04 settembre 2014

I parà fantasma di Putin in Ucraina

Venerdì 22 agosto, su VKontakte, il Facebook russo, è apparso un post che annunciava la morte di un paracadutista di nome Leonid Kičatkin e il funerale nel giorno di lunedì, in un villaggio a 17 chilometri da Pskov, Vybutin. La pagina era quella di Leonid e a dare la notizia agli amici era la moglie, Oksana, che metteva anche il numero di cellulare per chi volesse informazioni. Sabato 23 agosto la pagina non c'era più ma Nina Petljanova, una giornalista della Novaja Gazeta, ha preso nota del telefono. Quando ha chiamato, Oksana ha risposto negando che il marito fosse morto, dicendo che si trovava di fianco a lei. La giornalista ha fatto notare che su Internet era apparsa la notizia della morte. La moglie ha detto che quella pagina di VKontakte non apparteneva a loro ed è stata chiusa. Era stata scritta nientemeno che in Africa: “Leonid è qui accanto a me. Grazie a Dio, sta benissimo”. “Me lo può passare?”, ha chiesto la giornalista. “Sono qui che le parlo – sano e salvo” ha detto una voce maschile al telefono. “Come potrei partire, quando al mio fianco c'è una donna incinta e tre bambini. Come potrei? Me ne sto qui, ora le parlo, sto bene, va tutto bene. Che scrivano quello che vogliono gli hacker sulla mia pagina. Posso cantarle una qualsiasi canzone e posso farle un balletto nella videocamera”. Lunedì, il giorno del funerale, la giornalista della Novaja Gazeta, nonostante le rassicurazioni di Oksana e la conversazione col marito, va a Vybutin. Al cimitero sono rimaste poche persone, c'è un mezzo militare, e un maggiore in divisa che chiede alla giornalista dove va. Con lui c'è un altro soldato, di grado inferiore. Ci sono due bottiglie di vodka aperte e qualcosa da mettere sotto i denti insieme all'alcol, secondo l'usanza. La giornalista risponde che va a salutare Leonid e chiede: da molto lo avete seppellito? Il maggiore risponde: da un quarto d'ora e ieri Sanja. La tomba di Sanja, diminutivo di Aleskander Osipov, un altro paracadutista, si trova nello stesso cimitero, a Vybutin. Leonid avrebbe compiuto trent'anni a settembre, Sanja ventuno a dicembre. Il maggiore si chiama Sergej Osipov, è il padre di Sanja, suo unico figlio. Si chiede se non lo ha ucciso lui... Il miliare che gli sta accanto lo rassicura, gli dice che il figlio lo ha seguito a Kaliningrad, poi in Novorossija. Che sarebbe l'autoproclamata repubblica separatista in Ucraina. Se il padre non lo avesse portato con sé ci sarebbe andato comunque. Voleva essere un eroe, come tutti i soldati. Leonid e Sanja appartenevano alla 76esima divisione paracadutisti di Pskov, dove ci sono soldati in servizio di leva e altri professionisti. Una decina di soldati di quella divisione non danno più notizie da giorni. Le madri sono allarmate, nonostante le rassicurazioni del generale Šamanov. Ufficialmente i ragazzi sono partiti per missioni interne di routine ma tutti temono che siano in Ucraina ad appoggiare i separatisti. Ufficialmente, ha sempre detto e ripetuto Putin, la Russia non è in guerra con l'Ucraina e non ci sono soldati russi in Ucraina. Quando la televisione ucraina ha mostrato dei prigionieri russi, Putin ha commentato che si tratta di soldati che hanno sconfinato senza rendersene conto. Del resto gli ucraini non hanno sconfinato in Russia quando si sono trovati accerchiati dai separatisti? Ormai la maschera delle menzogne russe è caduta, ammesso che qualcuno potesse darle credito, anche perché gli sconfinamenti sono sempre più evidenti e massicci. Si può parlare di invasione. Ci sono le foto satellitari della Nato e quelle dei morti. Arrivano i morti. Che sono veri. Sono dei fatti. Il giochetto geopolitico presenta un conto pesante da pagare. La Russia è disposta a pagarlo per alimentare la resistenza dell'autoproclamata Novorossija? Le notizie di funerali segreti si diffondono. Su Internet girano le foto delle sepolture fresche, ritratti di giovani che non ci sono già più e fino a qualche mese fa scrivevano sulla loro pagina di BVontakte. Le madri, non solo quelle della 76esima brigata, vogliono avere informazioni, protestano, non accettano verità di parte. Si può far finta che non si sta combattendo una guerra, che le truppe russe sono ammassate a ridosso del confine ucraino ma non sconfinano se non per sbaglio. Poi inevitabilmente iniziano ad arrivare i cadaveri e hai voglia a togliere la pagina del Facebook russo dove la moglie dà la terribile notizia, hai voglia a imporle di negare la verità. Certo: per un po' reggono la menzogna, trovano perfino qualcuno da passarti che si finge il marito e dice che non se ne andrebbe mai a fare la guerra con una moglie incinta e tre figli. Ribaltare la realtà era una specialità sovietica. Perfino un incidente aereo è stato occultato ai tempi dell'Urss. Dove erano spariti i passeggeri? Allora non c'erano i mezzi di comunicazione che esistono oggi ed era più facile tenere tutto sotto controllo. Non esisteva neppure un'opposizione interna, c'erano i dissidenti e si mandavano in Siberia. La gente parlava ma sottovoce e la versione ufficiale copriva tutto. Ma nel 2014, ai tempi di Facebook, Twitter e persino VKontakte i tentativi di mentire da parte delle autorità russe sembrano psicopatologici, paranoici, manipolazione mentale, incubo più che propaganda. Spingono qualcuno a fingersi marito di una vedova – so far so good – e anche a dire che non sarebbe mai partito con una moglie incinta e tre figli. Questa poteva risparmiarsela. Si dice che la pazzia può presentarsi a livelli nazionali oltre che individuali. Ci vuole un direttore dell'ospedale psichiatrico naturalmente. La follia collettiva del nazismo che discende da Hitler... Se non ci fosse il retaggio sovietico si potrebbe pensare che Putin è fuori di testa: in realtà recita un vecchio copione. Sui social network gira una vecchia vignetta sovietica dove una popolana col fazzoletto in testa si porta il dito davanti alla bocca. Siamo dalle parti di “taci il nemico ti ascolta”. La vignetta che gira ora è manipolata. Al posto della faccia della popolana c'è quella di Putin. Il commento è di questo tenore: Putin ha una moglie segreta, figli segreti, vive in una casa segreta, tutto è segreto in Russia, persino le sepolture. In Rete tutti commentano. Ecco cosa succede ad affidare un paese nelle mani di un ex agente del Kgb. Avere per presidente un uomo dei servizi, o uno che viene da quella storia lì: è un po' come se in Italia avessimo eletto premier un alto dirigente del Sisde o del Sismi o una di quelle sigle che si trovano dietro episodi tragici e mai chiariti della nostra storia repubblicana. La verità era sempre, immancabilmente, tra le vittime dell'attentato. Berlusconi è un manipolatore da televendita al confronto: come in una versione di Forum, un processo è uno show come un altro e ci si può inventare che Ruby è la figlia di Mubarak e Noemi la figlia dell'autista di Craxi. La Russia è ripiombata in un'oppressione psicologica surreale che ricorda un episodio narrato da Varlam Šalamov nei Racconti della Kolyma ma gli esempi si sprecano e qualcuno ne ricorderà di migliori e più calzanti. A me viene sempre in mente questo: un prigioniero di etnia asiatica, Alias Berdy, è stato internato nel Gulag senza conoscere il russo. Quale reato poteva avere commesso quell'uomo così semplice e rozzo si saranno chiesti i compagni di sventura? Quando Alias Berdy ha imparato il russo ha iniziato a raccontare la propria storia. Un treno di deportati in Siberia si è fermato a una stazione e prima di ripartire è stato fatto l'appello. Con grande nervosismo e angoscia le guardie hanno constatato che mancava all'appello l'ultimo prigioniero della lista, tale Alias Berdy. Così, per non essere puniti, per non andarci di mezzo, visto che il nome non aveva nessuna parvenza di essere russo, le guardie sono scese, hanno prelevato il primo asiatico che gli è capitato a tiro e lo hanno portato sul treno spacciandolo per Alias Berdy. Non esisteva nessun prigioniero con quel nome. Berdy era lo pseudonimo dell'ultimo prigioniero della lista. Quindi “Alias Berdy” voleva dire che l'ultimo prigioniero della lista era noto anche come Berdy. Certo ora siamo nel 2014, da quei fatti è passato molto tempo. La Novaja Gazeta, dove è apparso il servizio sul funerale segreto, il finto marito e la pagina rimossa da Vkontakte, è la testata su cui scriveva Anna Politkovskaja, uccisa per avere cercato di raccontare la verità sulla guerra in Cecenia. Nel non lontano anno 2006.


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