagine: Palestinesi ispezionano i danni causati da un attacco aereo israeliano nella città di Khan Yunis, nel Sud della Striscia di Gaza (12 maggio 2021). Crediti: Foto di Abed Rahim Khatib. Anas-Mohammed / Shutterstock.com

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