04 dicembre 2017

Papa Francesco in Asia

Il viaggio di papa Francesco in Asia, fin da quando è stato concepito, si è presentato complesso e in difficile equilibrio tra istanze diverse. L’Asia è un continente dove il cattolicesimo rappresenta una minoranza, in alcune realtà molto esigua; in Cina e in India, i due Paesi più popolosi del mondo, i cattolici subiscono, in forme diverse, drastiche limitazioni alla libertà di culto. Molti osservatori hanno posto l’accento sulle difficoltà della Chiesa in questi due grandi Paesi dove papa Francesco non è andato (pur avendo da tempo auspicato che si creassero le condizioni per una visita), piuttosto che sul suo viaggio che ha realmente attraversato il Myanmar e il Bangladesh. Punto di vista forse superficiale, poiché i Paesi visitati dal papa sono importanti per popolazione, per peso politico e perché teatro di conflitti che interessano e allarmano l’opinione pubblica internazionale.

In Myanmar i cattolici sono solo 700.000 e rappresentano l’1,37% della popolazione di una nazione dove la grande maggioranza è buddista. Nel Bangladesh i cattolici sono 300.000, su una popolazione di circa 160 milioni di abitanti, a prevalenza musulmana. Il papa ha incontrato dunque due comunità cattoliche estremamente minoritarie e ha attraversato realtà molto importanti per il dialogo interreligioso.

Il punto critico per la diplomazia vaticana era rappresentato dalle condizioni della popolazione musulmana in Myanmar, i Rohingya, considerata una delle minoranze più perseguitate del mondo, di cui viene rimosso perfino il nome. I Rohingya infatti non sono mai stati riconosciuti come una delle etnie registrate ufficialmente in Birmania, rimanendo così in una condizione da apolidi o da immigrati irregolari che ha innescato nel tempo discriminazioni, proteste, violenze. Molti Rohingya si sono rifugiati in Bangladesh, per sfuggire alle persecuzioni e alle attività ostili dell’esercito birmano. Questa situazione di instabilità perdura da alcuni anni, accompagnata su un piano interno da una rimozione dell’esistenza stessa di questo popolo privo anche del nome; la stessa comunità internazionale, per un insieme di circostanze, ha affrontato la situazione dei Rohingya con cautela e spesso con indifferenza.

Le parole del papa in Myanmar sono state improntate dalla necessità di coniugare la difesa dei diritti umani con la volontà di non irritare la sensibilità della maggioranza buddista del Paese. Un equilibrio che in qualche modo è stato spostato in avanti durante la permanenza in Bangladesh, quando papa Francesco ha chiesto perdono ai Rohingya per le loro sofferenze, li ha ricevuti, ascoltati e ha pronunciato apertamente il loro nome inserendolo in un discorso denso di significato religioso («la presenza di Dio si chiama oggi anche Rohingya»), che non potrà però non avere conseguenze su un piano politico e umanitario.

 

Crediti immagine: ANSA


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