28 marzo 2020

Parasite e il Coronavirus

La continua sorpresa della Corea del Sud

 

Il cinema coreano è una grande sorpresa e lo scorso anno ha regalato agli appassionati il film Parasite, del regista Bong Joon-ho. Non solo, per la prima volta nella storia dell’Accademia, l’Oscar è stato assegnato, nella categoria principale, a un film non girato in inglese, ma ha anche conquistato quattro statuette, inclusa quella per il miglior film straniero. L’universalità del film di Bong consiste nell’affrontare i principali problemi che praticamente tutte le società hanno oggi a causa del processo di globalizzazione e dell’irruzione, nelle società emergenti, della modernità intesa come consumo di massa. A ciò si aggiungono concentrazione di ricchezza, disuguaglianza, esclusione e risentimento sociale, che sono cresciuti e hanno portato alla rottura sociale ad esempio con la cosiddetta Primavera araba, scoppiata nel 2011 e diffusasi successivamente in diversi Paesi del Medio Oriente. Si è prodotto una sorta di “effetto farfalla sociale” quando un venditore ambulante si è dato fuoco in Tunisia dopo che la polizia aveva confiscato il carretto con il quale vendeva frutta per sopravvivere con la sua famiglia. Oggi vediamo che proteste sociali di natura affine sono scoppiate attraverso il movimento degli indignados in Spagna, dei Gilet gialli in Francia, nelle proteste di Hong Kong, Cile, Libano, Ecuador e altri Paesi.

Parasite mostra molto bene i diversi mondi in cui vivono due famiglie. Entrambe traggono vantaggio come possono dal sistema e accumulano risentimenti. I ricchi sono infastiditi dall’“odore della povertà”, e i poveri dall’arroganza e dal benessere di quelli che possiedono tanto. Alla fine, tutti sono parassiti a modo loro. Definire cosa sia la modernità oggi è una questione di cui dibattono i sociologi, ma il progresso di Paesi come la Corea del Sud è sorprendente. Non solo guardando ai dati economici. Alla fine della guerra di Corea (1950-53) che divise la penisola in due, la parte meridionale era una delle aree più povere del pianeta. Secondo i dati della Banca mondiale, nel 1960 il suo PIL pro capite era di meno di 100 dollari, mentre ora è di oltre 40.000 dollari. Molte delle sue aziende sono leader nella tecnologia, nello sviluppo della robotica e nelle scienze avanzate. La penisola, che dal 1910 fu colonizzata, sfruttata e umiliata dall’impero giapponese per 35 anni, fino alla fine della Seconda guerra mondiale, oggi è un attore globale di primo piano in tutti i campi della conoscenza. Esercita anche un soft power in campo culturale, attraverso la musica, le soap opera, la letteratura, il cinema, la filosofia, come evidenziato da Byung Chul-han, oggi considerato uno dei punti di riferimento per comprendere il mondo attuale.

 

La pandemia che sta dilagando nel mondo oggi, il Covid-19, ci dà l’opportunità di confrontare i diversi modi di affrontarlo che i governi hanno adottato sia in Asia che nel mondo occidentale. Dire che la Cina è riuscita a domare il virus perché è una società chiusa, a partito unico, una dittatura comunista è la risposta più semplice che si può dare. Ma Singapore e la Corea del Sud non hanno le stesse caratteristiche, per non parlare di Hong Kong o Taiwan. Le prime due sono democrazie abbastanza aperte e in cui la corruzione è punita con la prigione, come hanno scoperto a loro spese quattro ex presidenti sudcoreani. Ciò che accomuna questi Paesi è un substrato culturale, una visione della vita basata sui principi del buddismo, del taoismo e del confucianesimo che ordina gerarchicamente la società in un senso etico e morale piuttosto che religioso.

 

Byung Chul-han, professore all’Università di Berlino, lo ha affermato in un articolo recentemente pubblicato su El País, dove ha sottolineato che la differenza tra il mondo occidentale e quello asiatico sta nell’individualismo accentuato del primo e nel collettivismo del secondo. Si fidano maggiormente dello Stato, e quindi c’è meno resistenza alla sorveglianza digitale e all’uso di big data per controllare la pandemia. Ciò si verifica non solo in Cina, ma anche in Corea. Le cifre parlano da sole, dimostrando che, ad oggi, le infezioni da Covid-19 sono 9.478, 144 i morti e 4.811 le persone guarite.

I controlli massicci, il monitoraggio degli infetti e delle persone con cui sono entrati in contatto e il loro isolamento sono stati essenziali, insieme al rigoroso controllo da parte delle istituzioni, per tenere a bada l’epidemia. Inoltre, Byung, nel suo articolo, confuta il filosofo sloveno Slavoj Žižek, il quale ha sottolineato che l’attuale pandemia potrebbe essere la fine del capitalismo o del regime cinese. Sostiene che abbia torto, che nulla di tutto ciò possa accadere, ma che la Cina apparirà vittoriosa con il suo modello di controllo digitale e rafforzerà la sua immagine di Stato autoritario ma efficiente. La Corea, da parte sua, consoliderà il suo meritato prestigio internazionale e continuerà a cercare di aiutare i suoi vicini del Nord, che sono la sua principale preoccupazione.

 

Il Coronavirus lascerà in eredità a tutta l’umanità una grande lezione. Come ammonisce il filosofo coreano, sarà un’opportunità per una «rivoluzione umana» in cui le persone, tutti noi, saremo in grado di ripensare e limitare il capitalismo distruttivo che abbiamo costruito per salvare la specie umana, il clima e il pianeta.

 

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Immagine: I sudcoreani si godono la vita all’aria aperta e il clima primaverile vicino al fiume Han, nonostante l’emergenza Coronavirus, Seoul, Corea del Sud (22 marzo 2020): Crediti: watermelontart / Shutterstock.com

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